Sessant’anni di rivoluzione cubana

La portata storica universale della rivoluzione cubana per il suo ruolo decisivo nella lotta per l’emancipazione dei popoli ex coloniali dall’imperialismo e dal neocolonialismo.


Sessant’anni di rivoluzione cubana Credits: https://tg24.sky.it/mondo/photogallery/2016/11/26/Fidel-castro-morto-leader-rivoluzione-cuba-fotostoria.html

La rivoluzione cubana e l’estendersi del socialismo nell’emisfero occidentale

Il campo socialista, espandendosi nel 1945, dopo la sconfitta del nazi-fascismo a opera dell’armata rossa, all’est europeo e nel 1949 alla Repubblica popolare cinese, costituiva un blocco compatto, che facilitava il cordone sanitario messo in atto dai paesi imperialisti che, come tutti i conservatori e reazionari, considerano la rivoluzione una malattia contagiosa. Nel 1959 sorge nella più grande isola dell’America centrale, a Cuba, a poche decine di miglia da Miami, uno Stato democratico-rivoluzionario, che si sarebbe presto sviluppato in senso socialista. A capo del governo rivoluzionario e, precedentemente della guerriglia, è un giovane intellettuale: Fidel Castro.

La dittatura subalterna agli Usa del generale Batista

Il principale esponente dell’oligarchia, sino alla rivoluzione, era il generale Fulgencio Batista, che esercitava un potere dittatoriale reazionario con la copertura degli Stati Uniti, che tendevano a foraggiare e incoraggiare, un po’ ovunque, il costituirsi di regimi reazionari in chiave anti-comunista.

Batista esercita il suo dominio dittatoriale su Cuba, a seguito di un colpo di Stato militare nel 1952, con una violenza terroristica. In tal modo, grazie alla corruzione imperante e alla sua svendita del paese alla criminalità organizzata e alle multinazionali statunitensi, che avevano ridotto la più grande isola delle Antille a un enorme bordello a cielo aperto, aveva accumulato enormi ricchezze, mentre la maggior parte della popolazione viveva di stenti o era costretta a vendersi ponendosi al servizio del neocolonialismo yankee. Le principali risorse economiche del paese erano così controllate dal capitale finanziario e speculativo statunitense.

Dall’assalto alla caserma Moncada alla conquista del potere

Fidel Castro nel 1953 aveva capeggiato un primo tentativo insurrezionale, che aveva preso l’avvio dall’assalto alla caserma Moncada. Tale coraggioso e generoso tentativo di liberare il paese dall’oppressione interna ed esterna era stato ben presto sconfitto, essendo viziato di spontaneismo e avventurismo. Arrestato, Fidel Castro non si perse d’animo, ma sfruttando i suoi studi giuridici e le sue straordinarie capacità oratorie, comunicative e argomentative, decise di difendersi da solo, trasformando un processo “farsa” – che avrebbe dovuto portare alla rapida condanna a morte dei giovanissimi rivoluzionari – in una durissima requisitoria contro il regime tirannico di Batista, che rese popolare l’accusato in tutta l’isola. Questa celeberrima requisitoria si concluderà con l’altrettanto celebre ed efficace affermazione: “la storia mi assolverà”.

In effetti, la popolarità del giovane rivoluzionario si veniva rapidamente affermando fra le oppresse masse cubane, al punto che Batista non solo non poté permettersi di farlo condannare a morte, ma si vedrà ben presto costretto a commutare la condanna al carcere in una condanna all’esilio.

In tal modo, Fidel Castro, con un pugno di compagni sopravvissuti, trovò rifugio in Messico dove iniziò da subito a pianificare un nuovo tentativo di rovesciare la dittatura di Batista. Fra i giovani rivoluzionari, che riuscì a coinvolgere nell’impresa, vi era oltre a un ex partigiano italiano, un medico argentino di nome Ernesto Guevara detto il “Che”, che sarà tra i principali protagonisti di questa epopea.

Per una serie di casi sfortunati, anche il nuovo tentativo insurrezionale parve ben presto condannato a una nuova e presumibilmente definitiva débâcle. Sbarcati in ritardo rispetto al momento in cui era partito e presto abortito il tentativo rivoluzionario, i guerriglieri furono decimati dalle allertate truppe di Batista. Tuttavia Fidel Castro, Guevara e pochissimi altri sopravvissuti riuscirono a far perdere le loro tracce e impiantando le basi per la lotta guerrigliera nella zona montuosa più impervia dell’isola. Qui i giovani rivoluzionari ricevono il sostegno dei campesinos, che più di tutti patiscono le condizioni di sfruttamento imposte dalle multinazionali statunitensi e dal regime di Batista. Così sempre nuovi giovani contadini chiedono di poter prender parte alla guerriglia, anche se spesso non possono essere arruolati perché troppo giovani e privi di armi. E anche nelle città le forze della sinistra di classe prendono sempre più apertamente le parti dei guerriglieri.

Nel frattempo gli Stati Uniti, sempre più in difficoltà per il crescente discredito tanto a Cuba quanto all’estero del regime di Batista, considerano troppo oneroso continuare ad appoggiarlo apertamente e, quindi, si vedono costretti a sospendere i rifornimenti e i decisivi aiuti militari. Così nel 1958 Fidel Castro comprende che è giunto il momento di passare all’attacco e lancia l’offensiva finale, i guerriglieri scendono dalle montagne e nel gennaio del 1959, con l’appoggio dei sindacati – che nel frattempo avevano lanciato uno sciopero generale ad oltranza – conquistano le principali città e con esse il potere.

Le prime misure del governo rivoluzionario e lo sviluppo in senso socialista di Cuba

Il nuovo governo rivoluzionario realizza subito una radicale riforma agraria, che spazza via il latifondo e mira a diversificare l’agricoltura, abbandonando le monoculture imposte dalle multinazionali e rivolte esclusivamente al mercato estero. In tal modo, le forze rivoluzionarie riprendevano il controllo della politica economica del paese, non esitando a espropriare le multinazionali straniere, in particolare statunitensi, che sino ad allora avevano fatto il bello e cattivo tempo.

Da allora i governi statunitensi, a eccezione di una breve parentesi durante il governo Obama, hanno costantemente vinto le elezioni promettendo un rovesciamento di quello che definiscono il regime castrista. D’altra parte, privo dei quadri politici necessari per guidare uno Stato posto in una condizione di costante stato d’assedio dalla maggiore potenza imperialistica della storia e non disponendo di un’organizzazione politica, Castro legalizza il Pcc che lo aveva sostenuto al tempo della lotta guerrigliera e si avvale del suo appoggio per costituire nel 1961 un partito rivoluzionario unificato.

L’evoluzione in senso socialista della rivoluzione cubana, dunque, è stata anche una conseguenza della politica di aggressione e di blocco economico imposto dagli Stati Uniti. Tanto più che questi ultimi, dopo l’espropriazione della multinazionale United Fruit company (oggi chiamata Chiquita) che controllava gran parte delle terre fertili cubane, non si sono limitati a sostenere le forze contro-rivoluzionarie, ma hanno più volte pianificato d‘invadere l’isola e di assassinarne i principali dirigenti, oltre a sabotarne costantemente le strutture produttive. Così nel 1960 il governo rivoluzionario, dinanzi all’escalation della politica aggressiva del blocco imperialista statunitense, ritiene necessario far divenire Cuba parte integrante dei paesi del campo socialista.

Dall’alleanza per il progresso alla Baia dei porci

La stessa Alleanza per il progresso, lanciata in pompa magna dal neoeletto e gran comunicatore presidente democratico J. F. Kennedy, che avrebbe dovuto finanziare lo sviluppo degli arretrati paesi latinoamericani con una sorta di nuovo piano Marshall, nonostante produca mediocri risultati – anche perché la principale fonte dell’arretratezza sudamericana era da ricercare proprio nella politica neocoloniale statunitense – viene cinicamente sfruttata per cercar di soffocare con le armi degli esuli cubani nel 1961 la Rivoluzione. Le truppe costituite principalmente di mercenari e di membri delle forze speciali dell’esercito di Batista, con la copertura della massima potenza militare mondiale, sbarcano alla Baia dei porci, ma sono rapidamente sbaragliate dalla milizia rivoluzionaria, a dimostrazione che la radicale riforma agricola tanto criticata in occidente, non solo non aveva reso impopolare il governo, ma lo aveva rafforzato implementando la sua capacità di mobilitazione di massa a difesa delle conquiste rivoluzionarie. Dinanzi a tale cocente fallimento J. F. Kennedy reagisce imponendo un blocco navale all’isola.

La crisi dei missili a Cuba

Dianzi alle crescenti pressioni dei falchi Usa, che mirano a forzare la mano al presidente Kennedy per superare le sue titubanze e fargli dare il disco verde per l’invasione di Cuba, il governo cubano si vede costretto a entrare a tutti gli effetti nel blocco sovietico, in cambio dell’assicurazione di N. Kruscev, allora principale dirigente dell’Urss, di garantire la difesa dell’isola da ogni aggressione imperialista. Così, come ritorsione alla politica aggressiva statunitense – che aveva impiantato missili con testate nucleari intorno all’Unione sovietica – Kruscev procede a installare basi missilistiche a Cuba, da utilizzare come deterrente per un’invasione statunitense. Quando questi ultimi se ne accorgono, reagiscono ponendo sotto assedio con la propria potente flotta l’isola, per impedire qualsiasi possibilità di scambio con l’Urss e gli altri paesi socialisti.

Si arriva così a un passo dallo scoppio di una micidiale guerra atomica, quando la flotta statunitense bombarda un sottomarino sovietico inviato a difesa dell’isola che, perso ogni contatto con il mondo esterno, che gli impedisce di sapere se l’attacco subito fosse parte di un più ampio attacco atomico, dovrebbe rispondere secondo il protocollo lanciando i propri missili con testate nucleari contro le coste statunitensi. Il sangue freddo dimostrato in tal caso dall’equipaggio del sottomarino che, pur in una condizione estrema per i danni subiti, rifiuta di far ricorso alle armi atomiche, impedisce la catastrofe. Tanto più che, dinanzi a un pericolo così impellente, è di nuovo Kruscev ad aver il coraggio di prendere l’iniziativa consentendo di risolvere in modo pacifico la controversia, che rischia di degenerate dinanzi all’aggressività dell’imperialismo yankee. Kruscev si impegna, infatti, a non installare i missili a Cuba in cambio dell’impegno preso in privato dal presidente Kennedy – per salvare la faccia dinanzi all’opposizione, che lo accusava di essere troppo accondiscendente con i comunisti – di rinunciare all’invasione dell’isola. Accordo che sarà uno dei principali motivi che porteranno all’omicidio politico del presidente degli Stati Uniti.

26/01/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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