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La filosofia politica del rinascimento: il realismo di Machiavelli

Versione scritta, ampliata e corretta, della prima parte della relazione introduttiva al quinto incontro del corso di storia e filosofia: “Controstoria del Rinascimento in una prospettiva marxista”, tenuto all’Università popolare Antonio Gramsci.


La filosofia politica del rinascimento: il realismo di Machiavelli

Introduzione

Vi è indubbiamente stato anche un rinascimento dal punto di vista politico, in quanto nel corso di questa rivoluzione culturale del XVI secolo si è mirato a trasformare radicalmente non solo l’idea di uomo in quanto individuo singolo, ma altresì all’interno della sua vita sociale, cioè all’interno dei rapporti di produzione in cui è inserito. Anche in tal caso vi è la tensione, tipica di questa rivoluzione culturale, di risalire alle radici. Da un lato nella forma tradizionale della riscoperta del mondo classico da contrapporre, come modello idealizzato in senso rivoluzionario, al mondo medioevale che si intende rovesciare. Dall’altro lato come ritorno al fondamento stabile e universale di ogni società umana, alla sua base naturale e, quindi, razionale, al suo concetto. Questa ultima forma è quella propriamente rivoluzionaria, mentre la prima impostazione è quella che ha consentito di strumentalizzare la cultura umanistica per normalizzare la portata potenzialmente rivoluzionaria della cultura rinascimentale. Al punto di rovesciarla nel suo contrario, in quella rivoluzione passiva, funzionale al dominio altrettanto classista dell’ex ceto medio borghese, che ha bisogno di una cultura elitaria di tipo umanistico per giustificare la subalternità di quei lavoratori manuali che sfrutta, in quanto non sono all’altezza di poter intendere la raffinatezza della sedicente rivoluzione culturale borghese.

Sulla base di questa duplice modalità del risalire alla radice della questione che si affronta, questione necessariamente complessa e, dunque, in se stessa contraddittoria, abbiamo le due direzioni principali e, quindi, opposte della filosofia politica Rinascimentale: la tendenza storicista e quella giusnaturalista. Quest’ultima, in particolare, è sorta nell’ambito dello stoicismo antico e, in seguito, è stata declinata in senso teologico lungo tutto il medioevo. In contrapposizione a questa impostazione, nel Rinascimento il giusnaturalismo è laicizzato, in quanto il diritto naturale viene fatto coincidere con lo stesso dettato della ragione, che è l’aspetto divino dell’uomo.

  1. Machiavelli

Al contrario di grandi filosofi politici utopisti del Rinascimento come Moro o Campanella, Machiavelli è un grande pensatore realista. Non a caso Machiavelli è considerato il fondatore della scienza politica moderna, in quanto libera la politica da ogni forma di subordinazione alla religione e alla morale, oltre che da ogni utopismo. Tanto più che Machiavelli ha una concezione realisticamente pessimista dal punto di vista antropologico, ossia è contrario a ogni idealizzazione dell’uomo e a ogni impostazione fondata sul dover essere. Al contrario, si deve a suo avviso partire realisticamente dall’essere, cioè dal dato di fatto che l’uomo non può che essere un animale come gli altri e, quindi, per natura è necessariamente animato innanzitutto dall’istinto di sopravvivenza e dalla ricerca della felicità, Questo lo conduce a essere naturalmente portato a sviluppa una attitudine individualista, a ragionare in primis sulla base del proprio utile personale e a essere, perciò, per così dire egoista. Naturalmente in questo caso Machiavelli, come un po’ tutti i filosofi che appartenevano alla borghesia, alla classe universale di quel mondo storico, tende a naturalizzare l’uomo quale espressione della sua classe sociale, dal momento che allora questo ceto sociale emancipando se stesso dava un contributo indispensabile all’emancipazione dell’intera umanità dai limiti di un mondo feudale ormai storicamente superato, che sopravviveva in uno stato putrescente, impedendo alla civiltà umana ogni ulteriore sviluppo.

Il principe

La sua opera più importante, da questo punto di vista radicalmente realista, è Il principe, un saggio composto nel 1513. Machiavelli parte considerando, senza farsi illusioni, la tragica situazione che vive il suo paese, suddiviso in tanti piccoli Stati regionali (le Signorie) e, perciò, sempre più spesso sotto il dominio straniero. L’Italia che era stata protagonista della civiltà Comunale e della rivoluzione culturale prima Umanista e poi Rinascimentale era precipitata in una situazione politica di grave arretratezza rispetto ad altri grandi paesi europei che si stavano sviluppando in senso moderno. In effetti Machiavelli comprende che, sebbene in nuce, essi si muovevano nella direzione dei futuri Stati nazionali (borghesi). Machiavelli ha presente gli esempi storici del Portogallo, della Francia, della Spagna e dell’Inghilterra, cioè di quei paesi che, per muovere verso questo modello allora futuribile e ideale di Stato, sono dovuti passare attraverso l’assolutismo monarchico che ha sottomesso al suo potere le tendenze allo smembramento feudale portate avanti dalla classe dominante degli aristocratici.

La giustezza del fine necessita i mezzi indispensabili alla sua realizzazione

Machiavelli muove dall’interrogativo: come si deve comportare il politico nel senso più alto del termine, cioè il rivoluzionario che allora aveva la grande ambizione di fondare il nuovo Stato moderno (borghese), giovandosi delle esperienze storiche che andavano in quella direzione, che abbiamo sopra richiamato. Al di là delle peculiarità storiche, il vero politico, il rivoluzionario deve, innanzitutto, individuare e utilizzare tutti i mezzi necessari a questo elevatissimo scopo, che è il più alto a cui un uomo politico possa aspirare. Ma questa massima universale per non rimanere astratta si deve poi sempre determinare, singolarizzare, tenendo sempre presente, nel modo più realistico, una situazione estremamente complessa e tragica che viveva il suo paese in quel fatidico momento storico. Proprio perciò l’agire del politico per antonomasia, il fondatore dello Stato del futuro, non può essere imbrigliato da astratte norme morali, etiche o religiose La morale del più autentico politico, come chiarirà Lenin, mirando a esplicitare proprio il ragionamento di Machiavelli, è esclusivamente intrinseca a quella specifica prassi rivoluzionaria indispensabile per realizzare questa eccelsa ambizione. Dunque, vi è un unico fine che può essere considerato realisticamente rivoluzionario in quella decisiva fase storica di transizione fra due modi di produzione: fondare uno Stato moderno (borghese). Dunque, è solo questo l’imperativo categorico del vero politico, l’unico che ha una sua morale intrinseca, proprio in quanto rivoluzionaria rispetto a quel contesto storico e sociale. Al contrario gli interpreti reazionari stravolgono completamente il pensiero di Machiavelli sostenendo che per quest’ultimo il fine, qualunque fine politico, giustifichi i mezzi per la sua realizzazione. Quindi anche Hitler, per realizzare il suo Stato nazista, non poteva che compiere tutte le spaventose azioni che ha prodotto. Per attualizzare potremmo anche dire che il fondamentalista che intende realizzare lo Stato islamico non può che essere del tutto legittimato a utilizzare quei mezzi, anche spaventosamente terroristici, di cui si serve. Come chi vuole portare a termine il genocidio del popolo palestinese sarebbe pienamente giustificato nell’utilizzare i terrificanti strumenti di cui si serve.

Al contrario per Machiavelli, soltanto sulla base del fine più elevato, rivoluzionare lo Stato attuale per creare lo Stato universalmente superiore del futuro, è indispensabile (mediante l’analisi più spietatamente realista) determinare tutti i mezzi necessari alla sua attuazione, che sono perciò irrinunciabili. Dunque non ha senso sostenere che si vuole essere un vero politico, realizzare una rivoluzione per creare lo Stato del futuro in grado di risolvere le contraddizioni dello Stato attuale, se poi si ha paura di praticare i mezzi necessari a realizzare questa alta ambizione.

La Mandragola quale allegoria del Principe

Le virtù necessarie al principe per realizzare tale obiettivo eminentemente rivoluzionario sono magistralmente esemplificate da Machiavelli in una geniale opera teatrale: La mandragola, una “commedia” a tal punto perfetta, da rivoluzionare il suo stesso genere, superandone i limiti strutturali. L’apparente protagonista della Mandragola Callimaco – mentre il reale protagonista è Ligurio in quanto la dialettica servo-padrone non può che rovesciarsi, nel senso che alla fine si scopre che è il padrone a dipendere dal servo e non viceversa – può esser considerato, mutati mutandis, in analogia al politico in grado di realizzare il proprio concetto, cioè il rivoluzionario. Anche Callimaco ha un obiettivo “rivoluzionario” ben definito, anche se tradotto in termini da commedia, cioè conquistare la donna che meglio corrisponde al concetto di bella donna: Lucrezia. A tale scopo, sebbene sia mosso da una grande passione, anche se necessariamente diversa dalla passione politica del Principe, deve partire esattamente come il politico rivoluzionario da un’analisi il più possibile spietata della situazione di partenza. Se non si hanno ben chiari tutti gli enormi problemi da superare per realizzare l’obiettivo rivoluzionario non solo non lo si potrebbe praticare, ma non avrebbe nemmeno senso (in quanto c’è bisogno di una rivoluzione proprio perché è l’unico modo per sciogliere le contraddizioni altrimenti inestricabili proprie dell’esistente). Nel caso specifico – esemplare proprio perché comicamente ci permette di comprendere nel modo più semplice e immediato un concetto di filosofia politica di non facile delucidazione – Lucrezia è non solo la donna più bella, ma è anche sposata e, per giunta, profondamente religiosa. Quindi non tradirebbe mai il marito e, di conseguenza, conquistarla sarà un’opera realmente rivoluzionaria e di conseguenza estremamente complessa.

Segue nel prossimo numero.

20/08/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo
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