- Il platonismo rinascimentale
Con l’Umanesimo si riscopre Platone e nelle accademie, in particolare nell’accademia fiorentina fondata da Marsilio Ficino, si sviluppa il platonismo rinascimentale. Platone è considerato il più artista tra i filosofi e l’antagonista di Aristotele e dell’odiata scolastica, ancora ideologia dominante nelle università. Di contro al filosofare chiuso di Aristotele, con il suo filosofare aperto e problematico Platone favorisce l’espressione delle inquietudini dell’uomo in una fase di transizione dal mondo feudale a quello moderno. Platone e Plotino appaiono inoltre i filosofi maggiormente in grado di favorire questo ambizioso tentativo di riforma religiosa, volto a non lasciare questo potente strumento di egemonia nelle mani dell’aristocrazia, riappropriandosene in senso critico.
Le ragioni storiche dell’interesse per il platonismo
Nel medioevo si conoscevano in Europa solo il Menone, il Fedone e il Timeo. L’interesse per Platone si sviluppa con il Concilio di Firenze per l’unificazione della chiesa latina e greca e, in seguito, con la caduta di Costantinopoli (1453), quando tanti intellettuali greci giungono in Italia con i loro manoscritti, fra cui i dialoghi platonici, che saranno tradotti da Bruni e Ficino.
Il platonismo è interpretato nel Rinascimento attraverso il neoplatonismo, l’orfismo, l’ermetismo (dallo pseudo Ermete Trismegisto) sempre in funzione di una riforma dell’ideologia religiosa dominante.
- L’aristotelismo rinascimentale
Nelle università fiorisce l’aristotelismo rinascimentale. Il centro dell’aristotelismo era Padova, dove si studia Aristotele con il commento di Averroè dal XIII secolo. Nel Quattrocento si intende tornare al vero Aristotele, differente da quello normalizzato dalla scolastica. Si traducono in modo filologicamente più corretto gli originali e ci si serve dei commentatori più antichi come Alessandro di Afrodisia e Simplicio. In tal modo ci si contrappone a tutti gli sforzi della scolastica di normalizzare Aristotele, cristianizzandolo.
Averroismi e alessandrinismi
Gli averroisti sostengono l’esistenza di un unico intelletto separato, immortale, mentre l’individuo concreto è mortale. Gli alessandrini negano anche l’esistenza di un intelletto separato, visto che per loro nulla sopravvive al corpo. La posizione di questi ultimi è ancora più antitetica di quella dei primi nei riguardi dell’ideologia religiosa allora dominante.
Punti di incontro delle diverse scuole aristoteliche
Averroisti e Alessandrini avevano una mentalità naturalistico-razionalista, che vedeva nella natura l’oggetto privilegiato della filosofia e nella razionale l’unico metodo di ricerca scientifica, avvicinando così la filosofia alla scienza. È la prospettiva della ragione contemplativa rinascimentale che muove nella direzione della rivoluzione scientifica. Entrambi erano sensibili al tema umanista della dignità dell’uomo e si occupano di gnoseologia affrontando il problema dell’anima. Inoltre condividono la separazione di fede e ragione secondo la teoria della doppia verità. Per cui ciò che è vero in filosofia può essere falso dal punto di vista religioso. Tale ideologia era allora indispensabile per cercare di sfuggire alle persecuzioni che colpivano ogni forma di libero pensiero.
Importanza e limiti dell’aristotelismo rinascimentale
Nonostante abbia contribuito a reindirizzare la ricerca filosofica sulla natura e ha difeso i diritti della ragione quale strumento della filosofia e della scienza, l'aristotelismo rinascimentale dei limiti storici, come la spiegazione della realtà tramite la fisica di Aristotele, rimanendo legato a una concezione qualitativa e finalistica del mondo. Anche l’appello alla ragione e ai fatti rimane comunque legato all’ipse dixit aristotelico. Siamo ancora in una fase di transizione e la rivoluzione culturale è sempre a rischio di divenire una rivoluzione passiva.
- La disputa fra platonici e aristotelici rinascimentali
La polemica è aperta dal dotto bizantino Pletone che aveva contrapposto Platone ad Aristotele. Di contro Bessarione, un altro dotto bizantino convertito al cattolicesimo, ha cercato invece di dimostrare l'accordo di fondo tra le due filosofie.
L'antagonismo fra platonici e aristotelici rinascimentali era dovuto a interessi culturali diversi: i primi miravano, a partire da Platone, a sintetizzare la cultura antica in funzione di una riforma religiosa in contrasto con la tradizionale concezione cristiana, mentre gli aristotelici puntavano alla ricerca razionale e a una filosofia che si occupasse essenzialmente della natura, con una prospettiva più scientifica e agnostica.
- I protagonisti della disputa:
4.1 Cusano e la nascita della dialettica moderna
Cusano è stato il più significativo filosofo dell’età umanistica, che ha dato, in primo luogo, un contributo fondamentale all’elaborazione moderna della dialettica. La sua filosofia, basata su solide fondamenta scientifiche e speculative, ha sviluppato la dialettica platonica tra l'uno e i molti e ha approfondito il concetto di "coincidenza degli opposti", fondamentale per il pensiero dialettico moderno.
Nato nel 1401 in Germania a Cues, da cui il nome di Cusanus, Nicolaus Krebs si forma in un ambiente segnato dal magistero del più significativo mistico tedesco dell’epoca: Meister Eckart. Completa in suoi studi a Heidelberg, principale università tedesca, e perfeziona la sua formazione a Padova, università della Repubblica di Venezia, dove matura i propri interessi scientifici che coltiverà per tutta la vita superando i limiti del misticismo e dello stesso Umanesimo. Del resto nonostante la sua adesione alla rivoluzione culturale umanista, i suoi interessi speculativi lo portano a seguire la carriera ecclesiastica che culmina con la carica di Vescovo di Bressanone, che gli permette di realizzare il suo aspirare a una vita attiva, politicamente impegnata nel proprio mondo storico. Da questo punto di vista è stato protagonista della disputa fra papisti e conciliaristi e si è battuto in particolare contro le divisioni religiose fra gli uomini. A tal proposito, dando scarsa importanza alla differenza dei riti, ha propugnato una sorta di religione razionale dell’umanità, di contro alle diverse consuetudini basate sulla tradizione. Anche perché nella concezione di Cusano di un universo non più chiuso, ma illimitato viene meno la stessa opposizione fra centro e periferia e, proprio perciò, ogni individuo in quanto finito non può che conoscere Dio, cioè la totalità esclusivamente dalla sua posizione particolare. Quindi risulta assurdo voler imporre a tutti una determinata concezione dell’assoluto, una determinata concezione del mondo e del divino. In tal modo perde senso la tradizionale e conservatrice concezione gerarchica dell’universo, fondamento ideologico della altrettanto rigida gerarchizzazione sociale.
L’umanesimo di Cusano
Il contatto con ambienti umanisti porta Cusano alla raccolta di manoscritti e a incoraggiare la diffusione della cultura. Amico di Gutenberg, favorisce l’introduzione in Italia delle tecniche tipografiche. Dunque dell’umanesimo eredita gli aspetti più progressisti. Oltre a opere matematiche e teologiche, compone fra il 1440 e la morte nel 1464 opere filosofiche, che hanno quindi una solida base scientifica, matematica e speculativa.
Lo sviluppo della dialettica platonica fra Uno e molti
Per quanto Cusano sia un pensatore decisamente originale, per la sua formazione prende le mosse dal neoplatonismo e dalla mistica cristiana della sua formazione anche se gli esiti vanno decisamente nella direzione della rivoluzione scientifica, come mostra Cassirer. In particolare il suo ragionamento muove da una proposizione di Proclo: “ogni causato rimane nella sua causa, procede da essa e ritorna a essa”. In termini teologici si tratta di chiarire come il mondo è o rimane in dio. In termini logici si tratta di analizzare il rapporto fra l’assoluta unità e semplicità della causa, del principio primo, di dio e l’assoluta dispersione del causato, dei fenomeni, dell’universo. Per Cusano la molteplicità che è esplicata nel mondo, ossia caratterizzata da una indeterminata divisione nello spazio e nel tempo è ricompresa nell’assoluto, in dio, in cui i limiti che separano il molteplice vengono meno. Allo stesso modo nell’unità matematica sono contenuti, in potenza, tutti i numeri. L’unità ha una realtà superiore rispetto al singolo numero, perché quest’ultimo si può pensare solo astraendo, mediante il concetto di unità matematica, dalle diverse unità che lo compongono.
La coincidenza degli opposti nell’Uno-Tutto
Come spiegare che in dio le cose, pur senza perdere la loro realtà, non presentino più limiti, cioè escano dalla condizione che caratterizza la realtà individuale? Esse nel mondo sono distinte quantitativamente e qualitativamente, mentre nell’assoluto anche il più o meno divengono assoluti, o infiniti e, dunque, non possono più essere criteri di distinzione. In effetti la velocità assoluta coincide con la quiete, si pensi a un punto che si muova con velocità infinita lungo una circonferenza. Allo stesso modo tutti i colori si fondono nel raggio di luce che li unisce. È il tema della coincidenza degli opposti, fondamento del pensiero dialettico.
La dotta ignoranza
Alla base della ricerca filosofica di Cusano vi è il concetto, di ascendenza socratica, della dotta ignoranza, titolo del suo primo lavoro filosofico (1440), cioè la consapevolezza che ci separa in quanto esseri finiti dall’assoluto, dalla pretesa di avere in tasca la realtà, di averla ricevuta una volta per tutte. Questo concetto, dunque, indica la consapevolezza dei limiti dell’individuo nel comprendere l'assoluto e previene le pretese integraliste di possedere una verità definitiva. Già definire l’assoluto appare contraddittorio, perché definire significa delimitare, porre dei limiti a qualcosa che è illimitato. L’uno-tutto non si definisce come il finito in opposizione agli altri, perché è assoluto, e gli opposti in esso coincidono. Perciò si va al di là del principio di non contraddizione, che è alla base della conoscenza del finito. Dunque quella aristotelica è una logica del finito, alla quale Cusano sarà il primo a contrapporre una logica della ragione, dell’assoluto, dell’infinito.
L’intelletto, a causa dei suoi limiti, non può conoscere né l’assoluto, né i fenomeni in modo completo
Per Cusano non si può conoscere l’illimitato con la ragione discorsiva, contro le pretese della scolastica di dimostrare l’esistenza di dio. Anzi per Cusano a rigore su dio non si può dire nulla. Qualsiasi nome o aggettivo gli diamo, gli attribuiremo qualità desunte dal mondo finito dell’intelletto che distingue e separa. L’assoluto infatti riunisce tutti i contrari che l’intelletto mira a separare. Allo stesso modo non riusciamo mai a padroneggiare completamente neppure i singoli fenomeni, in quanto hanno pienamente il loro significato solo in relazione al tutto che li ricomprende. Perciò non c’è nessuna rivelazione nel sapere, ma una costante ricerca.
L’intuizione e la teologia negativa
Ciò non toglie che dobbiamo accostarci, per quanto possibile, alla conoscenza del tutto e di ogni cosa. Per poterci accostare al tutto non possiamo che partire dal mondo fenomenico e finito in cui siamo immersi, anche se per avvicinarci al tutto non basta accumulare conoscenze particolari, ma ci vuole un salto, ossia non tanto l’intelletto, quanto un’intuizione intellettuale. Tanto più che Cusano intende valorizzare la teologia negativa, ossia l’analisi del mondo fenomenico è propedeutica all’avvicinamento all’assoluto, in quanto ci permette di circoscriverlo, mostrando tutto ciò che non è.
L’infinito matematico di Cusano
La posizione scettico-critica della dotta ignoranza non era in contrasto con l’umanesimo di Cusano e il suo interesse per la ricerca scientifica, che diviene un compito infinito, che sempre più ci approssima alla verità assoluta. Il sapere così è congetturale, anche se caratterizzato da una gradualità di precisione. La matematica costruita dalla mente umana è la congettura più attendibile. Così Cusano per spiegare l’infinito utilizza dei paragoni matematici come, ad esempio, le parallele che si incontrano unicamente all’infinito.
Riassumendo, in conclusione, possiamo dire che la posizione scettico-critica della dotta ignoranza di Cusano era coerente con il suo interesse per la ricerca scientifica, che diviene un compito infinito di approssimazione alla verità assoluta.
Marsilio Ficino (1433-99)
Traduce in latino Platone che commenta insieme alle Enneadi di Plotino. Ficino ha fondato l'accademia platonica fiorentina, che avrà grandissima importanza per lo sviluppo delle belle arti. Gli accademici fiorentini intendono il ritorno al platonismo come il ritorno alla più antica sapienza religiosa del genere umano. Allo scopo di rinnovare l’uomo considerano necessario rinnovare, mediante Platone, il rapporto fra religione e filosofia. Ficino è legato ai Medici che rappresentano la borghesia come classe dirigente, che mira a trasformare la forma rivoluzionaria repubblicana del comune in signoria, per tutelare i propri privilegi di nuova classe dominante dal punto di vista economico. Dunque, rispetto alla rivoluzione culturale di Cusano qui siamo più in una posizione di rivoluzione passiva. In effetti la rivoluzione culturale umanistica si interruppe quando la borghesia, spaventata dalle masse popolari che acquisivano coscienza di sé, cercò una riconciliazione con l’ideologia religiosa dominante.
I cinque gradi della realtà
La realtà è distinta da Ficino in cinque gradi: il corpo, la qualità, l’anima, l’angelo e dio. L’anima è l’essenza media, il nodo vivente della creazione. La sua funzione mediatrice si esplica mediante l’amore, che è la forza che unisce fra loro le parti diverse della creazione. Mediante l’amore l’universo esce dal caos e tende all’ordine e alla perfezione.
In tal modo Ficino pur seguendo il modello neoplatonico pone al centro non più L’Uno, ma l’uomo, in linea con la rivoluzione culturale umanista.
Pico della Mirandola (1463-94)
Pico si è sforzato di sintetizzare le dottrine più diverse, dalla sapienza orientale a Platone e Aristotele, da Tommaso e Duns Scoto alla magia e alla cabala. Tale sintesi universale del sapere dove rigenerare la vita religiosa e filosofica dell’uomo. Solo facendo propri gli aspetti fondamentali delle filosofie e teologie del passato è possibile produrre una filosofia e teologia veramente nuove.
L’orazione De homini dignitate
Verte sulla superiorità dell’uomo sulle altre creature. Per l’uomo, giunto ultimo nella creazione, non era rimasto disponibile alcun bene, erano stati tutti già distribuiti da dio. Dio ha dato così all’uomo tutto ciò che aveva dato singolarmente alle altre creature. L’uomo, in tal modo, non ha una prerogativa propria, se non quella di sceglierla. L’uomo può degenerare nelle cose inferiori e rigenerarsi nelle cose superiori fino a divenire divino. È la dimensione fondamentale della libertà che pone l’individuo umano al di sopra della natura, in quanto in grado di scegliere il proprio destino.
Tale rigenerazione avviene, a parere di Pico, con il ritorno alla sapienza originaria che si è dispersa nelle religioni e filosofie storiche, da dove va raccolta e restituita all’unità, in modo da assicurare la pacifica convivenza fra gli uomini. A tal proposito Pico cerca di promuovere un convegno internazionale per rifondare la cultura e sostituire la concezione cristiana dominante. L’intento di Pico è indubbiamente buono, ma la modalità, guardando al passato, è a rischio precipizio nella rivoluzione passiva.
Il tema della dignità dell’uomo diverrà centrale nella rivoluzione culturale umanista legata all'emergere della borghesia, poiché rifletteva l'affermazione dell'individuo e della sua libertà, una conquista fondamentale della modernità borghese.
La concezione sincretica converge nella magia naturale
Perciò, nelle sue opere, Pico mostra l’accordo fra il racconto biblico della creazione e Platone, o fra Platone e Aristotele. Tutte queste tradizioni filosofico-religiose si legano alla magia naturale, che non infrange l’ordine del mondo (come pretende fare la magia nera), ma lo fa proprio utilizzando tutte le energie disseminate nella natura.
Pico critica invece l’astrologia che nega la libertà dell’uomo, visto che tutto dipenderebbe dal corso degli astri. Ma ciò che ha più valore e dignità, l’uomo, non può stare sotto a chi ne ha meno, gli astri. Si afferma così il fondamento della rivoluzione filosofica da cui sorgerà la filosofia moderna, che pone il soggetto e non più la natura o dio come fonte di ogni verità.
Aristotelismo
Pomponazzi 1462-1525
È stato il più significativo aristotelico del Rinascimento e ha fondato la scuola degli alessandrinisti. Pomponazzi ha insegnato a Padova e Bologna, centri dell’aristotelismo.
L’ordine necessario del mondo e la morte del cristianesimo
Pomponazzi intende mostrare che il mondo ha un ordine razionale necessario, come ha mostrato Aristotele evitando il ricorso a interventi divini o soprannaturali. Ciò vale anche per l’uomo o per le religioni che hanno ognuna il proprio tempo in cui si nasce, ci si sviluppa e si muore. Pomponazzi prevede dai segni della crisi la morte non lontana della filosofia cristiana, in accordo con la lotta per l’egemonia culturale della borghesia.
La confutazione dell’immortalità dell’anima
Anche l’attività spirituale dell’uomo rientra esclusivamente nell’ordine naturale, come Pomponazzi dimostra nella sua opera più importante: Sull’immortalità dell’anima. L’anima non po’ esistere e operare senza il corpo. L’anima sensitiva ha bisogno dei sensi corporei. L’anima intellettiva non può che conoscere le cose corporee da cui è mossa a intendere. Ciò porta Pomponazzi a escludere l’immortalità dell’anima.
L’emancipazione della morale dalla religione
Non c’è quindi un premio o un castigo nell’oltretomba, ma il premio essenziale della virtù è la virtù stessa che rende l’uomo felice e la pena del vizio è il vizio stesso che lo rende infelice. Il premio o il castigo divino diminuirebbero il merito dell’azione. La vita morale è così riportata da Pomponazzi nell’ordine naturale delle cose, senza dover ricorrere al soprannaturale. In tal modo Pomponazzi emancipa la morale dalla religione.
La dottrina della doppia verità
La mortalità dell’anima è assolutamente certa in filosofia, mentre l’immortalità è vera in teologia. Tale dottrina della doppia verità non salva Pomponazzi dalle persecuzioni che subisce. I suoi libri sono pubblicamente bruciati ed è stato processato dal tribunale dell’inquisizione e condannato alla censura e all’autocensura delle sue opere più significative.
La libertà dell’uomo non è conciliabile con l’onnipotenza divina
Pomponazzi ritiene la libertà dell’uomo conciliabile al massimo con la prescienza, ma non con l’onnipotenza di dio. Per Pomponazzi avevano ragione gli stoici ad ammettere il fato, quale necessità assoluta dell’ordine cosmico. La difficoltà per cui allora dio sarebbe causa non solo del bene, ma anche del male, si risolve, secondo Pomponazzi, affermando che il bene concorre con il male alla compiutezza dell’universo, in cui, come in un organismo vivente, vi sono parti pure e impure.
