Marx ed Engels si erano occupati, in modo peraltro molto sporadico, della questione della transizione dalla società socialista alla società comunista. Non a caso sono i fondatori del socialismo scientifico. Non è possibile prevedere il futuro, in quanto non possiamo arrogarci il diritto di stabilire oggi cosa dovranno fare gli altri domani, in uno scenario necessariamente unico e solo parzialmente prevedibile. La necessità di distinguersi dal precedente socialismo utopistico, porta Marx a sostenere che non ha senso prescrivere il menù per l’osteria dell’avvenire. Prima si fa la rivoluzione sociale, quindi si fonda l’osteria. Soltanto, in seguito, ci si preoccupa del menù del giorno. Alla fine, Marx ed Engels sono stati costretti a scrivere sulla transizione al comunismo, ma solo in senso negativo, per criticare le concezioni del socialismo utopistico. In altri termini, hanno cercato di chiarire non tanto come deve essere, ma che cosa, certamente, non potrà essere la società comunista. In modo esemplare hanno spiegato che la transizione al comunismo non va confusa con la socializzazione della miseria, cioè con una mera redistribuzione equa delle ricchezze esistenti.
Che si trattasse di un punto fondamentale, nella progettazione dell’osteria dell’avvenire, lo dimostrerà la storia dei paesi governati dai comunisti dopo la rivoluzione. Generalmente, infatti, si è caduti proprio in questo tipico errore di socializzare, cioè di dividere equamente fra i consumatori il poco che si ha e si riesce a produrre. Ciò non poteva, alla lunga, che favorire la transizione al capitalismo, in quanto la popolazione non poteva essere soddisfatta dalla socializzazione della miseria.
Marx ed Engels avevano cercato di chiarire cosa non potrà essere la transizione fra socialismo e comunismo, in quanto non potevano prevedere che la rivoluzione e il successivo governo comunista sarebbe avvenuto esclusivamente in paesi economicamente molto arretrati, dove non c’erano le condizioni oggettive per il superamento dialettico della società capitalista. Nella maggioranza dei casi questa società ancora non c’era neanche mai stata, nella minoranza non aveva ancora offerto tutto ciò di buono che avrebbe potuto garantire.
In realtà Marx aveva già compreso che non poteva essere necessario che la società socialista si sviluppasse sul terreno più propizio, cioè a partire dalla crisi strutturale e irreversibile del modo di produzione capitalistico. Aveva già allora intuito che in paesi come la Russia, in cui il proletariato era costituito da contadini rimasti fondamentalmente a una forma di comunismo primitivo, sarebbe stato possibile passare direttamente a cercare di costruire, dopo una rivoluzione, una società socialista.
Seguendo l’indirizzo dei padri del socialismo scientifico, chi ne ha seguito le orme è stato ancora più restio nel progettare menù per l’osteria dell’avvenire.
La svolta c’è stata quando Lenin si rese conto che in Russia, dopo la rivoluzione borghese, non solo i partiti borghesi, ma anche quelli socialisti utopisti o socialisti centristi (menscevichi) non erano in grado di sviluppare il modo di produzione capitalista e stavano portando il paese alla rovina, tanto da favorire le forze della restaurazione zarista.
Da qui la svolta decisiva nella storia del marxismo, cioè che in tali condizioni si può passare direttamente alla rivoluzione socialista, con lo scopo di favorire lo sviluppo della rivoluzione nei paesi a capitalismo maturo, in cui sarebbe stato possibile costruire la società socialista. Si trattava, dunque, in quella situazione straordinaria, di rompere la catena degli Stati imperialisti nell’anello più debole, per favorire la rottura degli anelli più forti, dove c’erano, però, le condizioni adatte alla realizzazione della società socialista.
Come è noto la rivoluzione nei paesi a capitalismo maturo, non ha avuto successo, perché si è creduto di poter applicare in modo meccanicistico la tattica applicata con successo in Russia. Così il fallimento della rivoluzione socialista aveva favorito le forze della controrivoluzione che avevano imposto il totalitarismo fascista.
A quel punto, dopo gli anni tragici del Comunismo di guerra, ci si pone la questione del che fare nella Federazione delle Repubbliche socialiste sovietiche. I rossi avevano vinto, ma il paese era alla fame. Lenin comprende che l’unico modo per poter andare avanti, era tornare indietro, cioè restaurare un sistema misto, dando spazio alle piccole imprese locali e agli investimenti esteri.
La sinistra comunista e marxista denuncerà la Nep come una restaurazione del capitalismo. Invece di proseguire nella transizione al comunismo, si sarebbe passati a costruire un capitalismo di Stato.
Lenin si rende conto che in quella situazione già riuscire a costruire una forma di capitalismo di Stato sarebbe stato un successo, visto che si era creato, in realtà un sistema misto, con una miriade di piccole imprese contadine e investimenti di capitali stranieri.
Lenin, inoltre, comprende che in un paese come l’Urss, in cui non vi erano le condizioni per sviluppare la transizione al comunismo, era necessario cercare di pianificare la transizione a un capitalismo di Stato. Solo nel momento in cui si sarebbe realizzato il capitalismo di Stato, sarebbe stato possibile pianificare, non in modo utopistico, la transizione non al comunismo, ma al socialismo.
A proposito di quest’ultima Lenin, per non cadere nell’utopismo del prescrivere ricette per l’osteria dell’avvenire, si limita a criticare le concezioni utopiste della società socialista. A tal proposito, insistendo sul fatto che non si può, al solito, prendere la scorciatoia della socializzazione della miseria, arriva a definire il socialismo l’elettrificazione più i soviet. Cioè si trattava, in primo luogo, di rendere possibile un grande sviluppo delle forze produttive e, al contempo, si sarebbero dovute sperimentare forme di democrazia socialista sovietica, cioè di democrazia diretta proletaria e consiliare.
Purtroppo, di lì a poco, Lenin si ammalò gravemente e poi morì. La democrazia socialista sovietica non fu sperimentata a causa, come chiarito già da Losurdo, di un pernicioso mix di utopismo e stato di eccezione. Quest’ultimo, imposto dallo stato di assedio e dalla guerra prima calda e poi fredda da parte di quasi tutti i paesi imperialisti, aveva fatto ritenere, al gruppo dirigente dei rossi, che non ci fosse lo spazio non solo per costruire la democrazia sovietica, ma nemmeno per uno Stato di diritto socialista. Da un lato si credeva, infatti, che comportando il comunismo il superamento dello Stato non si poteva preoccuparsi della fondazione dello Stato di diritto. Dall’altra si riteneva che in uno stato costante di assedio non si potesse sviluppare la democrazia, visto che la guerra ne costituisce l’antitesi.
A complicare le cose ci fu il primo grave prodotto di questo diabolico mix di utopismo e stato di assedio, cioè ben presto il paese governato dai comunisti produsse l’opposto del suo obiettivo, non solo non costruì una democrazia socialista, ma addirittura si vide più o meno costretta a creare un regime a partito unico, dal momento che quasi tutti i partiti, schierati contro la società nata dall’Ottobre, erano passati all’opposizione, ma subito dopo, nella guerra civile, erano stati a torto o a ragione assimilati a nemici della patria, in quanto facevano il gioco della controrivoluzione e degli imperialisti stranieri che avevano invaso il paese. Poco dopo anche il Socialismo rivoluzionario di sinistra, anarchico rivoluzionario, non solo passerà all’opposizione, ma praticherà una lotta violenta, secondo la sua impostazione nichilista, contro il governo comunista, che prevedeva l’uso del terrorismo.
Come se non bastasse, di nuovo il mix fra utopismo e stato di eccezione produsse una spaccatura insanabile all’interno del partito unico rivoluzionario di governo, che portò la minoranza di sinistra a non accettare le decisioni della maggioranza, bollata come traditrice e totalitaria, in quanto invece di dare il potere agli sfruttati, aveva realizzato una propria dittatura sulla stessa classe operaia. Anche la maggioranza non riuscì a valorizzare le critiche della minoranza, per cui si arrivò addirittura a uno scontro armato. Perciò, ancora una volta nella storia, si arrivò al paradosso di una rivoluzione che divora i propri figli.
Si giunse, così, alla misura ancora più totalitaria di vietare la democrazia interna dello stesso partito unico, proibendo la formazione di correnti, cioè di minoranze organizzate. Naturalmente si sarebbe dovuto trattare di una misura eccezionale, da eliminare il prima possibile. Ma di nuovo il mix di utopismo e stato di eccezione portò alla sciagura di confondere il governo rivoluzionario dei comunisti, con uno Stato totalitario, a partito unico e privato della stessa democrazia interna. Il centralismo democratico sarà così ridotto alla sua caricatura, cioè al centralismo burocratico. Tutto ciò è ancora oggi devastante perché, naturalmente, la grande maggioranza non politicizzata non ritiene preferibile un regime in cui sia bandita persino la democrazia all’interno del partito unico.
Dovendo scegliere fra una sedicente liberal-democrazia – che maschera la dittatura democratica della borghesia (egemonizzata dal capitale finanziario transnazionale) – e un sistema misto (che dovrebbe portare a un capitalismo di stato, totalitario, in quanto caratterizzato dalla dittatura della maggioranza del partito unico comunista) la maggioranza, tendenzialmente, non vuole rischiare di realizzare una rivoluzione per dei risultati tanto modesti.
Peraltro, con il passare del tempo, anche la transizione al capitalismo di Stato è stata di fatto abbandonata, dalla maggioranza dei partiti comunisti che esercitano la dittatura, per cui si è giunti a un sistema misto in cui, tendenzialmente, si sta producendo una transizione al capitalismo tradizionale.