La guerra al terrore a settant’anni da Hiroshima e Nagasaki

Riflessioni sulla lotta al terrorismo in occasione del sessantesimo anniversario del più grande attacco terroristico della storia.  


La guerra al terrore a settant’anni da Hiroshima e Nagasaki

Riflessioni sulla lotta al terrorismo in occasione del settantesimo anniversario del più grande attacco terroristico della storia. Lo spettro del totalitarismo comunista e del terrorismo terzomondista sono divenuti i principali puntelli della naturalizzazione, da parte del pensiero unico dominante, del modo di produzione capitalistico che cerca di sfruttare la propria crisi sistemica per massimizzare profitti e rendite ai danni del salario.  

di Renato Caputo

Hegel sosteneva che l’unico tribunale universale, il vero giudizio universale è quello della storia. Dinanzi a questo giudice universale possiamo sostenere che la crisi economica del modo di produzione capitalistico è un fatto conclamato e non certo a partire dal 2007, ossia non dipende da un grande imbroglio episodico, come quello dei mutui subprime. I sintomi della crisi sono essenzialmente gli stessi a otto anni di distanza e, anzi, rischiano di colpire la stessa Repubblica popolare cinese, ossia quell’enorme paese che con la sua crescita in questi ultimi anni ha permesso di attenuare a livello globale la crisi dei paesi a capitalismo avanzato. A non poter nei fatti smentire la crisi sono in primo luogo i sostenitori del modo di produzione capitalistico, dal momento che la sfruttano come arma di ricatto per continuare a tagliare il salario nella sua forma diretta (lo stipendio), indiretta (servizi sociali: scuola, sanità, trasporti pubblici ecc), e differita (pensioni e liquidazione). Tanto è vero che la crisi non è affatto indifferente alla lotta di classe, dal momento che ha favorito una netta crescita a livello internazionale dei profitti e delle rendite a discapito dei salari, del tutto inusuale in tempi di crescita economica.  

Del resto la crisi come strumento per colpire il salario – inteso come sociale, quale quantità di risorse necessarie all’intera classe dei lavoratori per riprodursi in quanto tale nel tempo – non è certo una trovata degli ultimi anni. Per limitarci al nostro paese è almeno dalla metà degli anni settanta che le classi dominanti, con la complicità dell’aristocrazia operaia alla guida dei maggiori sindacati e partiti della a-sinistra, sfruttano la crisi per imporre la politica dei sacrifici, unilateralmente applicata alla forza lavoro in termini di diminuzione del salario sociale e aumento di tempo e ritmi di lavoro, con conseguente riduzione dei già miseri diritti dei salariati sul posto di lavoro.  

La crisi del resto non è solo economica, ossia non riguarda solo la struttura economico-sociale, ma colpisce in modo diretto o indiretto le stesse sovrastrutture, con costanti tagli alle risorse destinate alla formazione e alla cultura, con lo sviluppo a tutti i livelli della corruzione, con la costante perdita di ogni valore, con la diffusione di stupefacenti e pornografia, con l’inarrestabile perdita di dignità del personale politico e della stessa aristocrazia operaia, anche sindacale, ormai priva di credibilità dinanzi non solo alle avanguardie intellettuali, ma allo stesso senso comune.  

Come reagisce la classe dominante e la classe dirigente, alla dipendenza di essa, a questa situazione che attualmente favorisce l’aumento dei profitti a mezzo dell’aumento dello sfruttamento – per mezzo del ricatto favorito dal costante crescere dell’esercito industriale di riserva, rispetto alla quota degli occupati a tempo pieno – ma che al contempo mette oggettivamente in discussione l’egemonia della borghesia? Tale reazione passa, come di consueto, attraverso la naturalizzazione del modo di produzione capitalista, che diviene l’economia tout court, con delle sue leggi oggettive a cui le soggettività umane devono necessariamente piegarsi. Ma per divenire e restare l’unico modo di produzione possibile è indispensabile negare radicalmente ogni possibilità di alternativa storica.  

Così il primo mondo è potuto divenire la “comunità internazionale”, mettendo ripetutamente alle corde i suoi due concorrenti storici, il secondo mondo, ossia i paesi in transizione al socialismo, e il terzo mondo, ossia quei paesi non allineati che hanno tentato un’inedita sintesi fra il modo di produzione del primo e del secondo. Il capitalismo ha avuto la meglio, oltre che sul piano militare, anche dal punto di vista ideologico, mediante l’assolutizzazione della propria visione del mondo, il pensiero unico oggi dominante, la sua naturalizzazione, mediante la fine della storia e delle ideologie (quelle degli altri naturalmente) e la demonizzazione di secondo e terzo mondo.  

Il secondo mondo, ossia i paesi che nei modi più differenti hanno tentato o ancora tentano un’inedita transizione al socialismo, sono divenuti per “la comunità internazionale”, costituita intorno al pensiero unico, il regno del male, ossia il dominio del totalitarismo. Con tale pseudo-concetto, vero e proprio cavallo di battaglia del pensiero unico, si tende a demonizzare ogni tentativo di sottoporre la crescita dei profitti di una minoranza di individui, alla volontà generale, ossia agli interessi e ai bisogni dell’intero corpo sociale. Ogni limitazione della libertà di azione dei soggetti economici dominanti è considerata un laccio e lacciuolo che artificialmente e in modo totalitario imbriglia le forze produttive. Da questo punto di vista sono oggi sotto accusa il sindacato, il contratto nazionale, il diritto di sciopero e gli stessi diritti democratici e sociali, dal diritto all’istruzione, alle cure sanitarie, allo stesso diritto di determinare democraticamente le politiche economiche. Così, ad esempio, le banche centrali sono state rese indipendenti da ogni forma di controllo dei rappresentanti eletti a suffragio universale, le decisioni principali in materia di politica economica sono state demandate a organismi transnazionali non sottoposti a nessuna forma di selezione democratica, la politica economica ultra-liberista è divenuta l’unica possibile, entrando persino nelle costituzioni (a partire dal pareggio di bilancio), e lo stesso suffragio universale è sempre più limitato da soglie di sbarramento, premi di maggioranza, sistemi maggioritari e uninominali.  

Per infliggere una battuta di arresto all’offensiva lanciata negli anni sessanta dal terzo mondo, ossia dai paesi che si venivano liberando dal dominio coloniale e imperialistico, decisivo appare oggi, dal punto di vista ideologico, il terrorismo e la guerra al terrore. Con tale strumento si è riusciti a mettere al tappeto uno dei protagonisti principali del movimento dei non allineati, il nazionalismo arabo e il panarabismo. Dopo la sconfitta dell’Unione Sovietica tale movimento appariva uno degli ostacoli principali alla fine della storia e al pensiero unico dominante, perché il panarabismo, a differenza di altri concorrenti sempre più subordinati al pensiero unico dominante (si pensi alla stessa Urss di Gorbaciov), non potevano piegarsi sino a che rimaneva aperta la questione dell’occupazione sionista della Palestina e di territori dei paesi arabi circostanti.  

Perciò anche questo pericoloso concorrente doveva essere demonizzato, doveva divenire un nuovo nemico globale della “comunità internazionale”, un nuovo impero del male, associandolo nel senso comune all’oscura minaccia del terrorismo. Il fantasma del terrorismo, ha finito per affiancare e talvolta porre in secondo piano lo stesso fantasma del comunismo dinanzi alla società civile occidentale, sempre più manipolata dal pensiero unico e dall’industria culturale, vere e proprie armi di distruzione di massa dell’autonomia di pensiero, al servizio della società dello spettacolo.  

Tale fantasma è stato progressivamente associato, nel senso comune occidentale, ai principali esponenti del nazionalismo arabo e dal panarabismo, dalla Palestina, all’Algeria, dalla Siria, alla Libia, alla resistenza libanese, all’Iraq e, superando gli stessi confini del mondo arabo, all’Iran uscito dalla rivoluzione antimperialista del 1979 e allo stesso movimento di liberazione kurdo. Tutte queste realtà sono finite nella lista dei paesi responsabili di sostenere il terrorismo internazionale o addirittura nella lista delle organizzazioni terroristiche, stilate dalle cancellerie occidentali. Contestualmente questi stessi paesi sono stati progressivamente infiltrati da forze fondamentaliste, sempre più disponibili a utilizzare forme di lotta terroriste, finanziate dai cosiddetti “paesi arabi moderati”, ovvero le monarchie assolute teocratiche del Golfo, i principali alleati nell’area delle “grandi liberal-democrazie occidentali”.  

A supporto oggettivo di tale strategia di infiltrazione vi sono stati gli attacchi diretti e indiretti della “comunità internazionale” proprio a quei paesi dell’area, i cui governi si opponevano nel modo più netto alle forze fondamentaliste e terroriste. La guerra è divenuta diretta nei confronti di Iraq, piegato con strumenti terroristici: prima il blocco economico, che ha fatto strage fra la popolazione civile, poi bombardamenti con armi di distruzione di massa, che hanno favorito la diffusione del terrorismo proprio nel paese che era uno dei principali ostacoli alla sua diffusione nell’area.  

In Libia per far cadere il governo anti fondamentalista sorto da una rivoluzione antimperialista, oltre che allo strumento terrorista del blocco economico e dei bombardamenti volti a terrorizzare la popolazione civile, non si è esitato ad armare, addestrare e sostenere forze fondamentaliste prossime e affini al terrorismo.  

Una strategia simile è portata avanti ai danni della Siria, mentre in Palestina – con il supporto dei “paesi arabi moderati” – si sono finanziate e fatte crescere le forze fondamentaliste e filo terroriste che hanno preso progressivamente l’egemonia sul movimento nazionalista e panarabo gettando discredito a livello internazionale sulla resistenza palestinese all’occupazione sionista. La componente del movimento kurdo di liberazione nazionale, maggioritaria in Turchia e Siria, che non si è piegata alla politica di potenza imperialista, come è avvenuto invece in Iraq, è stata accusata di terrorismo ed è attualmente combattuta, con strumenti oggettivamente terroristici, per mezzo del principale alleato occidentale dell’area, lo stato turco, non a caso guidato dal governo “moderato” dell’AKP.  

Così proprio le forze che nell’area più si battono contro l’affermazione del terrorismo, ossia la resistenza kurda e il governo laico e nazionalista siriano, sono combattute in modo diretto e indiretto dalle grandi liberal-democrazie occidentali, tramite gli alleati “moderati” turchi e dei paesi del golfo, per conto della sedicente comunità internazionale. Anzi non si esita a terrorizzare, con un blocco economico e una serie di bombardamenti indiscriminati, la stessa popolazione civile dello Yemen, combattendo le forze che maggiormente ostacolano l’affermazione anche in questo paese di forze fondamentaliste e realmente terroriste, quali Al-Qaeda e l’Isis.  

Tale strategia della tensione, volta a sostenere indirettamente le forze fondamentaliste dedite al terrorismo, colpendo in modo terroristico i paesi e le forze che vi si oppongono, è stata decisiva per tenere artificialmente alla guida del mondo un modo di produzione ormai da decenni in una devastante crisi. La lotta al terrorismo ha permesso prima di oscurare e poi di debellare la prima forma di opposizione internazionale, sorta negli stessi paesi a capitalismo avanzato, che si opponeva oggettivamente a un capitalismo sempre più in crisi: il movimento altermondialista. Tale movimento, in una forma certo ancora immatura, aveva però messo il dito nella piaga, mostrando come il capitalismo e l’imperialismo non siano l’unico mondo possibile o meglio auspicabile.  

Con gli strumenti della violenza e dell’egemonia il capitalismo in crisi è riuscito a reagire e ad avere ancora una volta ragione dei suoi critici, non determinati come lui alla lotta, imponendo all’opinione pubblica occidentale che le uniche alternative reali al sistema esistente siano il totalitarismo (etichetta utilizzata in funzione anti socialista, ma anche anti russa e cinese) e il terrorismo (strumentalmente utilizzato per criminalizzare l’intero mondo islamico, arabo e asiatico e, di conseguenza, gettare un’ombra di sospetto sugli immigrati extra europei).  

La lotta al terrorismo può essere strumentalizzata dal modo di produzione dominante, finendo oggettivamente per favorirne la diffusione, considerando come terroriste soltanto le azioni condotte da forze più deboli contro avversari più forti e, in particolare, come strumento atto a sovvertire l’ordine costituito. Mentre la violenza condotta dall’alto, ossia in funzione delle classi e dei paesi dominanti, è non solo considerata l’unica legittima, ma è presentata come esportatrice di pace e democrazia, anche se utilizza strumenti oggettivamente terroristici. Tuttavia, come negli anni settanta, l’ideologia dominante condannava come terrorista chi contrapponeva (spesso in modo infantile e avventurista) la violenza proletaria alla violenza imperialista, mentre assolveva da ogni accusa quei settori dello Stato al servizio delle classi dominanti artefici della strategia della tensione, oggi si coprono le oggettive responsabilità delle teocrazie assolutiste del Golfo e si condannano come terroriste tutte le forze che a esse si oppongono anche con la violenza.  

Da questo punto di vista diviene determinante, per quanto riguarda la lotta di classe al livello delle ideologie, contrastare il pensiero unico dominante che considera terrorista solo ogni forma di violenza dal basso, da parte degli umiliati e offesi, assolvendo e, anzi, incensando ogni forma di violenza utilizzata in funzione della salvaguardia dell’ordine costituito, anche quando utilizza strumenti oggettivamente terroristi.  

A questo proposito esemplare appare la questione del giudizio storico sulle bombe atomiche che hanno colpito, giusto settanta anni fa, le città di Hiroshima e Nagasaki. Si trattava di obiettivi che non avevano nessun significato dal punto di vista militare e che, quindi, hanno avuto come unico significato quello di terrorizzare la popolazione civile per imporre una sottomissione incondizionata alle condizioni di “pace” degli Stati Uniti, tagliando fuori l’Unione sovietica che stava iniziando a occupare o a liberare – a seconda dei punti di vista – il nord del Giappone.  

Ora questo evento, che dinanzi al tribunale universale della storia resta oggettivamente il più grande e devastante atto di terrorismo internazionale, continua a essere giustificato e rivendicato dall’ideologia dominante, al punto che uno dei principali esponenti della nostrana a-sinistra, in piena campagna per imporre al movimento altermondialista e alla resistenza internazionale all’imperialismo metodi radicalmente non-violenti, ha giustificato tali attacchi atomici come necessari. Non resta che sottolineare, ancora una volta, che sino a quando il nemico marcerà alla testa dei subalterni imponendogli la propria visione del mondo, questi ultimi sono condannati a essere sempre più dominati e oppressi. Lo schiavo, infatti, resta tale fino a che condivide le “ragioni” del proprio padrone.  

18/08/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Condividi

L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: