Le elezioni regionali tenutesi in Slovacchia il 24 ottobre hanno restituito un quadro politico assai più articolato di quello che potrebbe emergere da una semplice contrapposizione tra il governo di Robert Fico e l’opposizione liberale. Il dato più evidente è rappresentato dalla riconferma di tutti gli otto presidenti dei samosprávne kraje, le regioni autonome slovacche: nessuna amministrazione regionale ha cambiato guida. Con un’affluenza del 46,56%, pari a oltre 2,08 milioni di elettori, il voto ha mostrato una notevole capacità di resistenza degli amministratori uscenti e, nello stesso tempo, la persistenza di una geografia politica fortemente differenziata sul territorio.
In entrambe le regioni nelle quali il campo governativo disponeva di presidenti uscenti chiaramente riconducibili alla propria area politica, esso è dunque riuscito a conservarne il controllo: nella regione di Trenčín, Jaroslav Baška, sostenuto da Direzione – Socialdemocrazia (Smer – sociálna demokracia, Smer-SD), Voce – Socialdemocrazia (Hlas – sociálna demokracia, Hlas-SD), Repubblica (Republika) e Partito Nazionale Slovacco (Slovenská národná strana, SNS), è stato rieletto con il 57,44% dei voti. A Nitra, Branislav Becík, espressione di Hlas-SD e sostenuto anche da Smer-SD, SNS, Repubblica e altre formazioni, ha ottenuto il 50,47%.
Allo stesso tempo, anche le forze di opposizione hanno mantenuto le proprie posizioni in maniera incontestabile, compreso il governo della regione di Bratislava, dove Juraj Droba, sostenuto da Libertà e Solidarietà (Sloboda a Solidarita, SaS), Slovacchia Progressista (Progresívne Slovensko, PS), Democratici (Demokrati) e Team Bratislava, ha ottenuto un nettissimo 70,96%. A Banská Bystrica e Košice hanno invece prevalso nuovamente gli indipendenti Ondrej Lunter e Rastislav Trnka, rispettivamente con il 64,81% e il 32%.
Più che uno spostamento nazionale uniforme, le regionali hanno dunque consolidato gli equilibri esistenti. Allo stesso tempo, esse hanno permesso al Partito Comunista di Slovacchia (Komunistická strana Slovenska, KSS) di tornare a presentarsi con le proprie liste, candidando dei propri esponenti alla presidenza in tre regioni: a Bratislava Ján Chalabala ha raccolto 3.377 voti, pari all’1,26%; a Banská Bystrica Peter Plančík ne ha ottenuti 2.234, l’1,06%; a Žilina Milan Pova si è fermato a 1.896 voti, lo 0,73%.
Nel corso della campagna elettorale, il KSS ha rivendicato una linea fondata sul ritorno dei servizi essenziali sotto controllo pubblico, sulla difesa delle strutture sanitarie regionali, sull’ampliamento del trasporto pubblico gratuito per studenti e pensionati, sulla gestione diretta della manutenzione stradale attraverso imprese regionali e sul rafforzamento dell’istruzione professionale. Il partito si è definito esplicitamente come alternativa a un sistema nel quale il profitto privato prevale sull’interesse collettivo, sostenendo che le altre formazioni propongano nella sostanza soltanto differenti modalità di amministrazione dello stesso modello economico.
Nonostante la frequente rappresentazione di Fico come esponente della “sinistra radicale” da parte dei suoi avversari, il suo partito Smer-SD rimane una formazione socialdemocratica che, pur evidenziando alcune delle storture presenti nel sistema vigente, non mette in discussione la proprietà capitalistica dei mezzi di produzione, il sistema di mercato o l’appartenenza della Slovacchia alle principali strutture economiche occidentali. Il KSS, al contrario, continua a indicare esplicitamente come proprio obiettivo la costruzione del socialismo e il superamento dei rapporti capitalistici, sostenendo l’espansione delle imprese statali, la ricostruzione di un forte settore bancario pubblico, forme di proprietà cooperativa e una pianificazione economica capace di affiancare e subordinare i meccanismi di mercato agli interessi sociali.
Per Smer-SD, dunque, la questione centrale consiste nel correggere le disuguaglianze prodotte dal capitalismo attraverso lo Stato sociale, la redistribuzione e la difesa di alcuni interessi nazionali; per il KSS il problema è invece il capitalismo stesso e, in particolare, la subordinazione dell’economia slovacca al capitale transnazionale sviluppatasi dopo il 1989.
Ciò non impedisce però l’esistenza di convergenze politiche importanti tra i due soggetti, rendendo particolarmente interessante il rapporto fra comunisti e Fico. Il KSS non ha infatti nascosto di considerare l’attuale governo preferibile all’alternativa rappresentata dal blocco liberale e filo-euroatlantico. In un documento pubblicato nel 2025, il partito affermava di non potersi identificare con numerose misure adottate dal governo Smer-SD e arrivava a definire soltanto apparente una parte del suo carattere di sinistra. Allo stesso tempo, però, spiegava che, nelle condizioni politiche interne e internazionali del momento, i comunisti sostenevano generalmente il governo di Robert Fico, giudicandone l’orientamento più attento agli interessi nazionali, ai lavoratori e ai pensionati rispetto a quello delle formazioni liberali e di destra.
Non si tratta pertanto di un’alleanza organica. Il KSS sostiene alcune scelte di Fico senza trasformarsi in una sua appendice. Anzi, proprio negli ultimi mesi il partito ha rivolto critiche concrete anche all’attuale esecutivo. Sul tema abitativo, per esempio, ha accusato il governo di non avere modificato un modello che continua a lasciare le fasce più povere senza una reale possibilità di accesso alla casa. In precedenza, i comunisti avevano criticato anche l’approvazione slovacca del diciottesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, giudicandola incompatibile con una politica estera realmente indipendente.
Proprio sulla politica internazionale emerge tuttavia uno dei terreni di maggiore convergenza. Il KSS si oppone alla militarizzazione dell’Unione Europea, critica l’espansione delle spese militari, chiede una politica estera sovrana e rifiuta la logica della contrapposizione permanente con la Russia. Il programma comunista va persino molto oltre Fico, sostenendo l’uscita della Slovacchia dalla NATO e la trasformazione del Paese in uno Stato neutrale. Il governo non propone nulla di simile, ma la sua opposizione all’escalation del conflitto ucraino e le sue frequenti contestazioni delle scelte di Bruxelles creano inevitabilmente un terreno di convergenza con i comunisti.
Lo stesso è avvenuto in occasione del referendum del 4 luglio, promosso principalmente dai Democratici contro alcune misure del governo. Il KSS riconobbe pienamente il valore costituzionale dell’istituto referendario, ma rifiutò di unirsi alla mobilitazione politica anti-Fico, sostenendo che questioni come il costo della vita, la situazione della sanità, l’occupazione e le condizioni concrete dei lavoratori avrebbero dovuto avere una centralità ben maggiore. Il partito lasciò quindi libertà di scelta ai propri membri e simpatizzanti, evitando di trasformarsi in una componente del fronte d’opposizione.
Questa posizione chiarisce bene il dilemma strategico dei comunisti slovacchi. Da un lato, essi giudicano insufficiente Smer-SD perché non mette in discussione il sistema capitalistico e perché, anche quando assume posizioni sociali o sovraniste, continua ad amministrare un’economia fortemente dipendente dal capitale straniero. Dall’altro, non possono ignorare che il principale antagonista politico di Fico è costituito da forze che, agli occhi del KSS, propongono un orientamento ancora più liberale sul piano economico e più strettamente integrato nelle strategie euro-atlantiche sul piano internazionale.
I comunisti si trovano quindi in una posizione che può essere sintetizzata come sostegno critico e selettivo: contrastano il tentativo di utilizzare la sinistra radicale come semplice componente di una coalizione anti-Fico, ma mantengono contemporaneamente un’identità indipendente e una critica di classe nei confronti dello stesso governo.
Le elezioni regionali mostrano però quanto sia difficile tradurre questa posizione in consenso elettorale. Fico occupa infatti una parte consistente dello spazio sociale che, in circostanze diverse, potrebbe rappresentare il bacino naturale di una forza comunista: lavoratori industriali, pensionati, abitanti delle aree periferiche, settori della popolazione critici verso il neoliberismo, elettori contrari alla militarizzazione europea e cittadini che chiedono una maggiore autonomia decisionale rispetto a Bruxelles.
Per questo il rapporto tra comunisti e Fico continuerà probabilmente a essere segnato da una tensione permanente. Il KSS può appoggiare il governo quando questo difende pensioni e servizi sociali, resiste alla militarizzazione o rivendica maggiore sovranità nazionale; può contemporaneamente contrastarlo quando protegge gli interessi del capitale, accetta compromessi con Bruxelles o rinuncia a una trasformazione strutturale dell’economia. La sua sfida consiste nel dimostrare che esiste uno spazio politico autonomo alla sinistra di Smer-SD, evitando di uniformarsi con il partito di governo ma senza neppure finire nel campo dei suoi avversari liberali.