Vietnam: il Buddhismo alleato della rivoluzione

Il Buddhismo deve il suo successo in Vietnam anche al ruolo giocato al fianco del Partito Comunista nel corso della rivoluzione e delle guerre per la liberazione e la riunificazione del Paese.


Vietnam: il Buddhismo alleato della rivoluzione Credits: Monumento commemorativo del bonzo superiore Thích Quảng Đức ad Hồ Chí Minh City, foto di G.Chinappi

La Repubblica Socialista del Vietnam, al pari della Repubblica Popolare Cinese, della Repubblica Democratica Popolare di Corea (Corea del Nord) e della Repubblica di Cuba, è uno dei quattro Stati al mondo che oggi si dichiara ufficialmente ateo. Nonostante questo, il Vietnam è un Paese nel quale fioriscono numerosi culti e credo religiosi, dalle grandi religioni (Buddhismo e Cristianesimo in particolare) alle tante credenze tradizionali che si sono sviluppate nel corso della storia millenaria del popolo vietnamita e delle cinquantaquattro diverse etnie che abitano il territorio in questione [1]. La Costituzione vietnamita, del resto, riconosce questa ricchezza culturale e garantisce a tutti la libertà religiosa o di non credenza.

Oggi religione maggioritaria in Vietnam, il Buddhismo giunse nel Paese inizialmente grazie ai traffici dei mercanti marittimi indiani, ma si affermò soprattutto nel corso del II secolo AEC, quando le truppe cinesi di Zhao Tuo, al servizio della dinastia Han, invasero il regno di Âu Lạc (nome del Vietnam tra il 257 AEC ed il 179 AEC), governato dal sovrano An Dương Vương. Nei secoli successivi, quando Vietnam tornò ad essere indipendente, il Buddhismo si alternò al Confucianesimo come religione dominante, a seconda delle politiche e delle preferenze delle diverse dinastie regnanti.

Non ci soffermeremo, quanto meno in questa sede, sulla lunga epoca imperiale vietnamita, mentre ci preme ricordare che il Buddhismo fu osteggiato in particolar modo dai colonizzatori francesi, quando questi stabilirono il proprio dominio sul Paese nel corso del XIX secolo. I francesi favorirono naturalmente la diffusione del Cristianesimo cattolico, e di conseguenza il Buddhismo perse progressivamente peso a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. A partire dagli anni '20, però, l'ambiente intellettuale buddhista tornò in fermento sia in Cina che in Giappone, e l'onda lunga di questi sviluppi arrivò fino in Vietnam.

A differenza di quanto accadeva nella maggioranza degli altri Paesi, il Buddhismo vietnamita assunse immediatamente anche dei connotati socio-politici, sostenendo la lotta per la liberazione dai colonizzatori. Le posizioni degli attivisti buddhisti si sposarono immediatamente con la lotta politica condotta dal Partito Comunista del Việt Nam, fondato nel 1930, il cui primo segretario fu il giovane Trần Phú, condannato a morte dai francesi l'anno successivo, a soli ventisette anni.

A partire da questo momento, il comunismo e la religione buddhista formeranno un solido connubio che risulterà fondamentale tanto nella rivoluzione del 1945 quanto nella lotta contro la Francia e gli Stati Uniti per la liberazione e la riunificazione del Paese. Sarà proprio nella fase della divisione del Paese in due entità statuali distinte che le religioni assumeranno un significato politico molto importante: alla dichiarazione d'indipendenza formulata dal leader comunista Hồ Chí Minh, il 2 settembre 1945, con la nascita della Repubblica Democratica del Việt Nam (Việt Nam Dân chủ Cộng Hòa), farà seguito, nel 1949, la creazione di uno Stato parallelo a sud, sostenuto dagli ex colonizzatori francesi e dal governo statunitense. Dopo un primo tentativo di restaurazione del potere regale della dinastia Nguyễn, il Vietnam del Sud assumerà la forma repubblicana con il nome di Repubblica del Việt Nam (Việt Nam Cộng Hòa), guidata dal presidente cattolico Ngô Đình Diệm.

Il regime di Ngô Đình Diệm fu fortemente repressivo nei confronti dell'opposizione politica e, poiché i buddhisti appoggiavano la causa comunista, la repressione colpì anche questa comunità religiosa. Allo stesso tempo, il governo si preoccupò di favorire l'espansione del Cattolicesimo, che infatti ancora oggi è maggiormente presente nella parte meridionale del Paese. In queste fasi, molti buddhisti presero le armi in prima persona, sia per condurre la lotta contro i colonizzatori francesi, che si arresero definitivamente solo con gli accordi di Ginevra del 20 luglio 1954, abbandonando il Paese l'anno successivo, sia contro gli Stati Uniti ed il “governo fantoccio” di Ngô Đình Diệm. Non furono neppure pochi i monaci che entrarono a far parte del Fronte Việt Minh, la Lega per l'indipendenza del Việt Nam (Việt Minh è infatti un'abbreviazione di Việt Nam độc lập đồng minh), l'organizzazione paramilitare del Partito Comunista, fondata nel 1941 da Hô Chi Minh.

Dopo la definitiva sconfitta della potenza coloniale francese, restava da risolvere la questione della liberazione e della riunificazione del Paese. Nell'area settentrionale, governata dai comunisti, venne fondata, nel settembre 1957, l'Associazione Buddhista Vietnamita Unificata (Giáo Hội Phật Giáo Việt Nam Thống Nhất), che continuò a svolgere un ruolo di fondamentale importanza per l'edificazione del socialismo e per la riunificazione del Paese. A sud, invece, molti monaci buddhisti assunsero un ruolo di prim'ordine nella lotta contro il governo cattolico asservito a Washington.

A partire dagli anni '60, si intensificarono le manifestazioni contro il governo del Vietnam del Sud, che negava la libertà religiosa alla propria popolazione, favorendo spudoratamente il Cattolicesimo nei confronti delle altre fedi, in particolare di quella buddhista. L'anno di lotta più intensa fu il 1963, che ancora oggi viene ricordato in Vietnam come l'anno della “crisi buddhista” (Biến cố Phật Giáo). Le manifestazioni furono spesso represse nel sangue, e fu allora che molti monaci iniziarono ad immolarsi in segno di protesta, dandosi fuoco nelle piazze e nelle strade di Sài Gòn: il primo, l'11 giugno 1963, fu il bonzo superiore Thích Quảng Đức, divenuto noto in tutto il mondo grazie alla foto scattata da Malcolm Browne (poi vincitore del Premio Pulitzer), ed in tutto furono diverse decine i monaci che attuarono questa perentoria forma di proteste tra il 1963 ed il 1967. Lo stesso Thích Quảng Đức verrà poi venerato come bodhisattva, in quanto, secondo i testimoni, il suo cuore sarebbe rimasto integro dopo l'autoimmolazione. Molti analisti hanno ritenuto che la “crisi buddhista” abbia contribuito alla caduta di Ngô Đình Diệm, che fu deposto il 1° novembre 1963 ed assassinato il giorno seguente [2]. Le politiche repressive nei confronti del Buddhismo proseguirono comunque anche successivamente, fino alla riunificazione del Paese sotto l'unica bandiera dell'odierna Repubblica Socialista del Vietnam (Cộng hòa xã hội chủ nghĩa Việt Nam), nel 1975.

Grazie a questi atti coraggiosi ed al sostegno espresso per la causa del popolo, il Buddhismo vietnamita si dimostrerà fedele ai propri principi ed alle proprie tradizioni, garantendosi così sia la benevolenza del governo comunista dopo l'unificazione che un ampio successo popolare, con un conseguente incremento degli adepti, fino a superare i dieci milioni di fedeli. Sebbene il governo comunista, come abbiamo detto sin dall'inizio, abbia sempre rifiutato di aderire in maniera ufficiale ad una qualsiasi forma di religione, il Buddhismo ottenne un ruolo predominante nella società vietnamita grazie al sostegno dato alla rivoluzione prima ed alla lotta per l'unificazione nazionale poi. Il Cattolicesimo, al contrario, continuò a lungo ad essere visto con sospetto, visto che tra le sue fila si nascondevano nostalgici ed ex sostenitori del regime di Ngô Đình Diệm.

La stretta collaborazione tra il governo comunista e la comunità buddhista si denota anche all'interno della carta ufficiale adottata dalla Chiesa Buddhista del Việt Nam (Giáo hội Phật Giáo Việt Nam) nel 1981, il cui programma è riassumibile con le tre parole: “Religione – Nazione – Socialismo”. All'interno dello stesso documento, si legge anche che l'obiettivo della comunità buddhista vietnamita è quello di “accompagnare l'opera di propagazione del Buddhismo al servizio della Patria socialista vietnamita, contribuendo alla pace ed alla prosperità nel mondo”. Dovere dei buddhisti vietnamiti, in particolare dei monaci, è quello di partecipare attivamente alla vita sociale della comunità nazionale, soprattutto nelle azioni umanitarie e sociali in favore dei più deboli.


Note

1. Cfr. CENTRAL POPULATION AND HOUSING CENSUS STEERING COMMITTEE (2010), The 2009 Vietnam Population and Housing Census: Completed Results.

2. ROBERTS, A. (1965), “Buddhism and Politics in South Vietnam”, The World Today, Londra: Royal Institute of International Affairs, 21:6.

Bibliografia

AA.VV. (2004), Charte de l'Église du Bouddhisme Hòa Hảo – Capitolo I, Hà Nội: Service des Documents du Comité des Affaires religieuses du Governement (versione francese).

CENTRAL POPULATION AND HOUSING CENSUS STEERING COMMITTEE (2010), The 2009 Vietnam Population and Housing Census: Completed Results.

ROBERTS, A. (1965), “Buddhism and Politics in South Vietnam”, The World Today, Royal Institute of International Affairs, Londra, vol. 21, no. 6.

THÍCH, M. T. (1993), Lịch sử Phật giáo Việt Nam (it. La storia del Buddhismo vietnamita), Hồ Chí Minh City: Thành Hội Phật Giáo Thành phố Hồ Chí Minh.

TRẦN, T. K. (1950), Lịch sử Phật giáo (it. Storia del Buddhismo).

19/01/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Monumento commemorativo del bonzo superiore Thích Quảng Đức ad Hồ Chí Minh City, foto di G.Chinappi

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L'Autore

Giulio Chinappi

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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