Un bel tacer non fu mai scritto

Silence è l’ultimo mancato capolavoro di Scorsese che mette in scena la propria vera ossessione esistenziale: l’apologia indiretta del rinnegato. Qualche spunto si salva, ma è davvero troppo poco per un film di due ore e mezza.


Un bel tacer non fu mai scritto Credits: http://www.vox.com/

Silence (Valutazione: 5) è fra i meno riusciti film di Scorsese, innanzitutto per la povertà del contenuto sufficiente forse per un medio metraggio. Particolarmente pesante e, quasi del tutto insignificante, la seconda e ultima parte del film. La vicenda, tratta dal romanzo di un cattolico giapponese, narra – con una soverchiante dovizia di particolari – le vicissitudini di un evangelizzatore gesuita che finisce con il piegare la testa dinanzi alle persecuzioni, al punto di divenire un docile strumento della violentissima repressione della sua stessa fede originaria. Si tratta, dunque, di una vicenda di scarso interesse universale e di ancora più scarsa attualità.

Il motivo, che ha potuto spingere uno dei più significativi registi viventi – reduce da un film sul tema, al contrario, attualissimo della speculazione finanziaria – su una trama così esile, riteniamo debba essere individuato sul piano soggettivo-esistenziale. Il film è, in effetti, incentrato su una vera e propria ossessione del regista, ovvero la riflessione sul tema del rinnegato, già al centro di uno dei più grandi film di Scorsese: L’ultima tentazione di Cristo e di due significativi documentari: No Direction Home: Bob Dylan e A Letter To Elia.

Quest’ultimo, in particolare, è dedicato a uno dei principali punti di riferimento di Scorsese: Elia Kazan, un grande regista di sinistra divenuto il prototipo del traditore avendo, per difendere la propria carriera e sfuggire alle grinfie dei maccartisti, denunciato ben otto colleghi comunisti, durante la tragica epoca della caccia alle streghe. Scorsese – dopo essere stato fra i principali fautori del più controverso oscar alla carriera, quello appunto assegnato a Kazan nel 1999, che spaccò letteralmente in due il mondo di Hollywood – realizza in A Letter To Elia un’apologia indiretta del rinnegato nella sua forma più pura. Tale tematica è il sottile filo conduttore del significativo film dedicato a un altro grande artista – in cui ancora una volta Scorsese si riconosce in modo sostanzialmente acritico – che ha sacrificato il suo impegno sociale e politico in nome del successo e di una brillante carriera.

Tale tema è egualmente il motivo di fondo dell’ultima tentazione di Cristo, che dà il titolo all’omonimo film. Qui, abbiamo un’interessante quanto atipica variazione del motivo, particolarmente favorevole a chi è consapevole di non aver forza e rigore morale sufficiente per resistere alle sirene del successo e, nel caso specifico, per un regista tutto sommato cattolico come Scorsese, non a caso ossessionato dal tema del peccato. Gesù di Nazareth nel suo film, in effetti, riesce a superare la tragica tentazione di rinnegare i propri valori, ripiegando su una comoda sopravvivenza in compagnia della Maddalena, proprio perché in tal modo raggiunge realmente il successo, divenendo il Cristo. In tal caso l’immortalità è conquistata proprio superando la demoniaca tentazione del tradimento – in nome di piccole ed egoistiche ambizioni – e proprio per questo il sacrificio della stessa propria vita diviene accettabile e la catarsi finale è assicurata.

Nel caso di Scorsese e dei suoi alter ego Dylan e Kazan, abbiamo la rinuncia a dei valori in realtà non così saldi – in quanto figli essenzialmente del proprio tempo, più che di una scelta realmente personale e morale – in nome della realizzazione della propria vocazione e a una fama immortale. Dunque, anche in A Letter to Elia e in No direction Home, la struttura della tragedia è salda e si conclude doverosamente con la catarsi finale. Quest’ultima, tuttavia, non può lasciare pienamente soddisfatti, per due motivi fondamentali: in primo luogo essa è troppo poco sofferta, la fine è nota e, in qualche modo, scontata fin dall’inizio. In secondo luogo perché abbiamo qui un contrasto fra doveri e il sacrificio di una grande ambizione, di valori sostanziali, all’altare di un’ambizione solo apparentemente altrettanto grande: il successo, la fama, la carriera.

La struttura della tragedia resta un filo sottilissimo in Silence e la catarsi finale non consente un reale superamento, ma appare piuttosto un deludente finale hollywoodiano, non però imposto dalla produzione, ma dalla ipocrita “morale” gesuitica del regista. Partendo dall’altrettanto ipocrita giustificazione che l’uomo non è dio, il protagonista del film cede proprio a quell’ultima tentazione cui era sfuggito il Nazareno divenendo così, per sempre, il Cristo. Al contrario il protagonista del film diviene un personaggio giustamente dimenticato, come sarebbe stato appunto Gesù se fosse sfuggito dinanzi alla propria Croce, ripiegando opportunisticamente nella sfera etica inferiore della famiglia. Anzi, il rinnegato protagonista del film, non solo deve sacrificare tutti i valori per cui si è battuto e ha sofferto, ma deve divenire docile strumento necessario a chi quei valori, in una prospettiva decisamente antitetica alla morale, intende schiacciare.

Proprio per questo la tragedia messa in scena da Silence non è bellasublime, né tanto meno edificante, ma piuttosto meschina e non può che lasciare l’amaro in bocca, un po’ come la triste, per non dire miserabile, fine di un regista che era stato grande come Kazan. In tal caso è il finito, l’accidentale ad avere il sopravvento su l’universale, il sostanziale. La giustificazione di tale triste destino, seguito dal gesuita degno protagonista del film, è che in tal modo si sarebbe comunque evitata una morte inutile, dal momento che nulla di buono poteva sorgere in quella “palude” del Giappone tanto più contadino.

Si tratta di una metafora decisamente razzista e classista, certamente realistica per il gesuita protagonista del film, ma decisamente infelice considerato che al regista manca in tal caso del tutto l’effetto di straniamento, che permette allo spettatore di osservare criticamente e di prendere consapevolezza. Causa di ciò è il sostanziale impersonarsi del regista nel suo personaggio che, in qualche modo, vuole imporre, con una sottile violenza, allo stesso spettatore presentando il tradimento come il necessario male minore. Già in ciò appare il sottofondo classista e razzista, dal momento che la vita di un europeo varrebbe incomparabilmente di più di quelle dei molti contadini giapponesi che denuncia e fa condannare per la loro fede, come vedremo progressista.

La palude sarebbe dunque un paese extra-europeo e una classe sociale, quella dei lavoratori della terra, in quanto tale incapace di poter comprendere e far proprio un messaggio così elevato come la fede cristiana. Ciò dovrebbe giustificare il collaborazionismo con gli oppressori che, certo, reprimono con una violenza spaventosa i subalterni, in difesa tutto sommato dei loro privilegi, ma quanto sono raffinati a differenza dei miserabili contadini, capaci solo di sacrificarsi. Al punto che le sadiche torture cui vengono sottoposti sono, non a caso, le più belle e affascinanti immagini del film, per gli eccezionali sfondi naturali e la raffinatissima fotografia. Il che rende, però, ancora più discutibile questa estetizzazione della strage e questo compiaciuto sfogo, tutto sommato sadico, sui più deboli del proprio istinto di morte.

Del tutto in secondo piano restano così le poche, ma significative, qualità del film, a partire dal suo valore estetico, messo al servizio di un contenuto immorale e conservatore, agli spunti interessanti che lasciano qualcosa di significativo su cui riflettere allo spettatore. Da menzionare è innanzitutto la ragione del successo della religione cristiana fra i contadini giapponesi del tempo, agli occhi dei quali, per le spaventose condizioni di oppressione che subivano, non poteva che apparire progressiva. Dinanzi allo spaventoso eterno ritorno dell’identico, fondamento della religione funzionale al potere, non a caso esaltato da pensatori reazionari come Schopenhauer e Nietzsche, l’escatologismo del cristianesimo, anche nella sua versione cattolica e gesuitica, non può che apparire liberatorio. In effetti, pur insegnando ai contadini a resistere stoicamente all’oppressione senza ribellarsi, gli promette comunque una – per quanto solo idealista e, quindi, apparente – liberazione in un paradiso dove non ci saranno né servi, né signori. Ben prima di Nietzsche, i feudatari giapponesi hanno pienamente inteso questa natura eversiva del cristianesimo nel suo primo affermarsi di contro a un impero antico in fase di putrescenza e, proprio perciò, lo hanno perseguitato senza pietà.

Anche perché colgono, al contempo, il risvolto di fondo intollerante e razzista di tale evangelizzazione da parte di occidentali che pretendono portare la verità agli orientali dai quali non hanno nulla di interessante da apprendere. Alla classe dominante nipponica non sfugge nemmeno l’essere funzionale di tale predicazione alla penetrazione colonialista e imperialista. Non a caso gli oppressori giapponesi reprimono senza pietà i contadini giapponesi, mentre fanno di tutto per portare dalla propria parte gli “intellettuali” occidentali, giocando sulla comune appartenenza alla raffinata e colta classe dei dominatori. Così l’intellettuale tradizionale protagonista del film, nel momento più duro del conflitto, finisce con l’abbandonare i subalterni che per un certo periodo aveva guidato – non essendosi riuscito ad affermare tra i rappresentanti della propria classe di origine (come avvenuto in Europa) – alla quale finisce con il tornare.

D’altra parte, dal punto di vista del contadino giapponese umiliato e offeso dal feudalesimo, incapace di elaborare al proprio interno un intellettuale organico non può che rivolgersi e affidarsi agli intellettuali tradizionali provenienti dalla classe dominante, ma con essa in contrasto. Ecco perché molti di essi finiscono per seguire l’intellettuale gesuita portoghese, piuttosto che i tradizionali intellettuali buddisti giapponesi. Ancora una volta, a ragione, i contrasti e le alleanze di classe hanno un valore superiore rispetto ai contrasti e alle alleanze fondate su motivi nazionali, come sostengono i comunisti di contro ai nazionalsocialisti. Ancora una volta, però, l’affidarsi a intellettuali tradizionali provenienti dalla classe dominante, non può che portare – nel momento decisivo dello scontro – alla rovina quei subalterni che vi si erano affidati, non essendo stati in grado di elaborare intellettuali organici al proprio gruppo sociale.

21/01/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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