Il manifesto politico del partito dei comunisti

A quasi centosettanta anni di distanza il Manifesto del partito comunista è divenuto ancora più attuale.


Il manifesto politico del partito dei comunisti Credits: Autori: Marotta & Russo - www.avatarproject.it/

A quasi centosettanta anni di distanza il Manifesto del partito comunista è divenuto ancora più attuale, dinanzi alla crescente crisi della società capitalista e alle alternative reazionarie che il suo mancato superamento risuscita. Tale scritto, in cui il programma massimo si lega dialetticamente al programma minimo, è il fondamento teorico di quel partito che solo può offrire una reale alternativa progressiva alla crisi. Perciò è ancora oggi fra i testi più letti e dibattuti al mondo.

di Renato Caputo

Nel 1848 Marx, ancora insieme a Engels, scrive la prima grande opera della maturità: il Manifesto del partito comunista, il più fortunato e importante scritto politico di tutti i tempi, al punto da essere il libro più letto e diffuso dopo La bibbia. Il Manifesto presenta un grande affresco della grandezza e dei limiti della società capitalistica, dai quali emerge la necessità della rivoluzione socialista.

Del resto, “la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi”. I servi della gleba si emancipano trovando rifugio nei Comuni, in cui sorge il primo nucleo storico della borghesia. L’ascesa di quest’ultima fino a divenire la classe dominante e dirigente avviene in seno alla società feudale, che vive una crescente crisi in quello che è stato definito l’autunno del Medioevo. La transizione dalla società feudale alla società capitalistica occupa un ampio periodo storico di circa settecento anni. Non si tratta certo di un costante progresso, ma vi sono fasi di grande sviluppo in senso protocapitalista come nella civiltà comunale, cui seguono fasi di restaurazione della società precedente come all’epoca delle signorie, cui seguono nuovo accelerazioni grazie in primo luogo alle scoperte geografiche e all’aumento dei traffici fra il XV e il XVI secolo. Questo aspetto andrebbe sempre tenuto a mente prima di parlare di fine della storia e di tramonto dell’alternativa socialista, dal momento che il primo significativo tentativo di transizione al socialismo è stato realizzato appena un secolo fa.

I nuovi e più raffinati bisogni che si sviluppano fra gli uomini in tale fase di transizione sono sempre meno soddisfacibili all’interno del modo di produzione feudale. Proprio perciò la produzione artigianale si sviluppa nella manifattura, la cui crescente organizzazione e divisione del lavoro costituisce la base su cui sorgerà l’industria con la progressiva meccanizzazione della produzione. Al contempo cresce il peso economico e sociale e di conseguenza culturale e politico della borghesia, fino a divenire la classe dominante.

Del resto Marx ed Engels non intendono rivolgere una critica di stampo moralistica alla società borghese, sul modello di quelle elaborate dal socialismo utopista, il capitalismo in effetti sino a una certa epoca storica ha indubbiamente favorito un eccezionale sviluppo delle forze produttive. Perciò la borghesia nella lunga fase della sua ascesa al potere ha svolto una funzione eminentemente progressiva e persino rivoluzionaria, operando una netta cesura nei confronti dei lenti ritmi di sviluppo precedenti. Con il dinamismo che la caratterizza, ha rivoluzionato in modo permanente gli strumenti e i rapporti di produzione, favorendo uno sviluppo tecnologico e dell’urbanesimo che appariva indubbiamente impossibile nelle epoche precedenti.

Anche in tal caso è necessario ricordare che lo sviluppo di un modo di produzione più razionale del capitalista consentirà uno sviluppo altrettanto eccezionale delle forze produttive, come in parte si è visto prima in Urss e poi nella Repubblica Popolare Cinese, e proprio per questo è indispensabile non confondere il socialismo con una mera redistribuzione delle ricchezze esistenti che produrrebbe al più una socializzazione della miseria, anche se consentirebbe l’uscita di una parte significativa della popolazione dalla povertà più estrema.

Abolendo i vincoli feudali e l’aura di sacralità che circondava i rapporti fra gli uomini, la transizione al capitalismo ha lasciato come solo vincolo fra uomo e uomo “il nudo interesse”, superando il rapporto fra servo e padrone caratteristico di tutte le società precedenti. Allo stesso modo la società socialista, ponendo progressivamente fine allo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, consentirà un eccezionale sviluppo del processo di emancipazione del genere umano. Infine, e questo costituisce il fine ultimo dal punto di vista storico della società capitalista, essa ha gettato le basi per la formazione del mercato mondiale e di una divisione del lavoro e socializzazione della produzione a livello globale, legando le nazioni le une alle altre e ponendo le basi per l’unificazione del genere umano cui mira il comunismo.

Tuttavia a un certo momento lo sviluppo delle forze di produzione, come del resto era già avvenuto per i precedenti modi di produzione, è entrato progressivamente in contraddizione con i limiti dei rapporti di produzione capitalistici. Questi ultimi tendono a produrre una polarizzazione della ricchezza, con una concentrazione sempre in meno mani dei mezzi di produzione e di riproduzione della forza-lavoro, che contrasta in modo sempre più stridente con la crescente socializzazione della produzione. La concorrenza spinge i capitalisti a una ulteriore meccanizzazione della produzione che restringe sempre più i margini di profitto, costringendo a dover piazzare sul mercato un numero sempre crescente di merci, che sempre più difficilmente riescono a trovare una domanda pagante in grado di non far precipitare il tasso di profitto, fino a rendere troppo rischioso l’investimento.

Ne conseguono crisi di sovrapproduzione, in primo luogo di capitali, sempre più ampie che portano a un enorme spreco delle potenzialità dello sviluppo economico, con risorse sempre più ingenti investite nella produzione di beni di lusso, armi di distruzione di massa e in speculazione utili a trasferire gli investimenti dei piccoli risparmiatori nelle mani dei grandi in possesso di informazioni decisamente superiori e in grado di influenzare in modo diretto l’andamento futuro dei mercati. Le crisi portano inoltre al crescente spreco dello stesso capitale umano, con il crescere della disoccupazione, del lavoro precario, improduttivo e servile. Tanto più che i capitali, le merci, la forza-lavoro sovraprodotte debbono essere ridotte in misura sempre più drastica per rilanciare gli investimenti, e questo richiede distruzioni sempre più ingenti e irrazionali di ricchezze, dagli attacchi speculativi alle guerre.

Del resto è lo stesso sviluppo del modo di produzione capitalista che tende a produrre i propri stessi becchini, creando a livello internazionale una massa sempre più ingente di proletari moderni, che non hanno altro da perdere che le loro catene nel conflitto che li oppone alla grande borghesia, per altro sempre più isolata dalla lotta per la concorrenza che produce la progressiva proletarizzazione dei ceti intermedi e della piccola borghesia.

Il proletariato moderno è composto dagli uomini che possiedono come unico strumento che li consente di riprodursi come classe la vendita della propria capacità lavorativa. Quest’ultima è impiegata con orari e ritmi sempre più massacranti nei luoghi di produzione la cui proprietà è sempre più monopolizzata da poche grandi imprese ormai transnazionali. Tanto più che maggiormente i lavoratori sono costretti a produrre per tenere testa a una sempre più ampia concorrenza della forza-lavoro disoccupata e più si generano saturazioni dei mercati e nuove crisi di sovrapproduzione, che riducono in miseria un numero crescente di disoccupati e costringono gli occupati a lavorare di più con salari più bassi e meno diritti, rendendo al contempo sempre più imponente il capitale che li opprime in misura crescente.

Dall’altra parte è la stessa centralizzazione e concentrazione della produzione a livello globale, portato della concorrenza e ancora più delle crisi, a favorire lo sviluppo della coscienza di classe fra i lavoratori. Le cui organizzazioni sorte spontaneamente su basi economiche e sociali tendono a svilupparsi in senso politico, dal momento che la stessa borghesia nella sua secolare lotta contro il feudalesimo ha finito per politicizzare quella che nei secoli precedenti era stata la plebe sempre all’opra china.

D’altra parte il proletariato è sempre più spinto al conflitto sociale dalle condizioni di oppressione, sfruttamento e relativo impoverimento che subisce. Proprio perciò il proletariato moderno tende a divenire la classe universale, che battendosi per i propri interessi fa gli interessi complessivi dell’intera società portandola a liberarsi da un modo di produzione sempre più irrazionale, liberticida e anti-economico. Tanto più che il proletariato, per liberarsi dalla crescente condizione di oppressione che subisce, è spinto a liberare l’intera società dallo sfruttamento e dall’oppressione attraverso la transizione a una società socialista e, infine, comunista. Del resto con il proletariato tenderà a schierarsi anche una componente crescente dei ceti medi in via di proletarizzazione e degli intellettuali borghesi che comprendono lo sviluppo della filosofia della storia per cui l’ulteriore emancipazione dell’umanità passa necessariamente per la conquista del potere da parte del proletariato moderno.

Quest’ultimo mediante la coscienza di classe e l’organizzazione dovrà mirare dapprima a conquistarsi l’emancipazione politica, a partire dal suffragio universale, per conquistarsi le condizioni migliori per la lotte volta alla riduzione dell’orario di lavoro e all’aumento del salario. In tal modo accumulando le forze e facendo esperienza che solo attraverso una rottura rivoluzionaria dell’ordine costituito, sarà possibile un reale e duraturo miglioramento delle proprie condizioni di vita, il proletariato, facendo leva sulle contraddizioni oggettive del capitalismo, dovrà mirare all’emancipazione sociale ed economica, socializzando mediante l’esproprio i mezzi di produzione privati e vietando ogni forma di sfruttamento del lavoro.

Sorge così una forma superiore di società che si svilupperà nella fase necessariamente non breve di transizione dal capitalismo alla società comunista. In tale fase il 90% sfruttato non sarà più dominato politicamente dal 10% sfruttatore, ma diverrà classe dirigente, sostituendo la dittatura della borghesia con la dittatura del proletariato, dal momento che lo Stato è sempre, sottolineano Marx ed Engels, una forma di dittatura di classe. Nel corso della transizione dalla lotta della giungla prodotta dalla spietata concorrenza nella società civile borghese, con i suoi enormi sprechi – ad esempio la pubblicità, per cui si investe più in tale improduttivo campo che in quello socialmente necessario della ricerca e prevenzione medica – e la scarsa cooperazione, si passa a una società fondata sulla pianificazione e la socializzazione, che consentirà di superare la tragica contraddizione fra crisi da sovrapproduzione di capitali da una parte e gente che rischia di morire di super-lavoro o di inedia, in quanto privata dell’occupazione, dall’altra. Si giungerebbe così a una società in cui sarà superata la gerarchizzazione della società in classi con interessi antagonisti, non più fondata sullo sfruttamento, ma sul suo divieto, in cui verrà meno il dominio di un ormai irrazionale sistema di leggi economiche, in cui il lavoro morto, nella forma di macchine e capitale, opprime sempre più il lavoro vivo.

In tale società comunista, si potranno sviluppare senza impedimenti le potenzialità dell’uomo e della società, non più ostacolate da rapporti di produzione in cui sempre meno hanno di più e la maggioranza della società possiede il minimo indispensabile per riprodursi aspirando a continuare a farsi sfruttare. In tal modo la libertà di ognuno non sarà più limitata dalla libertà dell’altro, che vi vede o un concorrente o uno strumento di profitto, e “il libero sviluppo di ciascuno” diverrà “la condizione per il libero sviluppo di tutti”. Così anche lo Stato da strumento del dominio politico di una classe sulle altre, si fonderà con la società civile in una società regolata. Si supererà, così, progressivamente lo stesso antagonismo fra i popoli e le nazioni, non più portati a confliggere dalla concorrenza e dalla lotta di classe a livello internazionale.

06/06/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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