I grandi classici del cinema nelle sale – Parte I

A partire dal 2013, il laboratorio L’immagine Ritrovata distribuisce ogni anno film restaurati con tecnologia digitale.


I grandi classici del cinema nelle sale – Parte I

A partire dal 2013, il laboratorio L’immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna distribuisce ogni anno una decina di film restaurati con tecnologia digitale. Un’occasione unica per rivedere su grande schermo capolavori della storia del cinema nelle sale di tutto il Paese. Un’ottima occasione per riaprire la riflessione e la discussione pubblica su dei grandi film del passato, Il grande dittatore e Rocco e i suoi fratelli necessariamente da reinterpretare.

di Renato Caputo e Rosalinda Renda

Come sottolineava Hegel, per chi non si occupa nello specifico di un campo, dal momento che la nostra vita è necessariamente limitata temporalmente, diviene indispensabile gestire al meglio il poco tempo a disposizione per poter conoscere quantomeno le opere imprescindibili di ogni ambito sostanziale. Inoltre, come ricordava ancora Hegel, con una efficace metafora, la fanciulla che si china a raccogliere il frutto caduto dall’albero è certamente più preziosa, in quanto destinata a vivere, rispetto al frutto che, staccato dal resto della pianta, è ormai “morto”. Fuor di metafora l’interpretazione data nel presente, alla luce delle problematiche e della visione del mondo allargata, resa possibile dal vivere in un’epoca posteriore, rende la rilettura dei classici essenziale, ancora di più della loro indispensabile conservazione. Da questo punto di vista meritoria e preziosa è certamente l’opera della cineteca di Bologna di riproporre in prima visione, in lingua originale e filologicamente restaurati i grandi classici del cinema del passato.

Anzi è certamente un peccato che – dal momento che, come abbiamo visto, ognuno dovrebbe aver esperito esteticamente nella propria vita almeno i capolavori del cinema (oltre che delle arti visive, della musica, della letteratura ecc.) – tali film escano per un solo giorno in pochissime sale di alcune città. Ciò è certamente dovuto alla logica imposta dal dio profitto, l’unico dio dominante nella società capitalista, al quale qualsiasi altro valore o bisogno deve essere immolato, a meno che non si decida di sviluppare un modo di produzione più universalistico. Inoltre, come osservavamo, ancora più che gli stessi classici, indubbiamente da conoscere e preservare, è essenziale la loro reinterpretazione alla luce delle problematiche della nostra epoca storica. E questo è un compito che non può che spettare all’intellettuale collettivo. Quanto segue vuole essere solo un contributo necessariamente parziale al rilancio del dibattito pubblico su alcuni grandi classici del passato riproposti in prima visione nel 2016.

Il grande dittatore di Charlie Chaplin, Usa 1940, valutazione 9

Eccezionale opera di denuncia del nazi-fascismo, realizzata in un’epoca in cui, in particolare negli Stati Uniti, troppo spesso si sottovalutava la minaccia mortale che tale linea politica rappresentava per il processo di emancipazione dell’intero genere umano. Con grande acutezza Chaplin denuncia la natura grottesca tanto di Hitler e Mussolini, quanto degli altri gerarchi nazi-fascisti. In tal modo appare evidente che la loro ascesa al potere fosse stata assolutamente resistibile e, anzi, Chaplin indaga con grande acume le responsabilità di chi ha sottovalutato e non, dunque, adeguatamente contrastato la conquista del potere da parte di questa banda di criminali. Chaplin, dopo aver a ragione insistito nella denuncia del pericolo gravissimo che correvano le minoranze e, in primo luogo gli ebrei, aspetto anch’esso colpevolmente sottovalutato da troppi al tempo, non esita a denunciare la scarsa capacità di contrastare tale ascesa da parte di ampi strati della stessa comunità ebraica. Appare, infatti, evidente come sia proprio lo spirito della società liberale, fondato sulla delega della rappresentanza politica, a favorire l’affermazione del potere della banalità del male.

In tale società ognuno è portato a occuparsi dei propri affari privati all’interno della società civile e tende a delegare le grandi decisioni politiche a dei “professionisti”, come se si trattasse di una noiosa incombenza da cui liberarsi quanto prima. In tal modo, sino a quando non se ne è colpiti direttamente, si finisce per sottovalutare i pericoli di un potere così incontrollato, anche quando è gestito da una banda di grotteschi criminali accecati dal delirio di onnipotenza. Così vediamo che quando i nazisti sperano di ottenere dei prestiti per la loro politica guerrafondaia da finanzieri ebrei e, dunque, sospendono momentaneamente le violenze alla comunità ebraica, persino i due protagonisti, che hanno subito direttamente tali violenze, si illudono che in fondo il potere nazista non sia poi così negativo. Anzi, chi continua a insistere all’interno della stessa comunità ebraica sulla sua pericolosità, viene apostrofato come un noioso iettatore.

Allo stesso modo, quando i nazisti riprendono i loro violentissimi pogrom contro gli ebrei, allo scopo, come mette acutamente in evidenza Chaplin, di nascondere la natura di classe e antiproletaria del loro dominio, quasi tutti cercano di sottrarsi all’incombenza di organizzare una qualsiasi forma di resistenza. Anzi lo stesso ceto medio istruito e consapevole del rischio pensa principalmente a mettersi in salvo all’estero, non comprendendo la natura essenzialmente vigliacca della canaglia nazi-fascista pronta a scatenare la propria violenza solo quando in netta superiorità numerica e militare. Anche se, al contempo, dal film si comprende come l’efficacia della violenza fascista sia dovuta oltre al qualunquismo di chi non ne è immediatamente colpito, dalla copertura che riceve dai poteri forti che controllano lo Stato e hanno il monopolio della violenza legale.

Vengono così meno le illusioni del ceto medio che, una volta colpito, pretende protezione dalle forze dell’ordine, senza rendersi conto che la classe dominante ha subappaltato la gestione del proprio irrazionale ordine sociale proprio alla canaglia fascista. Se la scelta di trattare con toni comici un tema tanto tragico è in parte utile alla diffusione di una così efficace denuncia rivolta a un largo pubblico, soprattutto negli Stati Uniti, poco interessato a quanto avveniva in Europa, tale scelta è anche il limite principale del film. In effetti Chaplin non si rende conto di come non sia possibile evitare tale imbarbarimento della società rimanendo all’interno del modo di produzione capitalistico. Non si rende conto della “necessità” strutturale del ricorso alla violenza imperialista e fascista e si illude, perciò, che se ne possa venire a capo semplicemente facendo riferimento ai grandi ideali della fase dell’ascesa al potere della borghesia, per poter impedire tale deriva.

Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, Italia 1960, valutazione 9

Rocco e in suoi fratelli è certamente un grandissimo film, ma non un capolavoro assoluto. Il saldo impianto realista, la grande maestria di Visconti e di tutta l’equipe di altissimo livello che ha partecipato alla sua realizzazione sono certamente i punti forti della pellicola. Il film provoca piacere estetico e al contempo lascia molto da pensare allo spettatore. È di impianto certamente progressista e offre una eccezionale riflessione cinematografica su un passaggio fondamentale nella storia del nostro paese, il boom economico, per cui l’Italia diviene una grande potenza industriale, a prezzo di un ulteriore aggravamento della Questione meridionale.

Gli eroi del film, sono gli stessi eroi-martiri del processo di industrializzazione, i contadini poveri, soprattutto del sud, costretti e/o desiderosi di abbandonare le loro misere terre per cercare fortuna nelle città industriali.

Il film è estremamente attuale in quanto affronta in modo realistico la tragedia dell’emigrazione, ponendo come protagonisti dei cittadini italiani. Indaga anche in modo significativo i diversi destini, di cui in ultima istanza ognuno è artefice, degli immigrati.

Abbiamo la madre che mira, dopo la morte del marito, a dare una chance ai propri figli, fuggendo la miserevole condizione delle campagne meridionali. In questo personaggio troviamo un mostruoso, ma verosimile mix di aspetti reazionari legati alla tradizione rurale e agli aspetti più negativi della voglia di emergere della piccola borghesia, la cui ideologia è spesso egemone anche negli strati meno elevati privi di coscienza di classe. Abbiamo poi il primo figlio, Vincenzo, che segue senza coglierne i limiti la parabola della vita etica. Decisamente più tragica è la parabola del secondo figlio, Simone, ben più consapevole del primo della realtà storica e sociale in cui si trova. Nonostante ciò, finisce per perdersi cercando scorciatoie per poter uscire dalla propria condizione di miseria. In lui ritroviamo un mix altrettanto disgustante degli aspetti peggiori della piccola borghesia, disponibile a qualsiasi violenza per poter mantenere dei privilegi sempre più miseri e precari, e del sottoproletariato che sopravvive di espedienti ed è facilmente manipolabile da chi possiede il potere.

Abbiamo quindi il terzogenito Rocco, il protagonista del film, che incarna l’eticità primitiva di una visione del mondo arcaica incentrata sulla impossibile salvaguardia dei princìpi del clan familiare e il mitico ritorno a un mondo precapitalistico, che non esiste e, peggio, che non è mai esistito. Rocco interpreta anche la concezione del mondo cristiana, che sebbene appaia meno disumana rispetto a una società spietata come quella capitalista, offre in realtà delle utopistiche soluzioni reazionarie che non risolvono, ma anzi aggravano le contraddizioni reali.

Abbiamo poi Ciro che incarna il riscatto attraverso il passaggio al proletariato urbano, anzi a un’aristocrazia operaia capace, grazie all’impegno e alla buona volontà, di uscire dalla condizione di miseria e di integrarsi nella realtà urbana.

I limiti principali del film sono nello schematismo dei personaggi che finiscono con l’apparire irrealistici, più che tipi appaiono maschere. Abbiamo personaggi sempre cattivi e altri altrettanto irrealisticamente sempre buoni.

Manca inoltre una reale prospettiva storica e sociale. Tale aspetto è interessante perché mostra in pieno il momento in cui appare con chiarezza che, il pur generoso tentativo degli intellettuali di riferimento del Pci di costruire un’alternativa all’interno della società capitalista ispirata al realismo socialista, era destinato al fallimento. Ciro rappresenta da questo punto di vista in modo esemplare, e non a caso è il vero personaggio positivo e “vincente” del film, la grandezza e i limiti del Pci nella storia del nostro Paese. Questo partito, infatti, ha dato un contributo essenziale a superare l’arretratezza del nostro Paese, ben rappresentata dalla grettezza del regime fascista, facendone una grande potenza industriale. Ma se il suo contributo è stato essenziale per fare dell’Italia un paese capitalista moderno, il Pci non è poi riuscito a realizzare il suo obiettivo, originario e costitutivo della sua stessa ragion di essere, ossia la transizione al socialismo.

In tal modo non ha risolto le contraddizioni essenziali del nostro Paese, dalla nuova schiavitù del lavoro salariato, alla “vecchia” Questione meridionale, anzi ha finito per integrarsi al punto da proporsi alla classe dominante (al livello delle strutture) come affidabile classe dirigente (al livello delle sovrastrutture in primis, ma non esclusivamente, politiche).

Da qui il suo mesto tramonto che è anche la triste fine del film e dei due artisti principali che avevano collaborato alla sua realizzazione e che maggiormente avevano incarnato sul piano estetico l’alternativa offerta dal Pci all’ideologica dominante: Luchino Visconti e Vasco Pratolini.

11/04/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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