Il “delitto perfetto” della Solvay

La Cassazione ha collocato la pietra tombale sul delitto perpetrato per decenni e senza soluzione di continuità dolosa da Montedison e Solvay a Spinetta Marengo (Alessandria).


Il “delitto perfetto” della Solvay

Di norma i “grandi processi” in sede penale corrispondono a “delitti perfetti” contro l’ambiente e la salute, garantiti da una impunità sicura nelle aule dei tribunali. Se ancora gli manca, chi vuole l’ennesima conferma può vagliare il processo Solvay di Spinetta Marengo (AL), e può già prefigurarsi l’esito dell’imminente maxi processo Miteni di Trissino (VI) per l’analoga catastrofe ecosanitaria in Veneto.

Questi processi, che durano decenni e non mandano mai nessuno in galera, servono solo a rimpinguare le casse degli avvocati, d’accusa e di difesa, mentre non risarciscono mai le Vittime: né le Persone né l’Ambiente. L’emblematico scandalo Eternit è infatti la regola: senza rilevanti eccezioni una delle tante vergogne - compresa Solvay - analizzate in “Ambiente Delitto Perfetto” di Barbara Tartaglione e Lino Balza, prefazione di Giorgio Nebbia.

Come previsto la Cassazione, respingendo i ricorsi degli imputati, pochi giorni fa ha collocato la pietra tombale sul delitto perfetto perpetrato per decenni e senza soluzione di continuità dolosa da Montedison e Solvay a Spinetta Marengo. Contro le loro “gravi condotte offensive all’incolumità pubblica” ha pronunciato parole durissime lo stesso Procuratore Generale. Giuste parole le sue, ma solo parole. Perché i buoi erano già scappati dalla stalla. Perché i 38 indagati del lontano 2008 sono stati ridotti a 8 imputati, 3 dei quali - gli amministratori delegati, i beneficiari dei profitti! - sono stati assolti nei primi due gradi di giudizio giacché... a loro insaputa i sottoposti avevano sepolto milioni di tonnellate di cancerogeni a percolare un cocktail di 21 veleni (dall’arsenico al cromo esavalente) nella più vasta falda acquifera del Piemonte.

Però i 3 capri espiatori non condonati dalle prescrizioni, secondo i giudici sarebbero stati meri esecutori di ordini (di chi? dei manager assolti?) e poverini avrebbero per decenni avvelenato senza dolo, senza intenzione, bensì per colpa, inavvertitamente cioè, e infatti sono stati “puniti” con 1 anno e 8 mesi (con doppi benefici di condizionale e non menzione!), meno di chi ruba una scatoletta di tonno al supermercato. “Pene lievi e risibili” le ha definite lo stesso Procuratore Generale. A tacere dell’impunità per gli assolti, lo “sconto pena” dell’Appello non è insignificante se si considera che per gli 8 imputati erano stati dal PM chiesti fino a 18 anni di reclusione (127 anni in 8). Sì, perché per il reato di “avvelenamento doloso delle acque destinate all’alimentazione” l’articolo 439 c.p. prevede tale condanna; se non che non si capisce cosa ci stia a fare nel codice penale se nessun tribunale lo applica ma lo derubrica al blando reato di “disastro innominato colposo”, come per chi versa un bidoncino di trielina in fogna. Insomma, del delitto mancherebbero la conoscenza da parte dei manager e la consapevolezza da parte dei dirigenti, come se per 40 anni chi scrive ossessivamente non l’avesse denunciato urbi et orbi sui giornali e ai tribunali, a costo di licenziamento.

Va da sé che le centinaia di Vittime parti civili non sono risarcite, a meno che si intenda per risarcimento l’indecente elemosina di 10 mila euro a fronte delle iniziali richieste, ad esempio, di 978.450 euro per un tumore letale o 400.000 euro per la leucemia di un bambino. Questi miseri 10.000 euro indistintamente pro-capite sono un insulto, perfino irridente perché attribuite per “sofferenza psichica, timore di ammalarsi”… anche ai defunti. Ma i loro avvocati si dichiarano soddisfatti. Va da sé che non è in atto né verrà mai realizzata la vera miliardaria bonifica dell’immane avvelenamento, con il suo perpetuo corollario di morti e ammalati replicato dalle ricorrenti indagini epidemiologiche.

Gli avvocati delle parti civili, gli unici beneficiari di questi processi insieme alle associazioni che vi piombano come avvoltoi, sulla “balla” delle bonifica rilasciano ai compiacenti giornali dichiarazioni entusiastiche a giustificare i loro compensi. Ma dove sono finiti in sentenza i 100 milioni di euro di provvisionale chiesti dal Ministero dell’Ambiente come prima trance dei danni ambientali, sanitari e sociali? Va da sé che Solvay, Provincia di Alessandria permettendo, vuole aggiungere in falda addirittura un ventiduesimo veleno: il PFAS C6O4, lo stesso che è oggetto dell’imminente processo di Vicenza per Miteni. Se questo non è un delitto perfetto, cos’è? È giustizia questa?

La sentenza della Corte d’Appello di Torino aveva definito tale delitto “un evento distruttivo di proporzioni straordinarie”, “un avvelenamento delle falde difficilmente reversibile”, “sprezzo assoluto degli imputati all’incolumità pubblica”. Poi ha sostanzialmente assolto tutte le pene. Solo gli imputati hanno fatto ricorso, pro-forma. All’impotente Procuratore Generale di Cassazione non è rimasto a giochi fatti che esclamare: “Mi auguro che seguano centinaia, migliaia di cause civili per toccare questa gente nel portafoglio”. Opzione che ho sostenuto, per tempo, dopo il primo grado di giudizio: per le Vittime il processo penale è solo grasso che cola per gli avvocati.

 

L’autore è del Movimento di lotta per la salute Maccacaro

21/12/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Lino Balza

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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