Bilancio del 2023

Sul piano internazionale la lotta di classe ha visto un avanzamento degli oppressi, sul piano nazionale hanno prevalso gli oppressori, sul piano dei rapporti fra generi lo scontro si è chiuso con una sostanziale parità.


Bilancio del 2023

Il 2023 è stato in primo luogo caratterizzato dal riesplodere della lotta di classe fra paesi oppressi e paesi oppressori. Il quadro che si era delineato dopo il crollo dell’Unione sovietica caratterizzato da un mondo unipolare, con gli Stati uniti unica superpotenza mondiale, è stato sconfitto. Questa decisiva svolta, che ha prodotto un mutamento sostanziale nei rapporti di forza nella lotta di classe sul piano internazionale, non è stata certo merito dell’Unione europea, come auspicato dai riformisti. Al contrario, l’Ue mai come ora appare schiacciata in tale lotta di classe globale sulla posizione apertamente imperialista degli Stati uniti. Del resto, al di là delle necessarie e insopprimibili contraddizioni interimperialiste, prevale il comune destino di tali fratelli nemici. Tanto l’imperialismo europeo, quanto quello statunitense subiscono in modo sempre più devastante le conseguenze della crisi di sovrapproduzione che necessariamente caratterizza i paesi a capitalismo maturo. Inoltre altrettanto necessariamente prevale l’alleanza tra paesi imperialisti nel conflitto sempre più ampio con i paesi oppressi. Gli oppressori si ricompattano necessariamente quando si tratta di contrastare gli oppressi. Tale contrapposizione può essere riassunta dal contrasto sempre più ampio fra il G 7 e il G 77 più Cina, che oggi ha quasi raddoppiato i suoi membri giungendo a 134. Peraltro tale gruppo è sempre più vicino nello scontro con i paesi imperialisti ai paesi della Comunità degli Stati Indipendenti. Altrettanto evidente è il contrasto fra i membri del G 7 e i Brics, i cui membri sono più che raddoppiati. Infine la Nato non ha più il monopolio della violenza legalizzata sul piano internazionale, che gli consentiva di mascherare le aggressioni imperialiste con operazioni di polizia internazionale in quanto si trova a fronteggiare un’alleanza sempre più stretta fra i suoi maggiori competitori sul piano internazionale, cioè Russia, Cina e Iran.

Sul piano economico i paesi imperialisti, sempre più in crisi, dipendono sempre più dai paesi di quello che è stato il terzo mondo, a partire dalla Cina, dove da anni hanno investito i propri capitali sovraprodotti esternalizzando in buona parte il proprio sistema produttivo per indebolire il proletariato e la classe operaia al proprio interno. Ciò ha indebolito le forze dell’alternativa all’interno, potenziandole all’esterno. Anche l’arma ideologica della globalizzazione, del libero mercato, del mercato internazionale, abbandonata dai paesi occidentali sempre più in crisi, è stata di fatto raccolta dai loro competitor sul piano internazionale a partire dalla Cina. Il capitalismo di Stato dimostra la sua superiorità rispetto al capitalismo privato occidentale. È sempre più evidente che i paesi imperialisti occidentali sono sempre meno in grado di poter competere sul piano pacifico della concorrenza con i loro competitori occidentali e sono sempre più costretti a ricorrere al protezionismo e alla conseguente guerra che, dal piano commerciale, si trasferisce sempre più sul campo di battaglia. D’altra parte il capitalismo di Stato, a partire dalla Cina, dimostra di essere sempre meno in grado di sfuggire alla inesorabile caduta tendenziale del tasso di profitto e la Russia, avendo come gli Stati uniti e i loro alleati sempre più difficoltà a competere sul piano della concorrenza pacifica, ricorre anch’essa sempre più sovente alla guerra.

Su questo piano la Nato ha sempre il primato, anche se la sua guerra per interposta Ucraina contro la Russia è andata sostanzialmente male, in quanto il tentativo di sconfiggere l’unica superpotenza nucleare in grado di contrastarla è stata un sostanziale fallimento.

Anche sul piano delle libere elezioni le potenze imperialiste occidentali e i loro alleati hanno sempre più difficoltà a concorrere in modo pacifico con i propri competitor e sempre più spesso non accettano la sconfitta sul piano elettorale e reagiscono con delle violente sedicenti rivoluzioni colorate, da ultimo in Serbia e Congo, che però appaiono sempre meno efficaci e anche poco credibili sul piano internazionale.

Anche per quanto concerne la lotta per l’egemonia sul piano internazionale, gli Stati uniti e i loro alleati europei dominano ancora sul piano dell’industria culturale, ma sul piano politico appaiono sempre meno capaci di egemonia. Sempre più paesi del sud del mondo, a cominciare dall’Africa, rompono con i paesi della Nato e cercano di stringere accordi con i suoi competitor, a partire dalla Russia e dalla Cina. Ciò è dimostrato anche dal sostanziale fallimento delle sanzioni unilateralmente imposte alla Russia sul piano internazionale e dalla difficoltà crescente a difendere a livello globale l’avamposto della Nato nel sud del mondo, cioè il regime sionista.

Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, che i paesi della Nato mirano sempre più a espandere in territorio russo, la terza crociata lanciata dall’occidente collettivo contro la Russia – dopo la prima capeggiata da Napoleone e la seconda da Hitler, nonostante che a differenza delle precedenti oltre a buona parte dei paesi europei ha visto coinvolto in prima linea il nord America – sembra essere altrettanto fallimentare. D’altra parte, anche la Russia e l’Ucraina ne escono tutto sommato sconfitte. La Russia, caduta nella trappola della Nato della guerra per interposta Ucraina, ha subito una sconfitta dal momento che, dopo la dissoluzione dell’Urss, il contrasto decisivo contro l’espansionismo della Nato consisteva nel mantenere l’egemonia sull’Ucraina. Anche le politiche scioviniste che si sono affermate in quest’ultimo paese sono state ancora più decisamente sconfitte, portando alla perdita della parte orientale, la più ricca del paese e portando l’Ucraina a dipendere sempre più apertamente dai propri mandanti occidentali.

La guerra in Palestina rappresenta forse il fronte in cui appare in modo sempre più aperto il conflitto aperto sul piano internazionale fra l’occidente collettivo e i paesi del sud del mondo. Mai come in tale conflitto appare evidente che anche la lotta di classe sul piano internazionale sia fra oppressi e oppressori

Per quanto Hamas abbia fatto riesplodere su larga scala un conflitto che prosegue necessariamente da oltre settant’anni, con una azione certamente avventurista e, in qualche modo, tollerata o, quantomeno non contrastata dal governo israeliano e dal Qatar – dove convivono pacificamente a pochi kilometri di distanza la più ampia base militare statunitense nell’area e la leadership di Hamas – la conseguente aggressione sionista della striscia di Gaza ha ricordato e chiarito sul piano globale chi sono gli occupanti e gli oppressori e chi il popolo occupato e oppresso. Da questo punto di vista i principali sconfitti sembrano gli Stati uniti e il governo dell’Arabia saudita che miravano a pacificare, sotto la propria egemonia, l’area. Da questo punto di vista si può dire che, per quanto avventuriste e provocate dai propri nemici siano state le offensive di Putin e di Hamas, né è uscito sconfitto il piano statunitense e della destra occidentale di concentrare le proprie forze aggressive contro il principale competitor sul piano internazionale individuato nella Cina.

Per quanto concerne la lotta di classe sul piano interno fra capitalismo e proletariato e, più in generale, fra sfruttati e sfruttatori, l’anno trascorso non ha visto un sostanziale modificazione dei rapporti di forza, che confermano che la crisi del modo di produzione capitalista non si stia risolvendo con l’affermazione di un più giusto e razionale modo di produzione, ma con la reciproca rovina delle classi in lotta che rischia di portare con sé la rovina della società umana nel suo complesso. Se il capitalismo non solo nella sua forma tradizionale privata non accenna a uscire dalla crisi di sovrapproduzione, ma anche nella forma del capitalismo di Stato cinese è sempre più in evidente affanno, le forze socialiste nel loro complesso non si sono certamente riprese. Dinanzi alla crisi sempre più evidente delle politiche liberiste e dei loro sostenitori sul piano internazionale, ad avvantaggiarsi più che le forze di reale alternativa socialiste e progressiste, sono le forze reazionarie bonapartiste, scioviniste e corporative. 

Nel nostro paese, nonostante il governo più a destra della storia della repubblica, il blocco sociale dominante conservatore e reazionario mantiene saldamente il potere, sebbene gli attuali rapporti di produzione e proprietà impediscono sempre più lo sviluppo delle forze produttive.

Anche sul piano continentale la crisi delle forze della reale alternativa socialista sembra sempre più conclamata, paradossalmente mentre le forze liberali, le più organiche rappresentanti del sistema dominante, sono sempre più incapaci di egemonia. Di tale sostanziale crisi delle forze progressiste e reazionarie nell’occidente collettivo sembrano avvantaggiarsi principalmente le forze reazionarie. Del resto, dinanzi alla crisi sempre più conclamata del modo di produzione capitalistico e della classe dirigente liberale se non se ne esce in senso socialista, da sinistra, l’unica alternativa non può che essere la barbarie, cioè uno spostamento sempre più destra della società su posizioni più reazionarie.

Persino in America latina, il continente in cui nella nostra epoca le forze progressiste hanno dimostrato di essere non di rado all’offensiva e, tendenzialmente, egemoni vi è una ripresa delle forze della destra radicale, come si è visto nelle più recenti tornate elettorali in Argentina, Colombia e Cile.

Dall’altra parte la ascesa al potere delle forze reazionarie è, al solito, necessariamente resistibile, cioè può essere sconfitta ogni volta in cui diviene credibile un'alternativa progressista, come dimostrano le altrettanto recenti elezioni in Spagna, Polonia e Guatemala.

Infine, per quanto riguarda i rapporti di forza nell’ambito del conflitto di classe sul piano più immediato della famiglia e, più in generale, nella lotta fra i sessi, siamo dinanzi a una evidente impasse. Se appare in modo sempre più evidente, a chi ha occhi per vedere, che in caso di pari opportunità le donne hanno in generale quanto meno le stesse capacità degli uomini – dal momento che la dialettica del rapporto servo-padrone comporta, necessariamente, l’affermarsi alla lunga del secondo nei confronti del primo – d’altra parte i maschi, che mantengono quasi ovunque il proprio dominio, sfruttano a proprio vantaggio il monopolio sostanziale della violenza legittimata.

12/01/2024 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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