La crisi dei dogmi europeisti della classe politica italiana

Ormai il tabù dell’euro sembra rotto ed è un bene che se ne parli, che su questo tema si sviluppi la battaglia politica e che si colleghi tale dibattito con le questioni sociali. 


La crisi dei dogmi europeisti della classe politica italiana

 

La vicenda greca ha rappresentato un passaggio importantissimo nel quadro della crescente crisi della popolarità di cui hanno goduto le istituzioni europee. Dai trattati di Maastricht alla creazione dell’euro, la grande borghesia italiana ha impegnato il grosso delle sue energie in una campagna ideologica martellante finalizzata a presentare l'Unione europea e la sua moneta come “progressive”. Ormai il tabù dell’euro sembra rotto ed è un bene che se ne parli, che su questo tema si sviluppi la battaglia politica e che si colleghi tale dibattito con le questioni sociali. 

di Francesco Cori

La vicenda greca ha rappresentato un passaggio importantissimo nel quadro della crescente crisi di popolarità di cui hanno goduto le istituzioni europee dall'inizio degli anni novanta ai giorni nostri. Dai trattati di Maastricht alla creazione dell’euro, la grande borghesia italiana ha impegnato il grosso delle sue energie in una campagna ideologica martellante finalizzata a presentare l'Unione europea e la sua moneta come il simbolo dell'apertura delle frontiere, di un nuovo cosmopolitismo, della fine dei conflitti che avevano attraversato il vecchio continente durante l'Ottocento ed il Novecento, come il mondo in cui vige il diritto e la legalità rispetto al mondo del dispotismo e della barbarie che, invece, secondo questa visione del mondo, regnerebbe nel continente asiatico e nei paesi del terzo mondo. 

A questa lotta per l'egemonia hanno partecipato in maniera più o meno consapevole, non solo i grandi mezzi d'informazone di massa, ma anche una parte consistente dei corpi intermedi della cosiddetta “società civile” che in forme diverse e con modalità e toni spesso in apparente conflitto tra loro hanno avallato, sostenuto, incrementato e rafforzato questa concezione. In primis i partiti politici, con a capofila il PD, erede dell'eurocomunismo di Berlinguer e, successivamente, con la deriva ultra-liberista che ha assunto, sostenitore tenace dell'ortodossia del pareggio di bilancio, delle politiche neo-liberiste e dell'atlantismo più smaccato in politica estera.
Un ruolo non indifferente è stato svolto dalle università, dagli accademici e da gran parte degli intellettuali tradizionali i quali, di fronte all'imbarbarimento e alla demolizione del nostro sistema complessivo d'istruzione e di ricerca, le cui linee fondamentali erano dettate dal protocollo di Lisbona e dalle istituzioni europee, hanno fondamentalmente accolto il sistema dei crediti e della privatizzazione degli atenei, perchè incapaci di opporre a esso un robusto ed efficace sistema d'investimento statale sulla ricerca. 

Anche la maggioranza delle forze della sinistra radicale, nonostante fossero pienamente consapevoli della cultura iper-liberista presente in ogni punto dei trattati europei, e nonostante si opponessero politicamente e socialmente ai devastanti effetti sociali che scaturivano da quei trattati, di fronte all'arroganza ed al cinismo delle classi dirigenti europee, opponevano e continuano ad opporre, la parola d'ordine dell'Europa dei popoli contro l'Europa della commissione, dei banchieri e dei tecnocrati di Bruxelles. 

L'egemonia culturale europeista sulla sinistra radicale in Italia è stata talmente forte che l'ex segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, all'apice della sua carriera si fece portatore di un operazione politica in seno al gruppo parlamentare del Gue (tutti i partiti a sinistra dei socialdemocratici) che spaccarono il gruppo dando vita a una nuova forza parlamentare: la sinistra europea. Se a ciò aggiungiamo che una parte maggioritaria dellla classe dirigente sindacale proviene da una cultura politica e da un’esperienza sindacale per cui è inconcepibile mettere in discussione l'uscita dai vincoli dei trattati dell'UE, possiamo comprendere con facilità come l'appartenenza dell'Italia nel quadro di riferimento politico, culturale, ideale dell'imperialismo europeo, all'interno di una cornice di riferimento euro-atlantica, abbia agito con la potenza di un dogma che – imposto dal capitale finanziario e dalla grande borghesia italiana all'intera società – ha soffocato in seno ai quadri del movimento operaio, delle classi sfruttate, nonchè dell'intera società, le energie intellettuali e il dibattito critico approfondito intorno ai capisaldi su cui poggia l'intero edificio dell'eurozona.

I fatti, tuttavia, hanno la testa dura, la crisi di sovrapproduzione manifestatasi dal 2008 come crisi finanziaria in breve tempo si è scaricata all'interno dell'eurozona manifestando tutta la debolezza e l'inconsistenza dei burocrati di Bruxelles e delle classi dirigenti di quegli Stati che hanno sostenuto a spada tratta il processo d'integrazione. L'eccesso di capitale finanziario non impiegabile, a causa della crisi, ha aggredito quegli Stati il cui debito pubblico rappresentava un potentissimo mezzo di speculazione finanziaria – Grecia ed Italia in primis – e che, a causa dei costi pesantissimi dell'adeguamento della loro moneta ad un economia più forte quale è quella tedesca, hanno visto decrescere maggiormente il PIL.

La spirale mancata crescita-aumento del debito-politiche di austerità ha provocato una divaricazione tra i paesi della zona euro sempre più forte ma che era già presente in nuce nel momento in cui si è passati alla moneta unica. Non potendo più far leva sulla svalutazione della moneta e non avendo alcuna intenzione di aumentare la produttività del lavoro attraverso i finanziamenti alla ricerca perchè in fase di crisi degli investimenti - i rappresentanti politici dei paesi delle aree più povere dei paesi europei hanno utilizzato l'unico mezzo a loro disposizione: l'abbattimento drastico dei salari e dei diritti dei lavoratori, l'attacco feroce all Stato sociale, le privatizzazioni. La grande borghesia italiana – ma anche quella greca – ha accettato di perdere quote consistenti di mercato a livello mondiale pur di ottenere questo enorme risultato: l'abbattimento dei diritti del lavoro dietro il dogma dell'Europa. 

Nella costruzione dell'eurozona non c'è nulla che richiami simbolicamente alla storia dei suoi popoli, né esiste un elemento forte che contraddistingue il loro comune vissuto, l'appartenenza ad un’idea di emancipazione o di liberazione. E non ci può nemmeno essere, poichè la costruzione dei trattati, delle istituzioni europee è figlia di un’operazione compiuta da una casta, l'alta borghesia, che, dopo la sconfitta del comunismo, dell'Unione Sovietica e del socialismo reale, mantenendo integre le differenze nazionali ha trovato la sua coesione prevalentemente su un punto: l'attacco congiunto ai diritti dei lavoratori, l'ideologia indiscutibile del profitto e l'utilizzo integrale dello Stato allo scopo di realizzare il profitto privato. 

La guerra tra nazioni, lo sciovinismo francese o tedesco hanno mantenuto integra tutta la loro carica, l'uno verso le colonie, l'altro verso il sud e l'est dell'Europa. E non è un caso che gli Stati Uniti intervengano spesso, com'è avvenuto in Grecia, proprio per il dilagare dei nazionalismi, proponendo forme di “dilazione del debito”. Ma su un punto c'è un accordo unanime: la guerra totale contro i diritti dei lavoratori, il comando assoluto sul lavoro.
Per questa ragione il grosso della borghesia italiana cede quote di profitto alla Germania, perde sempre più peso a livello internazionale, decide di interrompere gli accordi con altri Paesi (vedi Russia ed Iran) o di intraprenderli nuovamente solo sulla base dei diktat statunitensi: perchè il sostegno internazionale la copre dalle sue incapacità, la difende nella sua opera di spoliazione delle risorse del Paese, gli garantisce una copertura internazionale rispetto alle ruberie, ai furti che sistematicamente compie nei confronti dei lavoratori e dei cittadini. 

L'ideologia dell'Europa dei popoli non ha convinto, ed è probabilmente a causa di questo retaggio ideologico, di questa gabbia culturale che il segretario di Syriza non è stato capace di pensare una via d'uscita dal pesantisssimo ricatto di Bruxelles. D’altra parte la popolazione greca, nonostante l'atto d'orgoglio importantissimo del referendum, potrebbe essere ancora incapace d'immaginare una possibile via d'uscita.
Pesa, infatti, anche lì come in Italia l'ideologia che ha accompagnato l'euro in questi anni nonchè la paura per la svalutazione della moneta, il terrorismo della chiusura delle banche e così via. L'uscita dall'euro porta con sè la riapertura della discussione sulla questione del potere, su chi deve detenere il controllo del sistema bancario, di quale Governo e con quale appoggio popolare. Tale dibattito porta con sè anche il cambiamento radicale della politica estera e di conseguenza la modificazione dei rapporti tra le classi sociali. 

Il tabù dell’euro sembra ormai rotto ed è un bene che se ne parli, che su questo tema si sviluppi la battaglia politica e che si colleghi questo punto al vivo delle questioni sociali. La forza del dogma si sta incrinando, il dibattito su questo tema crescerà tanto più si apriranno alternative di sistema e l'ideologia liberista mostrerà di essere totalmente inadeguata alla prova dei fatti. 

14/08/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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Francesco Cori

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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