L’istruzione e la cura del mondo

Riflessioni a partire da un saggio di Hannah Arendt.


L’istruzione e la cura del mondo Credits: illustrazione di Roberto La Forgia

Riflessioni a partire da un saggio di Hannah Arendt[1] intorno al dibattito sulla cura. Un percorso di riflessione sulle buone pratiche di azione politica, sociale, culturale, insieme al cambio di prospettiva che introducono, la loro portata di invenzione e gli effetti di cambiamento possibili o realmente prodotti.

di Laura Nanni

Avere cura, prendersi cura, quel take care degli anglofoni che non ci piace tanto pronunciare, che non è la cura nel senso della terapia medica: è una dimensione considerata marginale nella società contemporanea ‘attiva’, come ci dice Elena Pulcini[2] aprendo la sua conferenza a Modena nel settembre 2013 dal titolo Prendersi cura: per amore o per dovere?

Questa affermazione mi porta a riflettere intorno al dibattito sulla cura che esiste da anni, un percorso di riflessione che ha come riscontro concreto le buone pratiche di azione politica, sociale, culturale, insieme al cambio di prospettiva che introducono, la loro portata di invenzione e gli effetti di cambiamento possibili o realmente prodotti. Le buone pratiche possono promuovere nuovi modelli in grado di riorientare motivazioni e ideali sia delle persone che delle istituzioni. Nella cultura moderna è stata privilegiata la dimensione dell’io-individualismo illimitato, rispetto alla dimensione della relazione io-tu, io-noi, io-mondo. Affidata alla donna, la cura viene messa da parte insieme alla donna, esclusa dalla sfera pubblica e politica in cui il protagonista è l’individuo e non la relazione.

So anche che se mi pronuncio sull’argomento cura e cerco di riprenderne il discorso, tra le donne posso anche suscitare espressioni di sconforto e di critica: – … ecco qua! Tanto tocca a noi! È il nostro destino… ancora gli stessi stereotipi?

Va bene, lo scoraggiamento può affacciarsi alla coscienza perché è tradizione associare Donna/Cura, com’è ‘naturale’ metterla subito al piano inferiore nella scala degli argomenti filosofici superiori e nella cantina della Casa della Società Tecnologica…

Ma, io penso che possiamo anche pensare all’eredità che abbiamo acquisito in questi secoli di dedizione e di attenzione per la Cura, come ad una preziosa competenza, una scienza della vita che è un patrimonio da non disperdere.

Secondo Virginia Woolf i valori delle donne sono spesso assai diversi dai valori dell’altro sesso; i valori maschili però prevalgono. La Woolf aveva rilevato nei romanzi scritti dalle donne nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo, come le donne avessero difficoltà a far sentire la propria voce, come tendessero ad essere accondiscendenti nei confronti di un’autorità. Virginia Woolf attribuisce queste tendenze femminili alla forza dei valori innati nell’essere donna: «la sensibilità per i bisogni altrui e la disponibilità a prendersi cura degli altri inducono le donne a prestare ascolto a voci diverse dalle loro e a comprendere nel loro giudizio punti di vista diversi dal proprio».

Penso non sia accettabile che quelle abilità recettivo-percettive, insieme ad altre, non vengano valorizzate e potenziate al fine di essere sviluppate in attività e in competenze diverse; e penso che allo stesso tempo tali attività e competenze non riguardino solo un campo pratico, anzi, la profondità che si raggiunge nel partire da sé e dalla propria esperienza, è il fondamento di una capacità di trascendenza che non dobbiamo perdere, è una nostra conquista.

Così, nell’affrontare il lavoro dell’educazione e dell’istruzione, fa la differenza che certe caratteristiche siano rilevate e fatte notare; che in una classe di studenti e studentesse siano poste sotto la luce della riflessione collettiva e personale le differenze con le quali ci si mette in relazione e con le quali ci si pone nello spazio collettivo.

Tre sono i punti che vorrei evidenziare nel mettere la Cura ‘all’ordine del giorno’ a proposito del tema Istruzione-Educazione.

Pluralità. Troppo spesso non è contemplata come punto di inizio di una tesi, di un progetto, di una proposta, la dimensione della pluralità che ci accoglie nel nostro venire al mondo. È una grande risorsa un mondo plurale in cui le differenze vengano percepite ognuna come una parte di una ricchezza condivisa nello stare al mondo. È naturale che le diversità, soprattutto di pensiero possano costituire un problema. Ma accade a causa dell’incapacità di pensare che la vita possa prendere tante diverse forme, e che va rispettata come valore, anche quando sia incompatibile col nostro modo. La violenza e il sopruso nei confronti della vita sono semplici da identificare e da stigmatizzare. Per difendersi da questi bisogna attivare le proprie e le altrui difese critiche, prima di tutto.

Il contrario del rispetto infatti non può essere che la distruzione.

Fragilità. È necessario rendersi conto che è parte costitutiva di noi stessi, in quanto esseri umani; che è una caratteristica di tutto ciò che esiste, di tutto ciò che è parte della Vita. La forza con cui agiamo per reagire a uno stato di fragilità momentanea, non è la negazione di questa fragilità costitutiva. Non saremmo neppure in grado di percepire con la nostra sensibilità, con tutti i nostri sensi, il mondo e gli altri, se non fossimo strutturalmente costituiti anche dalla fragilità.

La consapevolezza della nostra fragilità, che può incrinare il nostro coraggio, la nostra vitalità, ci avvicina e ci fa guardare gli uni verso gli altri con occhi che vanno oltre l’alterità. Ci consente la comprensione dell’umanità nelle altre persone, proprio nei momenti in cui le divergenze, i contrasti potrebbero sfociare in dispute cui non poter dare un argine quando sarebbe invece possibile trovare la strada che non tradisca l’umanità di ognuno-a.

Sentimento. Il sentimento connota la relazione fondamentale con il mondo e con il nostro agire. È passione, è tenerezza, è affetto, è rabbia, è tutto quello che riempie e colora il nostro esserci. Tanti sono i colori possibili, quanto la capacità del nostro sentire è sviluppata.

La dicotomia ragione/sentimento all’origine delle discipline scientifiche e filosofiche occidentali, ha limitato la capacità di sistematizzare la pratica pedagogica-educativa-didattica, che non può essere completa se esclude la dimensione del sentimento(e le emozioni che provoca) dalla relazione educativa nel processo di apprendimento. Situata nel nostro cervello, la mente, è orientata dalle emozioni e questo diventa un principio di selezione del nostro fare esperienza nel mondo e quindi anche nella scelta inconscia che operiamo quando siamo in una situazione di apprendimento.

Dai recenti studi neuropsicologici e neurolinguistici (mi riferisco soprattutto a quelli di Marcel Danesi[3], ma ce ne sono altri) la metodologia e la didattica si sono rimesse in discussione per rafforzare quella posizione che mette al centro del processo di apprendimento-insegnamento la persona che apprende, che abbraccia in una visione interdisciplinare il posto che hanno le relazioni e le emozioni. Il cervello è composto di miliardi di neuroni, è configurato geneticamente come tutti intuiamo, ma poi si sviluppa dinamicamente in base alle esperienze. Secondo le situazioni e gli stimoli, le sinapsi si configurano in modo diverso dando vita a innumerevoli nuove connessioni fondate sull’esperienza. È proprio per questo che non esistono due cervelli uguali.

Con queste nuove conferme da parte delle neuroscienze, possiamo comprendere come le intuizioni di Maria Montessori fossero valide.

Infatti, secondo la Montessori, il periodo infantile rappresentava una fase di enorme creatività, durante la quale la mente era in grado di assorbire informazioni dall’ambiente circostante, era in grado di farle proprie in modo naturale, crescendo e sviluppando le potenzialità senza sforzo.

Credo che nell’educare e nell’insegnare il prendersi cura di, sia il contenitore nel quale ogni azione educativa debba essere inserita.

Educare diviene un’azione politica, nel senso che non possiamo evitare di metterci in una relazione docente-studente-mondo-società. La scuola (e l’istruzione-formazione) ha a che fare con quello che c’è nel mondo, con quello che si pensa e si fa nel mondo, con la responsabilità di fornire strumenti di lettura e di azione nel mondo.

Significa che il progettare un’azione educativa vuol dire anche equipaggiare gli apprendenti affinché siano in grado di progettare la propria vita secondo le proprie potenzialità e i propri desideri portati a coscienza. In questo si realizza la possibilità che il nuovo emerga, rinnovi e consenta al mondo di esistere e progredire.

Note:

[1] Hannah Arendt nacque nel 1906 in Germania a Koenisberg, di origine ebrea; con la salita al potere di Hitler nel 1933, riuscì a fuggire dalla Germania, si trasferì in Francia e poi in USA. Filosofa della politica, una dei maggior esponenti della teoria politica. Tutto l’articolo è in: http://www.iaphitalia.org/laura-nanni-istruzione-e-cura-del-mondo-oltre-la-crisi-dellistruzione-di-hannah-arendt/

[2] Elena Pulcini, professoressa di Filosofia sociale presso l'Università di Firenze.

[3] È ordinario di Semiotica e di Antropologia presso il Victoria College dell´Università di Toronto.È direttore del Programma di semiotica e di teoria della comunicazione della medesima Università. Dal 2001 è co-direttore del "Centre for Communication and Information Sciencesat the University of Toronto and Lugano". È autore di numerosi saggi e volumi in più lingue relativi alle tematiche semiotico-linguistiche e comunicazionali, soprattutto dal punto di vista cognitivo.

05/02/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: illustrazione di Roberto La Forgia

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L'Autore

Laura Nanni

Roma, docente di Storia e Filosofia nel liceo. Fondatrice, progetta nell’ A.P.S. Art'Incantiere. Specializzata in politica internazionale e filosofia del Novecento, è impegnata nel campo della migrazione e dell’integrazione sociale. Artista performer. Commissione PPOO a Cori‐LT; Forum delle donne del PRC; Stati Generali delle Donne.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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