Per il programma

Riflessioni propedeutiche alla definizione del programma del partito comunista


Per il programma Credits: Murales dello street artist Blu su un muro di Catania (italianfactory.info)

Un partito comunista deve dotarsi necessariamente di un programma massimo e di un programma minimo, anche perché l’uno si definisce in relazione all’altro e isolatamente non avrebbero senso. Senza il primo scadrebbe in un partito socialdemocratico, in assenza del secondo si ridurrebbe a un massimalismo parolaio. Non solo il programma massimo, ma anche il minimo per essere realizzati necessitano il superamento del capitalismo.

Come è noto Marx sosteneva che “ogni passo di movimento reale è più importante di una dozzina di programmi”. Non di meno, nonostante fosse “sovraccarico di lavoro” e dovesse “già superare di molto la quantità di lavoro che i medici” gli avevano prescritto, scrive un lungo “scartafaccio” per criticare il Programma di Gotha, dal momento che proprio da un programma “si elevano al cospetto di tutto il mondo le pietre miliari dalle quali si giudica il livello del movimento di partito”.

Evidentemente, come osserva ancora Marx, un programma per essere valido deve essere “preparato da una più lunga attività comune” e, dunque, data l’odierna diaspora comunista, in questa sede non ci si può che limitare ad alcune riflessioni di carattere generale.

In primo luogo la riflessione su un programma per il Partito comunista non può prescindere dalla pesante sconfitta storica che il movimento comunista ha subito a livello internazionale e, più nello specifico, nel mondo occidentale. Senza una spietata analisi delle ragioni di tale battuta di arresto storica – prodottasi in un momento di evidente difficoltà del modo di produzione capitalistico a gestire la propria crisi strutturale – qualsiasi programma si risolverebbe in una mera raccolta di buone intenzioni.

D’altra parte, poiché, come ricordava Guevara, l’unica battaglia davvero persa è quella che si è avuto paura di combattere, il fondamento dell’attuale disfatta va individuato nel progressivo smarrimento, da parte del movimento comunista occidentale, della sua stessa ragione di essere: la questione, non a caso portante nei Quaderni del carcere di Gramsci, della Rivoluzione in occidente. Essendo quest’ultima lo scopo finale, cui deve tendere l’intero movimento reale sotto il dominio di un capitalismo sempre più in crisi, non potrà che costituire il fondamento del Programma massimo.

Certo, si dirà, un’analisi realista dei rapporti di forza reali, in una fase di restaurazione liberista, non può che rendere attuale il solo programma minimo, mentre la riflessione sul programma massimo appare una questione per dottrinari estranei alle dinamiche dei movimenti reali. A tale obiezione, apparentemente fondata sul sano buon senso, si dovrebbe rispondere che il revisionismo del marxismo proposto da Bernstein, necessario per fondare una pratica politica riformista, sorge proprio dall’esigenza di mettere fine all’ambiguità esistente fra una prassi gradualista e un programma massimalista e rivoluzionario. Così, muovendo dall’abbandono del programma massimo, in quanto sarebbe ormai storicamente superata la necessità della presa del potere per via rivoluzionaria, per non parlare della dittatura del proletariato, è la stessa lotta per una nuova società a essere considerata un’inutile utopia. Si giunge così all’illusione che sia possibile risolvere le contraddizioni del capitalismo mediante una politica di riforme, tanto più che per Bernstein “la democrazia è al tempo stesso mezzo e scopo. Essa è il mezzo per imporre il socialismo, ed è la forma di realizzazione del socialismo”. Si tratta, evidentemente, di posizioni sostanzialmente condivise da chi oggi, in nome del senso comune, ritiene superfluo lo stesso dibattito sul programma massimo [1].

In tal modo, vengono del tutto meno le ragioni teoriche che hanno portato alla fondazione di partiti comunisti, proprio per la necessità di distinguersi dai partiti riformisti e socialdemocratici. Si dimentica così come la stessa Rosa Luxemburg – marxista cui oggi troppo spesso ci si richiama a sproposito – già alla fine dell’Ottocento aveva dimostrato l’inconsistenza teorica della contrapposizione fra riforme e rivoluzione, dal momento che le prime acquistano senso solo in funzione dell’obiettivo finale, la trasformazione della società in senso socialista. Tanto più che, come sottolineava Rosa Luxemburg, la crescente contraddizione tra la tendenza del capitale allo sviluppo illimitato delle forze produttive e rapporti di produzione in cui la ricchezza sociale si concentra in poche mani, porta necessariamente a crisi sempre più profonde e, in prospettiva, a un crollo del sistema capitalista. Questa lenta agonia, che rischia di trascinare con sé l’intera società in una nuova barbarie, può essere arrestata solo da una rivoluzione sociale.

Del resto anche in Gramsci la riflessione sulle cause della sconfitta storica, anche allora subita dai comunisti, era indissolubilmente legata alla riflessione sulla prospettiva rivoluzionaria, ripensata a partire dalle specificità delle società a capitalismo avanzato. Tanto più che il fenomeno storico della crisi del capitalismo, quanto mai attuale, “consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Per questo, già nel 1920, Gramsci riteneva che senza “la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano una ripresa della produttività” vi sarà necessariamente “una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo ad un lavoro servile”.

D’altra parte nei paesi a capitalismo avanzato si è sviluppata una complessa società civile che comprende, oltre alle strutture economiche, le diverse istituzioni volte al consolidamento del consenso e dell’egemonia culturale e politica. Perciò è indispensabile sviluppare una tattica specifica, prepararsi per quella che Gramsci definisce una lunga “guerra di posizione” volta a conquistare le “casematte” della società civile, prima di poter affrontare il nemico di classe nella lotta finale per la conquista del potere. Le principali “casematte” da conquistare sono: i mezzi di comunicazione, i sindacati, i partiti, le chiese, le scuole e le università.

A tale scopo è indispensabile in primo luogo la formazione di intellettuali organici, dal momento che i soggetti sociali prendono coscienza di sé e divengono parte attiva del conflitto di classe al livello delle sovrastrutture ed è la coscienza che si determina su tale piano a trasformare, con il proprio operare, le condizioni oggettive della struttura. Dunque, il conflitto delle idee tra diversi soggetti sociali si configura come una vera e propria lotta di classe a livello delle sovrastrutture, volta all’egemonia sui ceti intermedi. Quindi, nella lotta per l’egemonia, quale capacità di direzione, in primo luogo intellettuale e morale, di un soggetto sociale, sull’insieme della società, è indispensabile la formazione di quadri per un partito che divenga un intellettuale collettivo. Quest’ultimo deve essere formato principalmente da intellettuali organici che siano al contempo avanguardie nei movimenti di lotta nei luoghi di lavoro, di formazione della forza lavoro e nei quartieri proletari. A tale scopo è indispensabile che la componente rivoluzionaria si organizzi in una frazione per contendere la direzione dello stesso partito dei lavoratori alle componenti piccolo borghesi e agli intellettuali tradizionali di origine borghese.

Altrettanto indispensabile è la lotta per l’egemonia nei sindacati, che organizzano la maggioranza dei lavoratori, per strapparne la direzione alle burocrazie sindacali. Egualmente necessario è dotarsi di strumenti di informazione e di controinformazione, a cominciare da un organo di stampa che funga al contempo come strumento per la ricomposizione della diaspora comunista in un partito di quadri capace di un intervento di massa.

Inoltre, ponendosi necessariamente sul piano internazionale la questione del superamento del capitalismo in una società socialista, per comprendere quali siano gli anelli più deboli della catena degli Stati imperialisti da rompere, per rilanciare la transizione al socialismo, è indispensabile collocare il proprio programma all’interno del contesto internazionale. Quest’ultimo deve essere innanzitutto conosciuto in funzione della sua trasformazione, rilanciando l’internazionalismo proletario contro ogni forma di nazionalismo piccolo-borghese.

Per quanto concerne il programma minimo, esso deve contenere degli strumenti necessari ad accumulare le forze nella fase in cui non ci sono le condizioni soggettive per porre all’ordine del giorno la transizione al socialismo. Affinché queste ultime si vengano a creare è indispensabile formare la parte attiva della classe nel conflitto sociale. Il programma minimo deve dunque essere un programma di lotta, in grado di far comprendere ai subalterni che è il conflitto di classe il motore dello sviluppo storico e dell’emancipazione. È altrettanto indispensabile educare, nelle lotte, la classe subalterna a comprendere che solo con la trasformazione del modo di produzione nel suo complesso sarà possibile una reale e duratura emancipazione.

A tale proposito gli obiettivi del programma minimo non debbono essere puramente utopisti e, dunque, incapaci di suscitare un reale movimento di lotta, come ad esempio la piena occupazione del tutto irrealizzabile all’interno di una società capitalista in cui indispensabile è la presenza di un vasto esercito industriale di riserva per tenere basso il prezzo della forza lavoro. Gli obiettivi del programma minimo non devono, però, neppure essere dei rimedi che finiscono per essere peggiori del male che intendono curare, come i “lavori socialmente utili” o i “redditi di sussistenza” i quali, ogni volta che sono stati realizzati, hanno prodotto una riduzione del salario sociale e/o un peggioramento delle condizioni di lavoro. Al contrario, pur essendo in fondo incompatibili, come la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario e di ritmi, con l’accumulazione capitalista, sono tuttavia parzialmente praticabili e hanno prodotto, allorché sono stati realizzati, un miglioramento reale delle condizioni di vita dei subalterni. Essi, al contempo, indicano la necessità del superamento del capitalismo in una società socialista per poter essere realmente e durevolmente acquisiti.


Note:

[1] Del resto la critica al presunto dottrinarismo dei marxisti “ortodossi”, ossia anti revisionisti, è un topos centrale nella fondazione della prospettiva socialdemocratica e riformista inaugurata da Bernstein su la convinzione che siano gli stessi presupposti filosofici del marxismo e, in primo luogo, le sue origini nella concezione dialettica della storia di Hegel a dover essere messi in questione, in quanto avrebbero portato Marx a considerare la lotta di classe il solo motore dello sviluppo storico.

11/02/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Murales dello street artist Blu su un muro di Catania (italianfactory.info)

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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