Brzezinski e la futurologia - parte II

Prosegue dalla Parte I il discorso sulle profezie autorealizzantesi di Z. Brzezinski


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Segue da Parte I

Ma c’è un altro aspetto del discorso di Brzezisnki che vale pena sottolineare: il riferimento ai più dotati di talento, i quali poi – nelle pagine successive del suo saggio – diventano i protagonisti di quella che egli chiama la “democrazia meritocratica” e che rappresenta il sistema politico ideale del futuro (1968: 23).

Questo innovato sistema politico coniugherebbe il rispetto della volontà popolare con il crescente ruolo assunto da individui dotati di speciali competenze intellettuali e scientifiche nei processi politici decisionali. Brzezinski prevede anche che i più poveri ed emarginati potranno nel futuro essere reclutati e inseriti in tali ruoli preminenti (1968: Ibidem).

A questo punto è opportuno riflettere sulla nozione di “merito”, centrale nel linguaggio politico attuale e dotata di uno straordinario potere mistificatorio. Ovviamente il merito non corrisponde ad una qualità oggettiva e misurabile, ma scaturisce da un processo di valutazione che è sempre soggettivo e prodotto dell’attività dei cosiddetti valutari, quali a loro volta, per assurgere a tale ruolo, debbono essere valutati. Quindi, come si arriva a stabilire il merito di qualcuno in un certo campo? Qui l’esempio universitario potrebbe essere dirimente. Esso è sempre un processo di cooptazione determinato da una certa élite, che si è data i suoi valutatori scelti secondo i criteri che le sono propri, i quali poi grosso modo corrispondono all’affinità ideologica tra valutati e valutatori. Infatti, l’élite è l’espressione di un sistema di governo oligarchico, il cui fine è il mantenimento e la riproduzione di una forma di potere gerarchica ed escludente.

Quindi, in questo senso, gli Stati Uniti stavano diventando negli anni ’60 del Novecento un sistema politico sempre più oligarchico, nel quale le élites, sono rappresentate da una serie di individui che si muovono tra i vertici delle grandi corporazioni, le grandi banche, i ruoli istituzionali più importanti; sistema che giustifica tale preminenza con l’attribuzione a questi ultimi di una maggiore competenza e di un maggiore talento.

Che questo meccanismo elitistico e cooptativo valga a livello internazionale può essere facilmente dimostrato pensando dall’attribuzione dei premi Nobel per la pace. Pensiamo, per esempio, al guerrafondaio Obama o a Juan Manuel Santos, presidente della Colombia, che ha governato con Alvaro Uribe Vélez, partecipando alle politiche genocide contro il popolo colombiano (leggi).

Quanto, invece, al confronto, tra la società industriale, che ci stiamo lasciando alle spalle, e quella tecnetronica, nella prima le masse erano organizzate in partiti e sindacati e rese coese da programmi semplici e ideologici, ispirati anche al nazionalismo; nella seconda, invece, ossia nella società tecnetronica, questi si sfaldano e milioni di cittadini, ormai non più coordinati, si riuniscono grazie al legame che stabiliscono con personalità magnetiche e attraenti, che utilizzano efficacemente le più moderne tecniche di comunicazione, per solleticare l’emozione e addormentare la ragione (1968: 19) [1].

Questo sfaldamento delle grandi organizzazioni di massa, centrali nella società industriale, ha fatto sì che le ideologie onnicomprensive, come il marxismo, non trovino più il terreno fertile dove attecchire e diffondersi, provocando uno slittamento dall’utopismo idealistico”, assai critico del presente e prefigurante un futuro assai diverso (1968: 20), verso una politica pragmatica volta a risolvere problemi sempre più circoscritti dominati da personalità competenti (1968: 18-19), i cosiddetti tecnocrati.

In tale nuovo contesto – come d’altra parte ben sappiamo – anche lo Stato viene rimesso in discussione e tale fenomeno è sicuramente collegato all’emergere e al consolidarsi delle grandi corporazioni internazionali di origine statunitense, ma rafforzatesi grazie all’apporto di capitali di altri Paesi, le quali, in quanto gruppi di potere economico, hanno la capacità di determinare la politica degli Stati o addirittura, dove opportuno, la loro destabilizzazione o il loro stesso dissolvimento.

Tal considerazione non viene fatta da Brzezinski, il quale però segnala il processo di indebolimento dello Stato, la cui esistenza ritiene tuttavia utile salvaguardare almeno a livello simbolico (1968: 26), e vede nelle corporazioni lo strumento della diffusione a livello planetario del “trasferimento delle abilità, delle tecniche di gestione, delle procedure di marketing e delle innovazioni scientifico-tecnologiche” (1968: 26). Ossia, lo strumento dell’”americanizzazione” del mondo, fondata sull’attribuzione di una funzione meramente pragmatica alla riflessione scientifica, la quale ribadisce la validità dello status quo, che tutt’al più può essere in qualche misura emendato. E inevitabilmente oscura la dimensione etico-politica inerente al pensiero scientifico, il quale per sua natura è un pensiero critico di ampio respiro che si muove, sia dai suoi primordi, nella prospettiva della creazione di un mondo migliore e più umano per tutti.

Apparato essenziale del processo di “americanizzazione” sarà costituito dalle università, che hanno subito in questi decenni riforme proprio in questa prospettiva, le quali garantiranno la formazione in tutti i paesi degli individui, che saranno cooptati nella classe dirigente universale e saranno strumento della diffusione della lingua, della cultura, della concezione della scienza “americane”. Brzezinski profila la possibilità che gli studenti della Columbia University e quelli dell’Università di Teheran possano un giorno ascoltare nello stesso momento la lezione di uno stesso docente, senza specificare se americano o persiano (1968: 26).

Tuttavia, tale auspicato processo di “americanizzazione” trova nel suo dipanarsi ostacoli importanti dovuti in particolare all’ampliamento della distanza tra Paesi che si trovano a vivere contemporaneamente in diverse fasi storiche, ossia quelli che appartengono al mondo sviluppato e quelli che ne sono esclusi.

Inoltre, non è più immaginabile che nuove ideologie del cambiamento, come il marxismo nelle sue varie forme, si diffondano dal centro verso le periferie, alimentando speranze di miglioramento e di cambiamento. A parere di Brzezisnki ciò produrrà il rifiuto del mondo sviluppato; rigetto che costituirà la base dell’odio razziale (sic!), sfruttato da capi romantici e xenofobi, contenuto per esempio negli scritti di Franz Fanon (1968: 24).

Naturalmente non possiamo negare che tale rifiuto, coincidente con l’opposizione al predominio occidentale, è consistente nelle masse popolari extraoccidentali, che non hanno beneficiato come quelle occidentali, della spoliazione imperialistica, essendone unicamente le vittime; tuttavia, non può nemmeno essere negato che il riemergere degli etnicismi e dei fondamentalismi religiosi, dotati di una carica di resistenza ma anche di elementi antiprogressisti, siano stati gestiti e orientati dalle stesse potenze occidentali per far abortire i cambiamenti politico-economici a loro svantaggiosi; con tale dissennata politica hanno innescato, come nel caso del cosiddetto Daesh, un groviglio di contraddizioni da cui è assai difficile venir fuori e che ci fanno avvicinare sempre più a un conflitto generale.

D’altra parte, l’emergenza di altre potenze a livello internazionale, dopo il dissolvimento dell’URSS, rimette seriamente in discussione il programma di “americanizzazione”, presentato come la mera estensione delle acquisizioni conoscitive e delle innovazioni tecnologiche, anche se ad esso sembrano essere sempre testardamente aggrappate le élites statunitensi.


Note

[1] Certo non possiamo negare che personalità come il Papa o Donald Trump possano esercitare questo ruolo, ma dobbiamo anche osservare il costante incremento dei non coinvolti, dei rassegnati, i quali costituiscono quelle masse senza scopo di cui parla Brzezinski.

22/10/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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