La sposa bambina

Una efficacissima rappresentazione della spaventosa violenza che colpisce in primis i più deboli.


La sposa bambina

Una efficacissima rappresentazione della spaventosa violenza che colpisce in primis i più deboli (lavoratori manuali, donne e bambini) in una società egemonizzata dal tradizionalismo radicato in una visione del mondo mitologico-religiosa antimoderna. Dal film emerge l’importanza decisiva della libertà moderna dell’individuo, che ha alla sua base l’affermarsi di una visione del mondo razionale, scientifico-filosofica, indissolubilmente legata alla democrazia.

di Renato Caputo e Rosalinda Renda

Il film, di Khadija Al-Salami (valutazione 8-), è una coraggiosa e preziosa denuncia della spaventosa povertà indotta dal prevalere delle forze che si battono per la tradizione e la visione del mondo religiosa contro la modernità e la visione del mondo scientifico-filosofica, che colpisce in primo luogo i più deboli, in primis le donne e i bambini dei ceti popolari.

Il film denuncia con estrema forza le spaventose violenze contro le donne e i bambini delle classi subalterne in Paesi in cui si è riaffermata, dopo la momentanea sconfitta dell’alternativa socialista, il tradizionalismo religioso. Abbiamo così, da una parte, una realistica rappresentazione di tutta la spaventosa ferocia che domina nelle società antiche e tradizionaliste, dove a dominare è una barbara e primitiva eticità improntata a una antimoderna visione del mondo mitologico-religiosa, volta a naturalizzare ed eternizzare la logica di dominio, per cui i rapporti fra gli uomini non sono mai rapporti fra eguali, ma seguono la logica antica del rapporto fra servo e signore. Tale rapporto vige non solo fra le classi sociali, ma anche all’interno delle stesse famiglie, dove i mariti dominano completamente sulle donne e i bambini. In questa spaventosa logica del dominio e dello sfruttamento, i membri delle classi medio alte comprano dalle classi povere delle mogli bambine da schiavizzare e violentare. Tale sistema tradizionalista, fondato sul bigottismo religioso, porta a considerare naturale che una volta acquistata come moglie una bambina, questa non solo possa essere sottoposta a qualsiasi violenza sessuale da parte del marito, ma debba sobbarcarsi tutti i lavori più duri e umili. Abbiamo così una realistica rappresentazione di quella vita tradizionalista e agreste di cui così tanti intellettuali della a-sinistra occidentale, seguaci di Heidegger, il più significativo pensatore nazional-socialista di destra, tendono a esaltare.

In maniera estremamente efficace la regista mostra come tali aberrazioni siano non l’eccezione ma la regola, non il prodotto di alcune mele marce o particolarmente bigotte, ma il prodotto “naturale” di una condizione di oppressione sociale dei ceti popolari e di pieno dominio ideologico del tradizionalismo e della visione del mondo mitologico-religiosa. Per cui in questa società completamente gerarchizzata in cui i rapporti sono sempre improntati al dominio, difeso dalla violenza, la ricchezza e i pregiudizi religiosi, anche molte donne, non solo delle classi meno povere, ma anche solo più grandi di età tendono a favorire lo sfruttamento e la violenza pedofila ai danni delle più povere e piccole di età. Allo stesso modo vediamo come di tali spaventose brutalità siano complici più o meno consapevoli gli stessi padri delle classi più umili, che pur amando i loro figli non esitano a venderli ai più ricchi, anche perché in caso contrario questi ultimi se ne approprierebbero con la violenza, coperta dalla visione del mondo tradizionalista che incolpa la vittima e la sua stessa famiglia delle violenze sessuali subite dai maschi delle classi più in alto nella gerarchia sociale.

Il film, infatti, non solo ci mostra in primo luogo i fatti, in modo rivoluzionario, dal punto di vista della sposa schiava bambina, anche perché la regista (presentata come la prima del suo Paese) ha vissuto un’esperienza analoga, ma poi ce li ripropone dal punto di vista del padre che l’ha ceduta in cambio di denaro al marito più o meno inconsapevole aguzzino. Così non solo il quadro si completa, ma comprendiamo anche le ragioni dell’“altro”, per quanto il suo comportamento sia a prima vista assolutamente colpevole.

Ciò ci insegna a ragionare non in modo astratto e dogmatico, unilaterale, ma a comprendere che un quadro veritiero può emergere soltanto dal raffronto razionale e critico delle diverse interpretazioni tutte inevitabilmente soggettive e parziali. Il film mostra anche, in modo davvero significativo, come le versioni dei fatti soggettive siano poi sempre pesantemente condizionate dallo status sociale, dal genere e dalla propria più o meno adesione alla visione del mondo dominante. Abbiamo così la possibilità di vedere la vicenda dagli occhi del ricco e anziano saudita che sfrutta come schiavo il fratellino della sposa bambina e si indigna condannando razzisticamente tutti gli yemeniti quando legge sul giornale che in tale Paese una moglie ha denunciato il padre e il marito.

Estremamente significativo è che l’attuale versione ultra reazionaria della religione sponsorizzata e imposta in tutto il mondo dalle teocrazie dispotiche del Golfo con il pieno sostegno delle classi dominanti occidentali, non abbia in realtà molto a che fare neanche con le tradizioni, per quanto arcaiche possano essere, e con le stesse visioni mitologiche religiose per quanto antiche possano essere. Vediamo, infatti, che tale spaventoso dominio sulle donne è ancora più accentuato nella grande città, nella capitale, in cui si è affermata l’ideologia wahabita grazie soprattutto ai sauditi, i più stretti alleati della Nato nell'area. Le donne provenienti dall'estremamente arretrata comunità delle montagne solo giungendo nella capitale sono costrette a coprirsi completamente da spaventosi veli neri. Inoltre, nel processo emerge chiaramente che non solo tali spaventose violenze non tengano minimamente conto dello spirito di una religione, per quanto antica, come l’islamica, ma non siano nemmeno difendibili sulla base della lettera e siano il prodotto dei pregiudizi di chi aderisce in modo acritico al tradizionalismo divenuto l’ideologia dominante, in quanto funzionale al dominio funzionale al neocolonialismo delle famiglie reali del Golfo.

Vediamo inoltre quanto sia decisivo difendere ancora oggi la libertà dei moderni, ossia la moderna conquista della libertà dell’individuo di autodeterminare il proprio destino, dinanzi ai tentativi clerical-fascisti di rivendicare di contro a essa i valori della tradizione, delle visioni del mondo mitologico-religiose, del comunitarismo. Come appare chiaramente nel film, la visione del mondo tradizionalistica e religiosa impone che le scelte per i giovani figli anche per quanto riguarda i matrimoni o quando subiscono spaventosi abusi e violenze sono completamente nelle mani dei padri che ne dispongono sulla base di puri interessi economici, scambiandoli tranquillamente con animali ai quali le donne e i bambini, in primo luogo, sono equiparati.

Il principale limite del film è che non appare in grado di contestualizzare storicamente il tragico scenario presente, che giustamente denuncia. Non solo manca qualsiasi indicazione per l’apertura di una reale alternativa, al di là della quasi miracolosa positiva soluzione del singolo caso (non tutti infatti troveranno delle congiunture così favorevoli). Non si ha nemmeno alcun sentore della tragedia che sta per abbattersi sullo Yemen, dalle primavere arabe, alla successiva guerra civile e religiosa, fino all’aggressione dell’imperialismo transnazionale sotto la direzione dei regimi dispotici del Golfo che sta favorendo la conquista del potere da parte delle forze ultra-integraliste, al-Quaida in primis, e che sta provocando la morte e la fuga di un numero spaventosamente ampio di yemeniti, a dimostrazione ulteriore che la soluzione indicata nel film, per cui sarebbe sufficiente applicare la legge per risolvere i problemi, come se questi dipendessero solo dalla corruzione e dall’arretratezza delle campagne, sia del tutto inadeguata e illusoria.

Manca poi del tutto qualsiasi considerazione degli eventi giustamente denunciati alla luce della prospettiva offerta dalle vicende storiche moderne e contemporanee del Paese. In tal modo si finisce per naturalizzare l’esistente, fermando il tempo, senza comprendere come grazie al prevalere delle forze nazionali e soprattutto internazionali che si battono per la de-emancipazione, comunità internazionale egemonizzata dall’imperialismo in primis, la situazione può, come purtroppo è avvenuto, in breve tempo sensibilmente precipitare; d’altra parte non vi è alcun cenno alla gloriosa storia della Repubblica democratica popolare dello Yemen (1971-1990) che aveva rappresentato una reale alternativa rivoluzionaria, laica e democratica, ai regimi dispotici e teocratici del Golfo, retti grazie al supporto dell’occidente capitalista cristiano.

La gloriosa storia della RDPY dimostra infatti che una reale alternativa non solo è possibile, ma è necessaria e indispensabile per uscire dalla spaventosa tragedia storica che stiamo vivendo. Si tratta, infatti, di un Paese nel quale, come del resto nell’Afghanistan combattuto dai terroristi islamici, con il pieno sostegno dell’Occidente, non solo alle donne erano riconosciuti pari diritti, a partire dall’istruzione, ma potevano tranquillamente girare da sole per le strade in minigonna. Se si mettessero in evidenza le spaventose differenze fra questi tentativi di costruire società democratiche e socialiste nel mondo islamico e l’attuale predominio della più nera reazione terrorista e teocratica, si potrebbe capire da che parte realmente stanno le potenze occidentali, che pretendono di rappresentare ed esportare i diritti umani, e i presunti regimi totalitari che hanno in completa contro tendenza mirato a liberare realmente i subalterni e in primo luogo le donne.

Ancora più pericoloso è considerare queste tragiche storie come proprie di un mondo totalmente altro e lontano dal nostro, senza comprendere non solo le tragiche responsabilità di colonialismo e imperialismo in queste drammatiche vicende e senza comprendere come anche da noi, non solo in Austria, le forza ultrareazionarie sono costantemente in agguato. Per rimanere in tema ci limiteremo a citare alcuni passaggi della recensione di questo film da parte di un quotidiano, uno dei pochissimi non in crisi in questo periodo nero per la carta stampata, sotto il controllo dell’uomo politico più influente nell’Italia nell’ultimo quarto di secolo: “Che pizza micidiale. (…) La platea sbadiglia e pensa: chissà che fatica trovare una ragazzina così brutta” (da Il Giornale del 12 maggio 2016).

Se non si tiene presente come le forze che mirano alla de-emancipazione del genere umano e, in primo luogo dei subalterni, sono molto forti e spesso al potere nel mondo cristiano occidentale, sia economico, che politico e culturale, si crea l’immagine del tutto distorta che l’unica alternativa possibile al nostro esistente, caratterizzata da una gravissima crisi del modo di produzione capitalistico, sia il fondamentalismo islamico, visto che il totalitarismo socialista è stato definitivamente sconfitto.

03/06/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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