Marx: dalla crisi alla Rivoluzione

Concludiamo questa esposizione dei concetti fondamentali de Il capitale con la teoria della necessaria crisi


Marx: dalla crisi alla Rivoluzione

di Renato Caputo

Concludiamo questa esposizione dei concetti fondamentali de Il capitale con la teoria della necessaria crisi del modo di produzione capitalistico, quanto mai oggi sotto gli occhi di tutti. Ciò ci impone una risoluzione: batterci per un modo più razionale di produzione o divenire complici del tramonto della civiltà

segue da parte III


La contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione genera la crisi

Se nelle imprese capitaliste la produzione è organizzata in modo molto gerarchico, a dominare è l’anarchia della produzione, dal momento che gli investimenti seguono la logica particolaristica del profitto che favorisce le crisi di sovrapproduzione, con conseguente distruzione delle forze produttive non vendibili con profitto, aumento della disoccupazione e diminuzione dei salari.

Tanto più che, non solo il mercato capitalistico non è in grado di risolvere le contraddizioni del sistema produttivo, ma i limiti strutturali di quest’ultimo emergono nel modo più evidente con crisi cicliche di sempre maggiore portata. Tali crisi fanno emergere i limiti oggettivi dell’espansione di un sistema in cui le forze produttive sono sollecitate a una continua crescita che entra progressivamente in contraddizione con rapporti di produzione in cui la proprietà è sempre più monopolizzata da pochi centri finanziari transnazionali.


La caduta tendenziale del saggio del profitto

La dinamica paradossale della crisi del modo di produzione capitalistico – non dettata come negli altri modi di produzione da una produzione che non è in grado di soddisfare i bisogni reali, ma dalla sovrapproduzione di capitali e, quindi, di merci – è determinata dalla caduta tendenziale del saggio, del tasso del profitto. La produzione – mossa dall’incessante sete di profitto e dalla necessità di vincere una spaventosa concorrenza – tende a svilupparsi in modo illimitato, anche perché con il necessario aumento della composizione organica del capitale, con il prevalere del lavoro morto delle macchine sul lavoro vivo dei salariati, si accresce in modo esponenziale la quantità di merci da vendere per poter realizzare lo stesso profitto garantito in precedenza da una più bassa composizione organica. Infatti, il valore aggiunto dal lavoro umano incarnato in ogni merce e, quindi, il plusvalore e di conseguenza il profitto diminuiranno con l’aumento degli investimenti in capitale costante, ossia nelle macchine, in grado unicamente di riprodurre il proprio valore. La necessità di vendere un numero sempre maggiore di merci urta con il limite oggettivo – dati gli attuali rapporti di produzione – della domanda pagante in grado di garantire un certo profitto, anche perché al contempo cala il potere di acquisto della massa dei lavoratori, dato che gli effetti della crisi sono scaricati verso il basso. In altri termini gli effetti nefasti della crisi prodotti dai grandi finanzieri, alla guida di un modo di produzione sempre più irrazionale, colpiscono in misura crescente le classi sociali subalterne in termini di salario e di diritti. Sia ha così il paradosso per cui sempre più merci restano invendute e devono essere distrutte, per far crescere nuovamente il prezzo delle restanti merci, mentre sempre più bisogni della maggioranza dell’umanità restano insoddisfatti. Allo stesso modo la crisi prodotta dalla sete di profitto di un’infima minoranza colpisce la grande maggioranza del tutto “innocente”, consentendo ai grandi pescecani – che in tempi di crisi divorano i piccoli, ovvero il ceto medio in via di estinzione – di accrescere la parte di ricchezza sociale da loro usurpata alla crescente massa dei produttori, dei sottoccupati e dei disoccupati, funzionali a tenere sempre al minimo i salari.


Soluzioni temporanee alla crisi

Tali crisi strutturali del modo di produzione capitalistico possono essere tamponate con la produzione di merci di lusso, le speculazioni finanziarie (attraverso cui i grandi investitori si appropriano, grazie alla maggiori informazioni di cui dispongono, dei risparmi dei piccoli investitori), l’espansione dei mercati (anche se in questo caso c’è un limite oggettivo) e la centralizzazione dei capitali (visto che i grandi inglobano i piccoli), in tal modo aumenta la polarizzazione della ricchezza, aumenta la composizione organica con le ristrutturazioni che accrescono l’esercito industriale di riserva, aumentano i ritmi e gli orari di lavoro, diminuisce lo stipendio nella sua forma diretta, indiretta (il cosiddetto welfare) e differita (pensioni e liquidazioni). L’occupazione si precarizza, la forza lavoro deve divenire sempre più flessibile, ovvero disponibile alle esigenze di massimizzare i profitti, rinunciando sempre più a diritti e tutele democratiche nei luoghi di lavoro conquistati in decenni di durissimi conflitti sociali. I capitali, le ricchezze sovraprodotte devono essere distrutti con terribili attacchi speculativi, che scaricano sui ceti sociali e le nazioni più deboli i nefasti effetti della crisi prodotte dai più forti, e/o con crescenti conflitti militare, che hanno spinto lo stesso papa a denunciare un terzo conflitto mondiale parcellizzato in tanti conflitti regionali, visto che una terza guerra mondiale in forme classiche rischierebbe di eliminare quella massa di subalterni indispensabile per garantire i profitti.


Socialismo o barbarie?

Tutti questi tentativi di arginare la crisi si rivelano essere dei puri e semplici palliativi, alle lunghe addirittura controproducenti, in quanto anche quando arrivano a rilanciare la produzione – e non soltanto a scaricare gli effetti della crisi sui più deboli – con una composizione organica ancora superiore, preparano crisi ancora più estese. Quindi, è il capitalismo stesso a generare la propria negazione, che può significare o l’opportunità di costruire un differente modo di produzione in grado di superarne le contraddizioni, mediante la socializzazione delle forze produttive, o una crescente crisi di civiltà. Quest’ultima rischia di far precipitare l’intera società in uno spaventoso regresso materiale e spirituale, dai limiti temporali indefiniti, come quello che si è prodotto con la fine del mondo antico. Unica alternativa a questo spaventoso regresso storico e culturale, che potrebbe addirittura portare, vista la crescente irrazionalità del modo di produzione capitalistico, a mettere a rischio la stessa vita sulla terra, è una soluzione progressiva come quella che ha portato a superare le contraddizioni insanabili nell’Ancien Régime con la realizzazione di un modo di produzione più razionale, in grado di liberare le forze produttive consentendo un eccezionale sviluppo della ricchezza delle nazioni, con la rivoluzione industriale, a cui deve accompagnarsi un altrettanto sostanziale rivolgimento economico, sociale e politico della portata della Rivoluzione francese, che accresca in misura altrettanto eccezionale la capacità di autodeterminarsi dei popoli e degli individui. Ciò sarà possibile attraverso una grande rivoluzione che consentirà di avviare latransizione al socialismo, con il fine di socializzare i mezzi di produzione e di riproduzione della forza-lavoro espropriando chi li deteneva in modo monopolistico, condannando l’intera società a una crescente crisi. Tale rivoluzione nella struttura socio-economica andrà di pari passo con una rivoluzione sovrastrutturale con cui la direzione della società passerà da una élite, al servizio degli oligarchi, a una reale democrazia diretta, con una crescente partecipazione delle masse alle grandi decisioni.

La Critica del programma di Gotha

D’altra parte Marx – in quanto esponente di quel socialismo scientifico che ha superato il precedente socialismo utopistico – è decisamente restio a stabilire apriori le forme che dovrà assumere la transizione a una società socialista e poi comunista. Azzardare previsioni è sempre rischioso in quanto è impossibile prevedere come si comporteranno gli innumerevoli individui che autodetermineranno liberamente, in modo più o meno cosciente il proprio destino. Del resto come è assurdo pretendere di imparare a nuotare senza prima gettarsi nell’acqua, decisamente anti-economico è offrire ricette per l’osteria dell’avvenire. Prima occorre superare in modo rivoluzionario l’attuale modo di produzione divenuto irrazionale, poi l’umanità, dinanzi alle nuove sfide, impegnerà le proprie energie a individuare soluzioni inevitabilmente inedite e difficilmente prevedibili.

Così, mentre Il capitale si limita alla critica del modo capitalistico di produzione, è solo l’esigenza storica di rispondere alle amenità del programma elaborato dalla nascitura socialdemocrazia tedesca – in cui i socialisti si erano fusi con i democratici seguaci di Lassalle – a spingere Marx a lasciare qualche significativa indicazione in proposito. Dunque, nella Critica del programma di Gotha (1875), Marx sottolinea che il socialismo non può essere considerato – secondo l’accezione volgare che mira a una semplice più equa redistribuzione delle ricchezze – una socializzazione della miseria. Per uscire dalla crisi e dalla penuria che opprime la maggioranza dell’umanità non è sufficiente togliere ai ricchi il superfluo, permettendo così ai dannati della terra di sopravvivere, poniamo, non con uno ma con due dollari al giorno, ma implica lo sviluppo di un modo di produzione radicalmente differente, anche perché è proprio il modo capitalistico di produzione a rendere indispensabile una distribuzione sempre più ineguale delle ricchezze. Solo così sarà possibile un grande sviluppo delle forze produttive, una razionalizzazione dell’organizzazione sociale del lavoro, una pianificazione della produzione il più possibile a livello internazionale, che consentirà un eccezionale sviluppo della ricchezza sociale, una drastica riduzione dell’orario di lavoro, una democrazia diretta a partire dai luoghi di lavoro. Sarà così possibile passare da una società dove la ricchezza e il potere politico si concentrano nelle mani di chi non lavora e sfrutta il lavoro altrui, a una società in cui le ricchezze e il potere politico saranno proporzionate al contributo offerto dai singoli individui allo sviluppo sociale.

In tal modo in una società dove i mezzi di produzione e riproduzione della forza lavoro saranno patrimonio sociale, in cui la società civile sarà progressivamente in grado di auto-gestirsi, diverranno sempre meno necessarie le strutture repressive dello Stato. Quest’ultimo, anziché costituirsi come strumento di dominio esterno sulla società civile, tenderà progressivamente a sintetizzarsi con essa, dal momento che lo sfruttamento del lavoro altrui sarà bandito, non vi saranno più classi dominanti, la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro e il miglioramento del tenore di vita, oltre che la progressiva formazione della popolazione ai nuovi costumi, renderà gli individui e i popoli sempre più capaci di autodeterminarsi. La libertà del prossimo non sarà più vista come un limite negativo della propria libertà, ma un presupposto indispensabile alla propria reale libertà in una società in cui non si avrà più bisogno di eroi. In tal modo si potrà superare la stessa concezione meritocratica della giustizia, per cui ognuno riceverà sulla base del suo contributo allo sviluppo sociale, per giungere a realizzare l’ideale comunista per cui ognuno contribuirà secondo le sue possibilità e potenzialità allo sviluppo collettivo e riceverà in proporzione ai propri peculiari bisogni. Un uomo giovane e forte produrrà di più e necessiterà di meno per soddisfare i propri bisogni dello stesso uomo una volta divenuto vecchio e malato, dunque meno in grado di contribuire allo sviluppo sociale.


La transizione al socialismo e la dittatura democratica del proletariato

D’altra parte Marx è consapevole che solo in casi eccezionali, ad esempio in paesi in cui gli organismi repressivi dello Stato – in quanto tale sempre strumento del dominio di classe, siano ridotti al minimo – sarà possibile una transizione indolore e pacifica. Per quanto fondati su una logica sempre più irrazionale e antisociale, chi gode dei privilegi concessi dal modo capitalistico di produzione, in cui la ricchezza di pochi è sempre più funzione della povertà dei molti, difficilmente sarà disponibile a rinunziarvi spontaneamente. In altri termini difficilmente accetterà il piano democratico del dialogo fondato sulla ragione sociale, ma vi contrapporrà la legge della giungla, dove è il più forte che impone con la violenza la propria volontà di potenza al più debole. Tanto più che lo Stato, considerato da Marx ed Engels un organismo al servizio della classe dominante, il dominio dell’alta borghesia oltre che economico è anche politico e militare. Perciò i subalterni, per rovesciare il potere al servizio di privilegi tanto irrazionali, quanto generalmente imposti con la violenza, dovranno essere nelle condizioni di non venire sopraffatti dalla risposta violenta alla loro richiesta razionale di socializzare i mezzi di produzione e di democratizzare la macchina dello Stato. Anzi, proprio perché quest’ultima non può che essere diretta da una sola classe, dovranno sostituire la propria direzione alla direzione borghese. Dunque la democrazia fra il blocco sociale borghese, funzionale al proprio dominio, alla dittatura di classe sul lavoro subordinato, dovrà esser sostituito dalla democrazia dei subalterni, funzionale all’espropriazione progressiva degli espropriatori e a impedire la restaurazione, con la violenza, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Solo allora la macchina oppressiva dello Stato si potrà trasformare in una semplice amministrazione della società. Ma ciò non sarà realizzabile in modo immediato e, quindi, violento, come pretendono gli anarchici, o per decreto come pretendono i dottrinari utopisti, ma richiederà un grande sforzo pedagogico che si svilupperà lungo un’intera epoca storica, per formare l’uomo nuovo in grado di autodeterminarsi e la nuova società in grado di autogestirsi al di fuori di ogni logica oppressiva improntata alla dialettica servo-padrone.

16/07/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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