Nella nuova puntata dell’Osservatorio sul mondo che cambia, il professor Orazio Di Mauro ricostruisce l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, ormai entrato in una fase di guerra aperta e multilivello dopo quasi un mese di escalation. Gli scontri, che hanno già provocato migliaia di vittime civili, si sono progressivamente estesi oltre l’Iran e Israele, coinvolgendo il Libano, lo Yemen e le milizie sciite attive tra Iraq e Siria, delineando un teatro bellico sempre più ampio e interconnesso. Uno degli elementi più significativi è l’allargamento strategico del conflitto, testimoniato anche da episodi come il lancio di missili verso la base di Diego Garcia, che solleva interrogativi sulla reale portata delle capacità missilistiche iraniane e sul possibile coinvolgimento diretto di attori extra-regionali. In questo contesto si inserisce il tentativo diplomatico statunitense, con una proposta di pace giudicata irricevibile da Teheran, mentre sul terreno si intensifica la guerra economica e navale attorno allo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico globale. L’Iran appare determinato a gestire il conflitto secondo una logica di lungo periodo, concentrando gli attacchi su Israele e dimostrando una capacità di resistenza superiore alle aspettative. I raid contro obiettivi sensibili, come l’area di Dimona, mettono in discussione l’efficacia dei sistemi di difesa occidentali e alimentano la percezione di una guerra destinata a prolungarsi. Parallelamente, Teheran mantiene un controllo strategico delle rotte marittime, consentendo il transito selettivo a paesi come Cina e India e utilizzando questa leva per sostenere lo sforzo bellico. Sul piano militare, emerge la difficoltà di una soluzione rapida: un’invasione terrestre dell’Iran appare impraticabile, mentre si ipotizzano operazioni limitate per il controllo di punti chiave nello Stretto. Anche il fronte libanese resta altamente instabile, con Hezbollah ancora in grado di resistere e infliggere perdite, smentendo la narrativa di un rapido sfondamento israeliano. La crisi coinvolge anche l’Europa e l’Italia, già esposte sul piano logistico e militare e potenzialmente trascinate in un conflitto più ampio, soprattutto in caso di escalation nel Libano meridionale dove è presente il contingente ONU. Nel frattempo, si moltiplicano le tensioni all’interno del blocco occidentale e della NATO, mentre il rapporto tra Washington e Tel Aviv mostra segni di frizione. Il quadro complessivo che emerge è quello di una guerra che non solo resiste ai tentativi di contenimento, ma tende ad allargarsi e a ridefinire gli equilibri regionali e globali, con il rischio concreto di trasformarsi in un conflitto sistemico.