Le insidie della hi-tech e dei social network. Eremitaggio, furto d’identità e disinformazione

Un tempo, prima dell’era informatica, se si voleva sfuggire alla solitudine ci si predisponeva alla ricerca di qualche “anima pia”. Ce n’erano tante disponibili, con cui comunicare. Bisognava semplicemente lasciarsi attraversare dalle parole dell’interlocutore che generalmente avevamo di fronte o via cavo telefonico.


Le insidie della hi-tech e dei social network. Eremitaggio, furto d’identità e disinformazione Credits: @Paolo Grassino

Dalla carta stampata alle tecnologie informatiche. Le cause dei disturbi della comunicazione nella “società liquida”. Le insidie nella frequentazione dei social network. Furto dei dati sensibili, ovvero l’illusione della privacy in rete. Orwell, “Il Big Brother ci guarda”. Il pensiero di Umberto Eco sui social media. La confutazione di Nicoletti, giornalista della Stampa. 

di Alba Vastano

Un tempo, prima dell’era informatica, se si voleva sfuggire alla solitudine ci si predisponeva alla ricerca di qualche “anima pia”. Ce n’erano tante disponibili, con cui comunicare. Bisognava semplicemente lasciarsi attraversare dalle parole dell’interlocutore che generalmente avevamo di fronte o via cavo telefonico. Un tempo remoto non bastava la tv e c’era la carta stampata, come priorità, per soddisfare la curiosità di informazione sui fatti del pianeta. Allora si usciva di casa e si andava alla più vicina edicola o libreria. C’era la folla alle edicole. E la frequentazione delle librerie era gratificante come un trattamento di benessere in una Spa. Si leggevano i quotidiani nei bar, come nelle panchine dei parchi. Ci si dedicava alla lettura di un buon saggio sprofondati sul divano di casa. Un tempo gli adolescenti stanziavano sui muretti di periferia a parlare e “sganasciarsi” dal ridere e si scambiavano i fumetti di “Diabolik”. Un tempo si leggeva e si raccontava la vita. Si leggeva. Si pensava. Si argomentava. La realtà attuale, invece, è fatta di silenzi, di rare riflessioni e di pochissimi racconti. Poco si pensa. Poco si comunica “vis a vis”, tantomeno in gruppo. L’avvento delle tecnologie informatiche ci ha rubato i pensieri e la voglia di raccontarci. Chi è attento a questa nuova realtà storica ne è cosciente. È sufficiente guardarsi intorno per capirlo. Strade, autobus, macchine e metro invasi di strana gente che parla da sola. 

Un tempo, spalle curve, testa bassa e frenetica gestualità di un passante che parlava con se stesso, denotava follia o esasperazione. Ora è la gestualità che accompagna una semplice telefonata ad un amico, fatta con auricolare wifi. Un tempo erano “i matti,” ora sono i nuovi imbecilli dell’era informatica. Un’umanità addormentata nella coscienza di essere persone e nell’incoscienza di essere schiavi della tecnologia. Un’umanità con cui non ci si relaziona, se non urlando negli smartphone e iphone, se non digitando da ipad, tablet. Un’insidia inquietante è piombata sulla comunicazione, quella dell’affido totale delle sinapsi ai sistemi Android (Google) o a quelli della Silicon Valley, a cui appartengono le maggiori aziende high tech, fra cui l’affascinante e mistificante “Facebook”. Affascinante, perché difficile resistere ad un sistema che offre nel contempo massima visibilità e privacy. Mistificante, perché tutto questo è maledettamente falso. Dalla login, per accedere al network, all’eremitaggio il passo è breve. E si entra in un mondo virtuale da cui è davvero difficile uscire. 

Un mondo, quello dei social network in cui si depositano le directory della nostra vita e il sistema creato nella valle del silicio cattura la nostra identità e se ne fa padrona. Lì si svolge la nostra vita parallela alla reale.Una vita leggera ed effimera in cui ci si sente centrali e visibili. L’illusione della privacy è l’avallo per snocciolare confidenze, opinioni, l’immagine del primo dentino di un figlio e del matrimonio di una sorella. Pensieri, foto di parenti e gite fuori porta, hobby, amori e tradimenti. Tutto in bella mostra sul nostro diario online e sotto gli occhi di tutti. Le abitudini quotidiane sono date in pasto alla voracità dei curiosi e agli sponsor delle aziende di settore a cui vengono veicolate per farci tartassare dallo spam. Finiamo in un grande “occhio” mediatico. Orwell ci aveva avvertito con il suo “Big Brother” (1984). “Il grande fratello vi guarda”, uno slogan metafora della perdita della privacy. Chi entra a far parte di “Oceania”, immaginario stato totalitario, è tenuto costantemente sotto controllo dalle autorità. 

Così Umberto Eco: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività.Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». (“La Stampa”). Ancor peggio di ciò che s’immagina quindi. E se a dirlo è un illustre scrittore come Eco, con una laurea honoris causa per la comunicazione e cultura dei media, difficile è da contraddire affermando che i social sono la panacea per la solitudine. Sarebbe più onesto affermare che i network, nelle più disparate situazioni, offrono illusioni di socialità agli stolti. 

Sui social viaggiano a velocità supersonica un mare di imbecilli (per dirla alla Eco, quindi) che invadono le pagine di chi li accoglie fra i propri contatti. Commenti isterici. Opinioni prive di logica. Informazioni fuorvianti. Sede e crocicchio per depravati. E per minori che si prostituiscono per una ricarica telefonica o per una borsa firmata. Minorenni senza famiglia, immersi nel mare della solitudine più angosciante. Giovanissimi in mano all’iniquo adescatore che getta continuamente l’amo nella rete. Così il caso delle baby squillo romane, descritto nel romanzo di Daniele Autieri, “Professione squillo”. 

E prosegue Eco nelle dichiarazioni apparse sul giornale “la Stampa”: «La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità», e invita anche i giornalisti «a filtrare con un’equipe di specialisti le informazioni di internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno”. 

Infatti chi controlla la veridicità delle informazioni in rete? Chi può avallarle come attendibili? Chi ci assicura che le notizie che appaiono a valanga in rete alla velocità della luce siano realmente accadute? La mistificazione fa parte del gioco dell’informazione che deve essere veloce. Non fa nulla se sia vera o meno. Ha ragione il letterato. Ormai tutti scrivono e la maggioranza scrive imbecillità scopiazzate qua e là da fonti pressappochiste e inattendibili, appunto. 

Dello stesso avviso non è Gianluca Nicoletti, giornalista della “Stampa” che in un articolo pubblicato sulla Stampa “Ecco perché Eco sbaglia”, tende a smentire l’illustre letterato. Facile confrontarsi fra geni, scienziati o letterati da Nobel. Il difficile è argomentare con chi spara frottole e fandonie, dimostrandogli che la verità e la logica non sono illazioni. La sfida dei social è questa. Ognuno può esprimere se stesso e ciò che pensa, pur dicendo eresie. Nessuno deve essere emarginato solo perché non ha lauree honoris causa. La comunicazione é libera, anche se inutile, oziosa e poco intelligente. ”Non si produce pensiero nella cultura digitale se non si accetta di stare gomito a gomito con il lato imbecille della forza» afferma Nicoletti, in risposta a quanto afferma Umberto Eco. 

Tornare alla carta stampata e alla comunicazione reale, provare a raccontarsi e a raccontare è di certo oggi una sfida che potrebbe apparire, ai più, anacronistica. Di contro l’eremitaggio e l’identità perduta nella rete non sono conquiste, ma pericoli atti a produrre alienazione e corruzione. Lontani dai social? Forse è meglio frequentarli per sfidare corruzioni e imbecillità, provando a dare un senso anche alla comunicazione virtuale. 

 

13/06/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: @Paolo Grassino

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"La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re. Non si rende conto che in realtà è il re che è il Re, perché essi sono sudditi" (Karl Marx)


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