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La ricostruzione del partito

I comunisti e le comuniste non sono tali senza un partito internazionalista e rivoluzionario. Né la rivoluzione potrà realizzarsi senza un soggetto sociale rivoluzionario organizzato ed egemonizzato dal partito.

Pertanto, poiché l’obiettivo dei comunisti e delle comuniste è il passaggio a una società socialista, quale fase di transizione al comunismo, il compito principale di questa fase è la ricostruzione del partito.

Presupposto di tale ricostruzione è l’individuazione del soggetto rivoluzionario nel moderno proletariato, la cui avanguardia è costituita dalla classe operaia. Senza il partito, guidato da intellettuali organici che la aiutino a prendere coscienza di sé e a organizzarsi, la classe operaia non potrà andare oltre le lotte immediate, condotte essenzialmente sul piano economico. Da qui l’esigenza di contrastare le ideologie antimarxiste che, sostenendo la fine del lavoro e della classe operaia, intendono affermare anche la fine del socialismo scientifico.

Purtroppo, nessuna delle organizzazioni oggi esistenti è autosufficiente nell’assolvimento di questa funzione. Per ricostruire il partito bisogna quindi partire dal basso, dalle lotte teoriche e pratiche, poiché l’unità dei comunisti non può nascere da un semplice intergruppi. Anche perché le più ampie organizzazioni che si definiscono comuniste sono, alternativamente, socialdemocratiche o autoreferenziali.

Il partito potrà dunque rinascere soltanto attraverso un superamento dialettico, capace di togliere e conservare quanto di buono esiste in tutte queste esperienze.

L’internazionalismo

Partendo dal presupposto che i classici abbiano sempre messo al primo posto il lavoro per l’Internazionale, ritenendo questo strumento indispensabile per l’affermazione del socialismo, e considerando quanto la storia ci ha mostrato e continua a mostrarci la fondatezza di tale impostazione, è necessario rilanciare da subito l’internazionalismo proletario.

A tale scopo è imprescindibile assumere posizioni antimperialiste. D’altra parte, il primo imperialismo da combattere non può che essere quello del proprio Paese. In caso contrario, si abbandona la prospettiva rivoluzionaria e si assume una posizione opportunista, sempre pronta a criticare gli imperialismi concorrenti senza mettere in discussione il proprio.

È dunque imprescindibile, per un reale internazionalismo proletario, combattere l’imperialismo nel proprio Paese, specie quando questo è costantemente impegnato in guerre a livello internazionale contro chiunque vi si opponga.

Ciò significa condurre, a tutti i livelli, una lotta organizzata contro l’imperialismo italiano, contro quello dell’Unione europea, con cui il primo tende sempre più a coordinarsi, contro l’imperialismo della NATO, guidato dagli USA, e contro l’imperialismo transnazionale.

Fondamentale per raggiungere questo obiettivo è l’instaurazione di relazioni internazionali con altri partiti e organizzazioni comuniste militanti.

Sulla frazione

Secondo Marx, Engels e Lenin, i comunisti e le comuniste, quando dispongono delle forze necessarie, sviluppando lo spirito di scissione, rompono con i riformisti e gli estremisti e si organizzano autonomamente nel partito.

Nei Paesi in cui i comunisti e le comuniste sono troppo deboli, al punto che, invece di un partito, potrebbero realizzarne soltanto una caricatura, ossia una setta, praticano l’entrismo nelle formazioni socialdemocratiche cui fanno riferimento ampie masse di lavoratori (il caso tipico è quello in cui non riescono a eleggere nemmeno un deputato).

Non essendoci, al momento, le condizioni oggettive per costruire il partito comunista, né un partito socialdemocratico in cui praticare l’entrismo, in questa fase di accumulazione delle forze occorre innanzitutto formare almeno una frazione comunista.

Questa dovrà operare, sulla base del centralismo democratico, in tutti i contesti utili alla ricostruzione del partito, senza trasformarsi in una setta, ma rimanendo pronta a fondersi con qualsiasi altra prospettiva convergente nella direzione della costruzione di un polo o movimento per la ricostruzione del partito comunista.

A questo scopo è necessario costruire momenti assembleari di discussione sul ruolo del partito e sull’analisi socio-economica, coinvolgendo tutte le organizzazioni militanti interessate alla ricostruzione della soggettività di classe rivoluzionaria.

Lavoro per cellule

Il partito rivoluzionario dovrà essere un partito di quadri, un intellettuale collettivo, dotato di radicamento e capacità di direzione di massa.

I comunisti e le comuniste devono condividere una visione del mondo marxista-leninista (in Italia, gramsciana) e divenire avanguardie riconosciute del proletariato.

A tale scopo, i compagni e le compagne si organizzeranno per cellule, innanzitutto nei luoghi di lavoro. Chi non potesse farlo, chi non fosse più studente e non fosse ancora lavoratore, oppure chi si trovasse oggettivamente impossibilitato a essere un’avanguardia riconosciuta nel proprio luogo di lavoro, si organizzerà nei luoghi di studio (di formazione della forza-lavoro) e nei quartieri proletari, per organizzare i pensionati e gli altri strati popolari e per contribuire a radicalizzare e connettere le lotte dei lavoratori.

Seguendo sempre la linea generale stabilita dall’intellettuale collettivo, le cellule dovranno mirare innanzitutto a organizzare strumenti consiliari, quali cellule della futura società socialista, fondata sulla democrazia consiliare. Dovranno quindi decidere la tattica più opportuna per raggiungere questo obiettivo, a seconda del contesto nel quale si trovano a operare: luoghi di lavoro, luoghi di formazione, quartieri proletari e operai o lotte sorte spontaneamente.

I consigli dovranno riunire i lavoratori più consapevoli e determinati, a prescindere dal sindacato di appartenenza, compresi quelli non iscritti ad alcuna organizzazione sindacale.

Lo stesso dovrà avvenire tra la forza-lavoro in formazione e nei quartieri proletari, attraverso case del popolo in cui sperimentare camere del lavoro metropolitano per i lavoratori non altrimenti organizzabili, sviluppare la cultura e la socialità proletaria e promuovere forme di mutualismo e consigli di zona. Questi ultimi, a partire dalla difesa del salario indiretto, dovranno contribuire allo sviluppo di cellule della società futura.

Il ruolo del sindacato

I sindacati, avendo come scopo la vendita della forza-lavoro, sono in sé apparati della società capitalista e, in quanto tali, ostili alla prospettiva rivoluzionaria.

Tuttavia, essendo la principale e più primitiva forma di organizzazione dei lavoratori nella società capitalista, i comunisti e le comuniste devono necessariamente essere iscritti a un sindacato, scegliendo quello più efficace nel proprio posto di lavoro, così da poter portare avanti la propria prospettiva rivoluzionaria tra il maggior numero possibile di lavoratori.

I comunisti e le comuniste opereranno quindi nei diversi sindacati, declinando nel proprio contesto la linea di intervento indicata dal partito in quanto intellettuale collettivo.

Ciò comporta, innanzitutto, la necessità di battersi in modo organizzato contro ogni forma di burocrazia sindacale e contro ogni dinamica corporativa e neocorporativa, per l’unità, anche organizzativa, dei lavoratori: dal sindacato ai consigli, fino al partito.

Il ruolo dei movimenti e il fronte

I comunisti e le comuniste opereranno anche nei movimenti sociali, con l’obiettivo di costruire un fronte nel quale le forze anticapitaliste mirino a egemonizzare quelle antiliberiste. Lo scopo è condurre una lotta di massa che, dal livello sociale, si elevi a quello politico e che, dalla lotta contro i governi locali e nazionale, si sviluppi fino alla lotta contro lo Stato borghese.

A questo proposito è indispensabile che al programma massimo, volto alla transizione rivoluzionaria al socialismo, si affianchi un programma minimo.

Il programma massimo dovrà mirare alla socializzazione dei mezzi di produzione, attraverso l’espropriazione degli espropriatori, e al conseguente sviluppo delle forze produttive, contro la socializzazione della miseria; alla dittatura democratica del proletariato, fondata sui consigli e intesa come fase transitoria verso la società comunista; e alla creazione pedagogica dell’uomo nuovo socialista.

Nel programma minimo dovranno tornare al primo posto la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, la questione dei ritmi di lavoro e quella della gestione della forza-lavoro una volta sottratta all’alienazione capitalistica.

Il ruolo della stampa

Come insegnano i classici e la storia, guardando ai grandi esempi dell’Iskra e dell’Ordine Nuovo, per la costruzione del partito è indispensabile un organo di stampa, nella forma di un giornale-rivista, capace di riconnettere i collettivi e i comunisti sparsi nell’intera Penisola.

Tale organo dovrà svolgere il ruolo di organizzatore collettivo, contribuendo alla propaganda, all’agitazione, all’analisi e alla diffusione delle informazioni necessarie alla classe per individuare e predisporre gli strumenti più adeguati alla lotta politica.

La formazione dei quadri

Poiché senza teoria rivoluzionaria non c’è prassi rivoluzionaria, è fondamentale lavorare alla formazione dei quadri.

Tendenzialmente, ogni membro del partito deve essere potenzialmente un dirigente e, di conseguenza, un intellettuale organico al proletariato.

Tale formazione dovrebbe costituire un prerequisito per l’adesione al partito. Essa riveste un’importanza fondamentale soprattutto per gli elementi di estrazione proletaria, poiché questi costituiscono il principale e più solido anello di collegamento tra il partito e la classe.

È evidente che chi non abbia elaborato collettivamente una visione del mondo rivoluzionaria, fondata sul marxismo, sarà inconsapevolmente egemonizzato dall’ideologia delle classi dominanti.

La formazione dovrà poi essere costante, poiché il marxismo non è una religione né un dogma, ma un pensiero scientifico che rende capaci di intervenire in modo rivoluzionario su una realtà in continuo sviluppo.

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