Omicidio al Cairo

Un avvincente noir di denuncia verso i poteri forti egiziani sullo sfondo delle primavere arabe.


Omicidio al Cairo Credits: http://www.stensen.org/?p=17481

Omicidio al Cairo di Tarik Saleh, Egitto 2017, voto: 7,5

Un misterioso e macabro delitto sconvolge la “normale” corruzione e violenza degli apparati di sicurezza egiziani alla vigilia dell’esplosione anche in Egitto della primavera araba. Una giovane e affascinante cantante è trovata uccisa nella camera di uno dei più esclusivi hotel della capitale. Il poliziotto che si intestardisce a indagare, una sorta di Marlowe egiziano, si trova subito di fronte a un vero e proprio muro di gomma. I vertici della polizia depistano da subito le indagini sostenendo la tesi surreale che la vittima, trovata sgozzata, si sarebbe suicidata. Anche lo zio del protagonista, comandante della polizia, lo sconsiglia vivamente di proseguire nelle indagini. Tanto il personale quanto la direzione dello hotel appaiono reticenti e finiscono per corrompere l’agente pur di non rivelare il nome della persona altolocata che aveva affittato la camera.

Abbiamo, dunque, finalmente un protagonista che sebbene poliziotto non rifiuta, realisticamente, di lasciarsi corrompere, anche se, contraddittoriamente intende perseguire nonostante tutto le indagini. Questa attitudine contraddittoria del protagonista, che non agisce mai, altrettanto realisticamente sulla base della pura ragione, ma è fortemente condizionato dalla volontà e da sentimenti pre-razionali, impedisce la consueta immedesimazione da parte del pubblico. Lo spettatore è così portato a riflettere sulle contraddizioni sociali, politiche ed economiche del paese, a partire da una prospettiva straniata, quella appunto di un poliziotto che è comunque parte integrante di quel sistema di corruzione e violenza su cui si fondano i poteri forti in Egitto.

A rendere più interessanti e tipiche le vicende del noir, di per sé avvincente, vi è che il testimone decisivo del delitto: una giovane donna immigrata che lavora come cameriera precaria nell’hotel di lusso. La vicenda della testimone appare significativa in quanto ci rappresenta in modo realistico e vivo la condizione di oppressione che vive questa donna in quanto in primo luogo lavoratrice sfruttata, in secondo luogo immigrata irregolare, in terzo luogo in quanto donna, in quarto luogo perché testimone di un delitto che rischia di far emergere, proprio perché in concomitanza con la rivolta di piazza Tahrir, il sistema profondamente corrotto che gestisce a tutti i livelli il paese.

Interessante è anche la figura, in quanto realisticamente complessa e contraddittoria, del ricchissimo e potente amante della donna uccisa, al tempo stesso protagonista e vittima del corrotto sistema di potere che domina opprimendo i ceti subalterni. Da una parte è un’intoccabile in quanto compagno di affari dello stesso corrottissimo figlio del rais Mubarak, tanto che quando il poliziotto prova a interrogarlo sulla dinamica del delitto reagisce realisticamente sbigottito dal fatto che la polizia invece di vigilare sulla sicurezza della “gente per bene”, ovvero della classe dominante, osa porla sotto inchiesta. Tanto che se il poliziotto protagonista non avesse come protettore uno zio altro funzionario della polizia e non si fosse alla vigilia della rivolta di piazza Tahrir lo avrebbe fatto rapidamente togliere di mezzo.

A sua volta l’intoccabilità del ricco palazzinaro che appariva all’inizio assoluta, viene improvvisamente rimessa in questione dai drammatici eventi della primavera araba, a dimostrazione che solo una imponente mobilitazione popolare è in grado di mettere seriamente in discussione, da un momento all’altro, un sistema di potere e di corruttela che appariva assolutamente granitico.

D’altra parte lo stesso antagonista non ci viene presentato, come solitamente avviene, in modo schematico e unilaterale. È certo un oppressore, ma al contempo una vittima del sistema di corruzione e violenza su cui si fonda il suo stesso potere. È al contempo vittima dell’ideologia reazionaria dominante, che tende a mettere sotto accusa i potenti non per le reali azioni delittuose che compiono come figure pubbliche, ma per aspetti del tutto secondari della vita privata, come innamorarsi di una donna diversa da quella che si è sposata, perché mettono in discussione l’ipocrita perbenismo pseudoreligioso di cui si giova, come instrumentum regni, la classe dominante. D’altra parte tanto il sistema di potere quanto l’ideologia sono divenuti a tal punto irrazionali da divenire strumento di oppressione non solo, come è necessario e previsto della classe dominata, ma divengono strumento di oppressione della stessa classe dominante, che è libera di dominare, sfruttare, insabbiare, minacciare, corrompere e utilizzare ai propri scopi personali gli apparati dello Stato, ma non è libera di amare. Anzi è proprio questo unico sentimento realmente umano – l’amore per una donna, che per altro contribuisce a ricattarlo – il tallone di Achille di questo potentissimo tipico esponente della parassitaria classe dominante, che lo mette alla mercé di quelli stessi corrotti e violenti apparati repressivi dello Stato che sono generalmente strumenti del suo potere.

Altrettanto interessante è la logica perversa di questo sistema di corruzione e violenza generalizzato in cui i potenti da una parte fanno bocco di contro agli oppressi, da mantenere in uno stadio di subalternità, dall’altra sono al contempo fratelli nemici, pronti a usare qualsiasi mezzo pur di ottenere una parte più ampia del comune bottino. Ecco così che gli squali, che vivono divorando i comuni cittadini, sono sempre pronti a sbranarsi fra di loro quando si tratta di spartirsi il maltolto. Anche in tal caso a dominare è la legge della giungla del più forte, per cui i piccoli sfruttatori e malviventi sono facile preda dei medi, a loro volta facile preda dei grandi, che sono realisticamente rappresentati nel film come membri della classe dominante o degli apparati, soprattutto repressivi, dello Stato.

Assistiamo così al destino tragico dei piccolo sfruttatori e delinquenti che si ritengono parte del blocco sociale dominante e credono di poter sfruttare a proprio vantaggio le ingiustizie e la corruttela di un sistema, in cui gli interessi privati prevalgono sempre sui pubblici, senza rendersi conto che finiranno anch’essi per essere vittime predestinate dei più grandi sfruttatori e delinquenti, che realmente controllano gli apparati dello Stato, che è tutto, meno che un razionale e super partes arbitro degli interessi privati. Al contrario ne è il servitore e lo strumento.

Anche qui, però, emergono dal film realisticamente gli aspetti contraddittori della logica bonapartista della classe dominante, che per affermare il proprio potere, sempre più irrazionale, sulle classi subalterne ha bisogno di un sempre più ampio e parassitario sistema di violenza e di oppressione che da una parte rischia di provocare con i suoi eccessi una rivolta dei ceti subalterni e dall’altra fa sì che gli apparati repressivi svolgono una funzione a tal punto determinante da spingerli a trasformarsi da strumento del potere a classe dirigente in grado di costringere la classe dominante economica a spartirsi il potere e i profitti che da esso derivano.

Ecco allora che l’ennesimo sopruso compiuto dagli apparati repressivi dello Stato nei confronti dei subalterni, fa sì che la rabbia, accumulatasi silenziosamente nel corso del tempo, finisca per esplodere nella misura in cui lo sviluppo quantitativo raggiunta una certa misura provoca necessariamente un salto qualitativo, che provoca nel nostro caso l’esplodere della primavera araba.

Di quest’ultima nel film si evidenziano correttamente e realisticamente la grandezza e i limiti. In primo luogo, come abbiamo visto, la rivolta popolare ha un’enorme potenzialità di rimettere in discussione da un momento all’altro dei rapporti di potere, fondati su rapporti di classe, che apparivano inossidabili tanto da sembrare “naturali”. Allo stesso tempo si colgono anche i limiti della rivolta popolare, nel momento in cui, priva di una direzione consapevole finisce per presentarsi come una negazione assoluta dell’ordine costituito, piuttosto che come una negazione determinata in grado di produrre e realizzare un superamento dialettico capace di rimpiazzare il vecchio ordine ormai irrazionale con un ordine nuovo al contempo più giusto ed efficace.

D’altra parte, priva di una direzione consapevole la rivolta rischia di divenire facile preda dei demagoghi e avventurieri di turno e, più in generale, per risolversi in un enorme fuoco di paglia, che rende possibile al potere di reagire in modo gattopardesco facendo sì che tutto sembri cambiare affinché ciò che veramente conta, i rapporti di proprietà, restino immutati.

Anzi una rivolta in cui l’indispensabile spontaneismo iniziale non è presto affiancato da una direzione consapevole rischia di favorire proprio gli strumenti repressivi utilizzati dalla classe dominante per ristabilire l’ordine che rischiano – siano essi fascisti, miliari o militari più o meno fascisti – di conquistarsi spazi di autonomia nella redistribuzione del potere e dei conseguenti profitti nei confronti di una classe dominante che diviene dipendente, per preservare i propri privilegi, del suo stesso apparato repressivo.

Molti di questi aspetti determinanti che abbiamo evidenziato sono presenti solo in potenza nel film, da una parte perché in quanto l’opera d’arte ha proprio questa funzione essenziale di dare da pensare allo spettatore, d’altra parte per i limiti della visione del mondo del regista e della produzione che si spinge molto avanti – grazie proprio alla potenzialità rivoluzionaria espressa dalla primavera araba – nella critica al potere costituito nelle sue molteplici e contraddittorie articolazioni, ma non è in grado di mostrare come sia quantomeno possibile una reale alternativa. In tal modo la corruzione e la violenza rischiano di apparire – in una visione del mondo affetta, per dirla con Marx, da cinismo da cretini – come un tragico destino privo di catarsi, di prospettiva.

28/04/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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