Togliatti è stato certamente uno dei massimi esponenti del Partito comunista italiano e della Terza Internazionale (comunista). Tra i principali esponenti della più significativa opposizione interna al Partito socialista italiano, insieme a Gramsci, Terracini e Tasca è stato protagonista nel giornale-rivista comunista “L’ordine nuovo” che diverrà il principale riferimento per il movimento di occupazione delle fabbriche durante il Biennio rosso, uno dei tre momenti della storia italiana in cui più ci si è avvicinati alla rivoluzione socialista. Tra i fondatori e poi dirigenti del Partito comunista di Italia, seguirà Lenin e poi Gramsci nella lotta per superare la prima direzione estremista del PCd’I.
Dopo la tragica epurazione prima dell’ala sinistra poi dell’ala destra diverrà dopo Stalin, insieme a Dimitrov, il principale esponente della Terza Internazionale. Di fatto vicino alla posizione della destra epurata, sarà fra i principali protagonisti del superamento delle posizioni opportuniste di sinistra prese dalla Terza Internazionale.
Fra i protagonisti delle Brigate internazionali durante la Guerra civile spagnola, sarà fra i più importanti dirigenti della Resistenza al nazi-fascismo. Principale regista della trasformazione del Partito comunista d’Italia in un partito di massa, Togliatti ha svolto un ruolo determinante nella salvaguardia e poi nella pubblicazione dei fondamentali scritti dal carcere di Antonio Gramsci. Togliatti fu tra i protagonisti degli aspetti più avanzati della Costituzione del nostro paese.
Dopo aver analizzato gli aspetti migliori della sua biografia, cerchiamo di fare i conti con gli aspetti più discussi della sua politica.
In primo luogo la rottura con Gramsci nel 1926, quando Togliatti decise di non trasmettere al Comitato centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica le giuste critiche che la direzione del PCd’I prese rispetto al degenerare degli scontri all’interno del PCUS dopo la morte di Lenin. Già in questo primo grande aspetto discutibile della sua politica emerge la sua attitudine realista, da uomo del Corso del mondo, per richiamare una celebre figura della “Fenomenologia dello Spirito”.
Togliatti giustifica la sua decisione di non trasmettere al PCUS il documento critico del PcdI, in quanto era in atto un tentativo di ricomposizione dello scontro interno. Inoltre, Togliatti riteneva ormai una reale ricomposizione del Pcus, come chiedeva il Pcd’I, ormai irrealizzabile. Quella in atto era piuttosto una sorta di sottomissione delle minoranze interne di sinistra.
In effetti, già l’anno successivo, le minoranze interne di sinistra furono definitivamente liquidate. Togliatti, che era certamente vicino alle posizioni della “destra” di Bucharin, quando ci sarà lo scontro con la maggioranza staliniana deciderà di rimanere all’interno di quest’ultima per realismo politico. Le strade con Gramsci si separarono ulteriormente. Quest’ultimo in carcere si dissocerà dalle posizioni opportuniste di sinistra assunte dalla Terza Internazionale sotto l’egida di Stalin dopo l’epurazione di Bucharin. Al contrario Togliatti cercò di mantenere la sua posizione dirigenziale nel Comintern in attesa di tempi migliori.
Così quando la maggioranza staliniana passerà a sostenere la politica dei Fronti popolari, Togliatti ne sarà, questa volta convintamente, fra i massimi sostenitori. Diventerà uno dei principali protagonisti di questa nuova svolta a “destra” dell’Internazionale. Tanto che si schiererà decisamente contro la posizione che settori della Resistenza, più fedeli alla posizione di Gramsci, presero alla fine della Seconda guerra mondiale, caldeggiando un'unificazione del Nord d’Italia liberato con la Jugoslavia socialista.
La misura certamente più discussa e discutibile di Togliatti ministro della Giustizia fu il decreto di “Amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari”, in nome della pacificazione nazionale, di cui beneficiarono soprattutto i criminali fascisti. Come era prevedibile, la magistratura, naturalmente legata all’Ancien régime, diede una interpretazione al provvedimento che permise di cancellare quasi completamente le pene, anche di molti fascisti che si erano macchiati di crimini efferati.
Con l’inizio della guerra fredda le posizioni del Pci di Togliatti, insieme a quelle del Partito comunista francese erano le più destre all’interno del Comintern, in contrapposizione alla sinistra allora guidata dalla Jugoslavia. Anche in questa situazione Stalin assunse una posizione centrista, che porterà il Comintern, su pressioni della Jugoslavia, a criticare la posizione troppo morbida assunta dai partiti comunisti italiani e francesi dinanzi all’estromissione dal governo.
Le divergenze con il centro staliniano furono superate quando si arriverà alla resa dei conti contro la sinistra titoista, i cui sostenitori furono perseguitati. Anche per questo quando Secchia, in seguito, cercherà una sponda nel Pcus di Stalin, per contrastare la politica troppo destra della maggioranza togliattiana, i sovietici, per quanto anche loro critici verso la linea troppo morbida del Pci, rimasero comunque neutrali.
Morto Stalin, la maggioranza togliattiana ne approfittò per estromettere dai ruoli dirigenziali la sinistra guidata da Secchia alla quale facevano riferimento la maggioranza dei partigiani. Quest’ultima, che pur aveva dovuto accettare la linea della maggioranza di trasformare il PCd’I da un partito di quadri rivoluzionari in un partito di massa, rinviando la questione della rivoluzione, non poté accettare l’abbandono da parte della maggioranza dell’impostazione marxistaleninista.
Il Pci, sotto la direzione di Togliatti, anticipò la svolta a destra del Pcus sotto la direzione di Kruscev. La via italiana al socialismo rinunciava alla prospettiva della rivoluzione socialista, ritenendo possibile giungere gradualmente, in maniera pacifica, mediante la democrazia parlamentare borghese, con delle riforme di struttura alla transizione socialista. Del resto, il Pci di Togliatti era stato il più convinto difensore della Costituzione, di cui si batteva per la completa attuazione.
In tal modo, pur presentandosi in continuità con il partito rivoluzionario di Gramsci, in realtà il Pci di Togliatti si allontanò sempre di più da quella direzione. Dopo la svolta del XX congresso, il Pci di Togliatti, in rappresentanza dell’ala destra del Comintern, arriverà allo scontro con l’ala sinistra guidata dal Partito comunista cinese, sotto la direzione di Mao Zedong. Infine, nel testamento politico di Togliatti è indicata, in modo ancora più esplicito una posizione che la sinistra comunista definirà revisionista, in senso socialdemocratico.
Il tratto caratteristico di Togliatti è stato certamente il realismo, un posizione antiutopista da uomo del Corso del mondo. Anche se, in realtà, la sua parabola, che lo ha portato alla fine del percorso su una linea vicina a quella di Kautsky potrebbe a sua volta essere tacciata di utopia/ideologia. Paradossalmente gli attuali eredi del Pci, come già prima il Psi, hanno cercato di attaccare da destra Togliatti contrapponendolo a Gramsci.
Naturalmente dinanzi a tali pretestuosi attacchi, sempre da destra, della sinistra borghese, non si può che prendere convintamente le parti di Togliatti. Allo stesso modo, vanno certamente contrastate le interpretazioni volte a fare di Togliatti un precursore delle successive ulteriori svolte a destra prima del Pci e poi dei suoi principali eredi, per quanto abbiano rinnegato tale eredità.
D’altra va, allo stesso modo contrastata la posizione, già del Pci di Togliatti, di presentare le successive svolte sempre più revisioniste come in continuità con Gramsci. Quest’ultima tendenza ha fatto sì che per anni in Italia la sinistra che si voleva rivoluzionaria ha assunto posizioni di rottura con Gramsci, dando per buona l’interpretazione continuista sponsorizzata da Togliatti e, più in generale, dal Pci,
Allo stesso modo, non possono essere accettate le interpretazioni di una parte dell’attuale sinistra radicale che sostiene la continuità fra le concezioni elaborate da Gramsci negli anni del carcere e quello che non a caso è stato definito il “Partito nuovo” di Togliatti. Sia nel caso si interpreti il Pci di Togliatti come un partito rivoluzionario, in sostanziale continuità con la visione del mondo del Gramsci maturo, sia che, al contrario, non si considera la cesura fra la linea di Togliatti, che considera ormai superata la strategia rivoluzionaria, e le teorizzazioni del Gramsci negli anni del carcere, incentrate sulla Rivoluzione in occidente. Ancora più assurde sono le posizioni, necessariamente minoritarie, che ritengono che l’attuale marxismo “rivoluzionario” dovrebbe richiamarsi più a Togliatti che a Gramsci.
Ciò non significa nemmeno aderire alle posizioni di quella componente della sinistra radicale contemporanea, che contrappone un Gramsci rivoluzionario a un Togliatti riformista. È evidente che fra il PCd’I di Gramsci e il Pci di Togliatti ci sia, necessariamente, tanto continuità quanto discontinuità. La questione fondamentale è comprendere se tale discontinuità (nella continuità) vada interpretata come un superamento dialettico delle posizioni di Gramsci o, piuttosto, come il ritorno a posizioni revisioniste antecedenti a Gramsci, come quelle “centriste” di Kautsky.
Per quanto riguarda la continuità (nella discontinuità) occorrerebbe comprendere se vada interpretata nel senso che nel Pci di Togliatti siano rimasti elementi rivoluzionari del PCdI di Gramsci o se, piuttosto, nel Gramsci degli anni del carcere fossero presenti, in nuce, le posizioni “centriste” (in senso kautskyano) assunte in seguito da Togliatti.
Su quest’ultima questione, presumibilmente, occorrerebbe assumere una posizione intermedia, per così dire dialettica. In altri termini, per quanto l’ultimo Togliatti abbia certamente abbandonato la posizione marxista rivoluzionaria di Gramsci, la sua posizione va comunque distinta dalle ulteriori svolte a destra del Pci, dopo la sua morte. Una cosa sono le posizioni centriste kautskiane altra cosa sono le posizioni apertamente revisioniste e riformiste di Bernstein o le posizioni socialiste utopiste di Lassalle. Dall’altra parte, pur essendo critico rispetto alla rottura del Pcus dopo la morte di Lenin, anche Gramsci prende una posizione più vicina a quella “destra” di Stalin e Bucharin piuttosto che a quella della sinistra capeggiata da Trotskij.
Anche in seguito, pur essendo molto probabilmente più vicino alle posizioni della “destra” guidata da Bucharin, Gramsci, pur dissentendo dalle politiche opportunistiche di sinistra assunte in seguito dal Pcus, non arrivò mai a una rottura con la maggioranza guidata da Stalin.