Siderurgia: una proposta comunista

L'acciaio è da sempre considerato strategico per ogni paese che si ritiene essere sovrano.


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L'acciaio è da sempre considerato strategico per ogni paese che si ritiene essere sovrano. Lo smantellamento della grande industria siderurgica mina alle radici la possibilità dello sviluppo autonomo del paese fuori dalla subalternità alle grandi potenze industriali. Eppure i soldi per ripubblicizzare i grandi settori strategici ci sono!

di Emanuele Salvati

La questione della siderurgia italiana sta tornando ad essere delicata e nel più buio dei silenzi mediatici e politici, eppure l'acciaio è da sempre considerato strategico per ogni paese che si ritiene essere sovrano; si scoprono così, anche in questo caso, gli altarini circa l'allontanamento delle masse operaie e popolari dalla partecipazione attiva alle scelte strategiche politiche e sindacali; soprattutto ci troviamo di fronte - non da ora e non solo a causa degli sciagurati accordi sulla rappresentatività - ad una nuova concezione delle relazioni sindacali che lasciano completa agibilità politica al governo ed alla classe imprenditoriale.

Eppure, se andassimo a vedere le singole realtà degli stabilimenti che un tempo formavano l'ossatura del colosso pubblico Finsider, le singole vertenze sembrano andare tutte verso una buona soluzione. La Aferpi, del gruppo Cevital, dopo due anni di silenzio dall'accordo che ha portato all'acquisizione della ex Lucchini di Piombino, a fine marzo ha concluso una intesa con la SMS Group (Demag) per l'acquisto di un forno ad arco elettrico con una capacità di un milione di tonnellate annue e di un laminatoio a caldo per la produzione di rotaie ed altri prodotti di grossa siderurgia, produzioni che riporteranno in fabbrica 205 lavoratori e che faranno alzare il numero dei dipendenti a 1390. Ne rimangono a casa ancora 743, mentre resta ancora fumosa la questione legata al secondo forno, allo scalo portuale ed alla centrale elettrica, punti salienti del piano firmato due anni fa.

L'Ilva di Taranto ha ricevuto il formale interesse da parte della cordata Marcegaglia/Acelor-Mittal e da più parti, compreso il sindacato, si invoca la Cassa Depositi e Prestiti nel ruolo di garante, il che significa che lo Stato potrebbe entrare nella cordata, probabilmente solo per la garanzia economica circa l'ambientalizzazione delle produzioni e la realizzazione delle 94 prescrizioni AIA per un totale di 1,8 miliardi di euro. L'Acciai Speciali Terni, dopo due anni dalla gigantesca vertenza che portò ad un accordo senza garanzie, si trova ancora stretta nella morsa dei bilanci e dell'andamento economico del mercato europeo e nazionale. Il nuovo amministratore delegato è stato perentorio: l'apertura di uno dei due forni sarà possibile solo se questi fattori invertiranno la tendenza negativa. Non spiega però che le stime del mercato europeo dell'acciaio sono previste in ribasso fino al 2020 e che il gruppo Thyssen ha perso, nel semestre scorso, nove milioni di euro con un -19% di fatturato del gruppo Materials, dove è appunto inglobata l'AST. Ma per avere un quadro più chiaro della situazione nazionale del comparto siderurgico nazionale è bene sapere come si sta muovendo l'Europa. Il mercato europeo affronta una sovrapproduzione di acciaio di circa il 30%; di questo 30%, quasi il 50% è dovuto all'ingresso cinese nel mercato continentale. L'action Plan della siderurgia - redatto ai tempi in cui il commissario europeo era Tajani e recentemente approvato dal Parlamento di Bruxelles - si pone come obiettivo quello di portare, entro il 2020, il contributo dell'acciaio al Pil europeo pari ad un 20%.

Non si parla assolutamente di dazi verso l'acciaio cinese -in un contesto di libero mercato è anche impensabile- bensì si traccia una linea di intervento verso la certificazione di qualità dell'acciaio europeo (SustSteel) che possa essere così acquistato dai verticalizzatori sia europei che non. Una certificazione ambientale e qualitativa che rende quindi strategica la produzione derivata dall'utilizzo dei forni ad arco elettrico; infatti, "ogni tonnellata di rottami non contaminati di acciaio riciclati equivale a un risparmio di oltre 1.200 kg di minerale di ferro, 7 kg di carbone e 51 kg di calcare. Produrre acciaio da rottami di acciaioinvece che da minerale vergine significa ridurre l'input energetico di circa il 75% e risparmiare circa il 90% dell'input di materie prime. La produzione da rottami determina una netta riduzione dell'inquinamento atmosferico (86% circa), del consumo di acqua (40%), dell'inquinamento delle acque (76%) e dei rifiuti da attività estrattiva (97%). Una tonnellata di acciaio prodotta da rottami determina un risparmio di 231 tonnellate di CO2 rispetto all'uso di minerale vergine" (1).

Si andrà quindi verso la creazione di poli europei di riciclo del rottame, compreso quello derivante dallo smaltimento del parco mercantile. Oltretutto, nell'action plan, la Commissione per l'industria invita gli stati membri a: "esaminare la possibilità di utilizzare, insieme alle autorità regionali, il Fondo sociale europeo (FSE) per la riqualificazione e la riconversione dei lavoratori, anche attraverso l'istituzione di una specifica misura di finanziamento per il settore siderurgico" e di "studiare la possibilità di utilizzare, insieme alle autorità regionali, i Fondi strutturali nel prossimo periodo di programmazione nella prospettiva di attenuare l'impatto sociale dei processi di ristrutturazione nel settore siderurgico" (2). E' l'Europa del potere finanziario, quella che da in mano ai mercati ed alle multinazionali la possibilità di ristrutturare la geografia della produzione europea dell'acciaio e dell'industria estrattifera - comunque in un contesto in cui i paesi più forti, tipo la Germania, hanno molto più potere contrattuale - mentre ai governi nazionali è demandato solo il compito di mitigare, a suon di salari di disoccupazione e mobilità, gli effetti sociali di tale ristrutturazione. Rispetto a tutto ciò, come si sta comportando il sindacato? Le confederazioni europee dei sindacati metalmeccanici come pensano di agire? Si mobiliteranno a difesa delle produzioni e per un equa redistribuzione delle quote mercato oppure faranno solo gli interessi dei loro lavoratori? Sicuramente la seconda, memori anche del fatto che durante la vicenda ThyssenKrupp di Terni, la IGMetall ha ben difeso gli interessi dei lavoratori tedeschi.

E in Italia? In Italia sembra prevalere la stessa logica; se non si vogliono connettere le tre vertenze madre dell'acciaio ma le si gestiscono come vertenze locali e non nazionali, è solo perchè il sindacato ha abdicato al suo ruolo storico e cioè non solo quello della difesa del posto di lavoro e delle condizioni lavorative, bensì a quello più strategico della difesa delle produzioni e della loro strategicità per il paese, per le masse lavoratrici e per il progresso civile di una intera nazione. La mancata connessione e messa a sistema di vertenze, esperienze e modalità conflittuali porta in primis alla sparizione di quella coscienza di classe, nei lavoratori, che sta alla base del conflitto capitale-lavoro; questo, i padroni e la classe politica lo sanno, dovrebbe però saperlo anche il sindacato. Così facendo passa l'idea di una dirigenza sindacale che ha contribuito alla deconflittualizzazione della società, appiattendosi sulle dinamiche della democrazia liberale -come per la vicenda della raccolta firme per la proposta di legge popolare e per un nuovo statuto dei lavoratori-  e che, connivente con la classe politica, non mette in discussione la concezione del plusvalore, dell'autoregolamentazione del mercato e della finanza e dalle vertenze locali trae quindi un mero consenso atto solo alla propria sopravvivenza. Eppure, per evitare lo sfacelo, l'unica cosa da fare è, semplicemente, "rimettere" l'economia sotto controllo pubblico e le fabbriche sotto il controllo pubblico e dei lavoratori.

La riappropriazione della sovranità sul debito pubblico e la pianificazione di una economia controllata, sono elementi essenziali come lo è innanzitutto l'uscita dalla zona euro. Poi l'esproprio delle produzioni siderurgiche e di tutte quelle individuate come strategiche; esproprio che è anche consentito in Costituzione (art.42 3°comma), con indennizzo. I soldi ci sono: oltre che nelle tasche del 5% della popolazione che detiene quasi il 50% della ricchezza del paese, oltre che nei conti all'estero e nel fatturato sommerso della criminalità organizzata e degli evasori, c'è la Cassa Depositi e Prestiti. Il gruppo, che detiene i nostri libretti postali ed i BOT, è controllato all'80% del capitale dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, al 18,4% dalle fondazioni bancarie ed al restante 1,5% da azioni private proprie; in pratica i governi reazionari -emissioni del capitale e della finanza- e le fondazioni bancarie, detengono i risparmi di milioni di italiani e come li usano? La CDP possiede già svariate azioni in ENI, Snam ed è proprietaria di Terna e Fincantieri, oltre ad essere presente nel pacchetto azionario di molteplici altre aziende e come obiettivo si pone quello di "intervenire nel settore della Pubblica Amministrazione finanziando gli investimenti, promuovendo la valorizzazione immobiliare e agendo quale principale operatore italiano di social housing; catalizzare lo sviluppo delle infrastrutture e supportare le imprese, sostenendone l’export e l’internazionalizzazione, favorendo la nascita di start-up, e investendo come partner di lungo termine in imprese di rilevanza nazionale" (3). Si usano quindi i risparmi degli italiani per favorire la speculazione, l'apertura di imprese fittizie -una sorta di Silicon Valley all'italiana- e per coprire la spesa per infrastrutture che non serviranno mai. La CDP, come evidenzia il bilancio dello scorso anno, ha un patrimonio netto di 34 miliardi di euro e 323 miliardi di euro provenienti perlopiù dalla raccolta postale (252 miliardi da oltre 26 milioni di clienti del risparmio postale).

Bastano queste cifre per capire che le produzioni strategiche, non solo acciaifere, possono tranquillamente non essere vendute come sta succedendo, ad esempio, alla Finmeccanica ma possono essere anche espropriate e riacquistate " per pubblica utilità" e per interesse nazionale, come appunto recita l'articolo costituzionale. La chiave di lettura è infatti proprio questa: un paese che vende -anzi svende- le proprie produzioni strategiche rinuncia volutamente alla propria sovranità. Per questo urge tornare al controllo pubblico delle produzioni e dell'economia. La CDP fa al caso nostro. Ma si può tornare alla costruzione di colossi come lo fu la Finsider?

Certo, in questa fase storica l'essere parte di un grande gruppo aiuta soprattutto nei mercati esteri, ma come fare per non tornare alle politiche sciagurate della gestione pubblica che hanno pesato sui bilanci e sui fatturati di tali gruppi? E soprattutto: si può tornare al capitalismo di stato? Una risposta c'è ed è l'unica possibile: è quella della partecipazione diretta dei lavoratori alla gestione economica e industriale della fabbrica. I lavoratori devono riappropriarsi dei consigli di fabbrica -divenuti una istituzione priva di peso e contenuti che serve solo ai dirigenti sindacali- e farli tornare ad essere luoghi di decisione politica, sindacale ed economica della fabbrica come lo furono in passato i comitati di gestione. Non quindi un management pubblico espressione del governo che attua politiche capitaliste bensì una direzione aziendale che attua ciò che è deciso dal consiglio degli operai, all'interno di una visione economica nazionale.

Già ora i consigli di fabbrica potrebbero trasformarsi in quegli organi rivoluzionari descritti da Gramsci ne L'Ordine Nuovo, con l'aiuto di centinaia di sindacalisti ed attivisti non asserviti alle logiche del consenso sindacale. Basta solo volerlo. Questo potrebbe essere da volano anche per una ritrovata unità del movimento comunista, disperso in partitucoli senza peso. Infatti, l'unità dei comunisti si deve appunto ritrovare nelle lotte dei lavoratori e nell'idea comune di società, tornando ad essere avanguardia delle classi subalterne. La costruzione di un movimento ampio e dal carattere rivoluzionario servirà anche a quella parte di sinistra che ormai non pensa sia possibile uscire dallo steccato ideologico socialdemocratico, funzionale però agli in interessi del grande capitale. E' un lavoro duro e lungo, ma è l'unica strada possibile.

13/05/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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Emanuele Salvati

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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