La Catalogna da Puigdemont a Puigdemont

Nazionalismo, questione di classe e repressione nella crisi dello stato spagnolo.


La Catalogna da Puigdemont a Puigdemont Credits: https://www.flickr.com/photos/oscarminyo/

I risultati delle elezioni catalane del 21 Dicembre sono ormai noti: un sostanziale nulla di fatto. La “grande coalizione dell’indipendenza” è a un passo dalla maggioranza assoluta dei voti e conserva una piccola maggioranza nel parlamento catalano. Gli unionisti aumentano leggermente i voti ma sono molto lontani dall’essere la “maggioranza silenziosa”.

Grazie al travaso di voti dal Partido Popular (PP, il partito del primo ministro dello stato spagnolo, Rajoy) i Ciudadanos sono il primo partito catalano per voti e per seggi, e sono sempre più la risposta reazionaria alla crisi spagnola. Il PP tracolla a poco più del 4%, mentre il PSC, sezione catalana dei socialdemocratici spagnoli, cresce di poco più dell’1%, arrivando quasi al 14%. Il PSC ha incluso nelle sue liste anche alcune forze minori conservatrici. Le forze unioniste hanno aumentato sensibilmente voti assoluti, percentuali e seggi riportando al voto settori di elettorato che disertavano ormai le elezioni locali considerandole ormai un affare dei soli catalanisti.

La grande coalizione indipendentista in questa tornata si è presentata divisa nelle due liste JuntsperCAT (che fa capo al presidente deposto Puigdemont) e la lista della classica socialdemocrazia indipendentista Esquerra Republicana de Catalunya (ERC). Insieme le due liste guadagnano il 3,5% rispetto alla lista unitaria presentata nel 2015. Perde, non a caso, il 3,5% la Candidatura di Unità Popolare, gli indipendentisti anticapitalisti, che dimezzano i seggi.

In mezzo ai due blocchi si colloca CatComu-Podem, la coalizione di sinistra radicale che include il partito del sindaco di Barcellona Ada Colau, i comunisti del PSUC-viu e del Bloc de Comunistes, gli ecologisti catalani e Podemos. La coalizione, schierata per il diritto a decidere e che ha cercato di spostare il focus della questione nazionale alle questioni sociali, arretra in voti e seggi. Per il diritto a decidere, ovvero per un nuovo referendum sull’indipendenza vincolante e riconosciuto dallo stato spagnolo, sono schierate anche forze minori che non sono entrate in parlamento.

Vale la pena ricordare che la frattura tra sinistra indipendentista e sinistra per il diritto a decidere corrisponde in una certa misura anche a una divisione nelle classi popolari catalane. Nella città di Barcellona, per esempio, la CUP ottiene risultati migliori nei quartieri popolari più vicini al centro, dove c’è una forte presenza sia di fasce sottoproletarie sia di giovani lavoratori precari dei servizi. CatComu-Podem invece raccoglie più consensi negli storici quartieri operai - come quelli a nord-est costruiti intorno alla SEAT – in cui la questione nazionale è molto meno sentita o, peggio, porta voti ai Ciudadanos.

Elezioni nella repressione

Ciò che i media italiani hanno mancato di riportare al grande pubblico è che le elezioni si sono svolte in un pesante clima di repressione. Restano agli arresti o latitanti i leader dei partiti e delle organizzazioni civiche indipendentiste. Certo, gli arresti a cui sono sottoposti i prigionieri politici non li tagliano del tutto fuori dalla vita politica; in ogni caso rimane in carcere il capo di ERC Junqueras e il capo di JuntsperCAT Puigdemont è latitante in Belgio. Sono colpite le organizzazioni civiche indipendentiste che in questi anni hanno funzionato da cervello e gambe delle mobilitazione: rimane in carcere Jordi Sanchez dell’Assemblea Nazionale Catalana mentre è appena uscito di prigione, pagando mezzo milione di euro come cauzione, Jordi Cuixart, capo di Omnium.

La stessa sinistra di CatComu-Podem è colpita per aver partecipato al voto sulla Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza (pur avendo votato contro!) e l’ex capogruppo parlamentare Nuet è in libertà vigilata con l’obbligo di non partecipare a manifestazioni politiche. La repressione risulta ancora più pesante per la CUP che, prima e dopo il voto, continua a vedere misure repressive sia contro i parlamentari sia contro i quadri dell’organizzazione. Ultimi in ordine di tempo, i due coordinatori della CUP nella cittadina di Reus, arrestati il 26 dicembre per reati di odio contro la polizia e ancora incarcerati mentre chiudo questo articolo. Non è difficile capire come mai la CUP sia arrivata a queste elezioni molto più debole rispetto a quelle precedenti.

D’altra parte, la repressione contro l'indipendentismo catalano non è un fatto isolato nello stato spagnolo. Negli ultimi anni il governo Rajoy ha reagito alla crisi economica e politica aumentando la pressione su tutte le forme di movimento (tranne, ovviamente, quelle dei nostalgici franchisti) e passando alcune tra le più pesanti leggi d’Europa.

Scenari futuri

La repressione porta in dote una questione importante: le forze indipendentiste hanno vinto una maggioranza di deputati, ma molti di questi deputati sono in carcere oppure latitanti all’estero. Dopo alcune vaghissime dichiarazioni di dialogo, i blocchi sono tornati a polarizzarsi.

Gli indipendentisti potrebbero in effetti far dimettere i loro eletti e far subentrare i successivi in lista, questo però li farebbe retrocedere rispetto a una campagna elettorale tutta giocata sulla richiesta di liberazione dei presos politicos, e non li metterebbe neanche al riparo da nuovi arresti e inchieste, come sta accadendo a vari membri della CUP. È evidente che lo stato spagnolo ha deciso di usare il potere giudiziario come arma nello scontro catalano.

C’è anche un problema tutto interno al campo indipendentista: non c’è più una tattica. La via unilaterale è ancora difesa a spada tratta dalla CUP che la considera l’unica via possibile, ma ha mostrato tutti i suoi limiti. Gli ambienti della Esquerra Republicana, pur riconoscendo la vittoria politica di Puigdemont, accusano il presidente deposto di avventurismo per avere galoppato verso la Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza. E lo stesso Puigdemont ha ammesso che non si può semplicemente provare a ripetere il processo di indipendenza come è stato fatto negli ultimi anni. Mentre tutti sanno che la tattica precedente non ha portato alla vittoria, non pare che ci sia nessuno in grado di lanciare una nuova tattica.

Una possibilità è che l’instabilità continui fino a quando lo stato centrale tornerà a imporre nuove elezioni. Questo scenario è probabilmente quello preferito dai Ciudadanos che ormai prosperano sull’incapacità dei popolari del PP di risolvere tanto la questione catalana quanto gli altri gravi problemi dello stato spagnolo. Nel frattempo, si apprestano a fagocitare ulteriori pezzi del vecchio apparato statale reazionario, come per esempio l’ex primo ministro Aznar, il campione spagnolo della guerra in Iraq.

Quello che è sicuro è che non si è realizzato l’incubo della grande borghesia spagnola, cioè la saldatura tra la questione di classe e la questione nazionale. Nel frattempo, nel cuore dell’Unione Europea rimane aperta una crisi che lo stato spagnolo non è in grado di risolvere senza la repressione

30/12/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Paolo Rizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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