Quella sinistra francese che sta al fianco dei gilets jaunes

I sindacati di base e la sinistra di classe raccolgono la sfida e si preparano a costruire una nuova ondata di scioperi.


Quella sinistra francese che sta al fianco dei gilets jaunes Credits: Foto di Guido Salsa - Il cartello recita: “I veri vandali del sociale”.

Parigi - L’evento dell’assemblea è largamente rimbalzato sui social e ha per titolo “Incontriamoci per bloccare Parigi e le sue banlieue”. Si tiene alla Bourse du Travail, uno dei luoghi simbolo del movimento operaio parigino, sin dai suoi albori: nasce nel 1790 dal brodo della Rivoluzione francese, il suo istituto viene formalizzato pochi anni prima delle agitazioni del 1848 e, infine, come recita una targa sulla facciata, è uno dei primi obbiettivi che viene riconquistato con la forza dal proletariato antifascista parigino insorto nel ’44.

Sono i combattivi lavoratori sindacalizzati delle poste, in agitazione da metà settembre per protestare contro la ristrutturazione che li condanna a lavoro in più e mal pagato, ad aver fatto partire la chiamata. Come si legge sulla pagina dell’evento, il loro intento è chiaro: “All’interno delle organizzazioni militanti del nostro campo sociale, le discussioni si sono troppo spesso trasformate in analisi dei gilets con l’obiettivo di provare a capire se sono composti da lavoratori o meno, se ci sono fascisti o meno al loro interno. Ci sono sia dei lavoratori, sia dei militanti di estrema destra. Ecco, noi crediamo che la presenza dei secondi non possa mettere in secondo piano la presenza dei primi. Per questo, la collera espressa dai gilets è anche la nostra”.

Sono infatti tre sabati consecutivi che Parigi è teatro di ritrovo dei gilets, che convergono da tutta la Francia per avvicinarsi il più possibile a quello che è diventato l’obiettivo simbolico della protesta, cioè l’Eliseo. Segno, questo, dello sviluppo e della vitalità di questo movimento spontaneo, partito da una protesta contro le tasse e che ora chiede risolutamente lo scioglimento del parlamento e le dimissioni di Macron.

Quella che sembrava solo una fiammata, ha dato prova di una notevole resistenza e, soprattutto, di una interessante politicizzazione. Dopo la terza giornata parigina (il primo dicembre), proprio il governo di quel Presidente che aveva promesso che mai, e per nessun motivo, avrebbe ceduto alle pressioni delle mobilitazioni (e che non ha esitato a ricorrere in molte occasioni alla violenza della repressione poliziesca), è stato costretto a prendere dei provvedimenti. Martedì il primo ministro Philippe ha annunciato una moratoria di sei mesi sull’aumento delle tasse sul carburante e blocco del prezzo di gas e elettricità per l’inverno. Meno di 24 ore dopo, l’Eliseo ‘corregge’ Philippe, chiarendo che la manovra, visto che non era ancora stata approvata, sia considerata annullata, più che posticipata. Così, tentando un goffo sgambetto, il Presidente cerca di far ricadere sul governo la responsabilità politica della bufera sociale scatenata dai gilets. Il cedimento di Macron sembra soprattutto mirato a prendere tempo e a fratturare la protesta. Tuttavia, è un segnale politico importante che va inserito nella pressione che nell’ultimo anno e mezzo l’opposizione sociale e politica francese è stata in grado di esercitare contro le sue politiche.

L’agenda neoliberista di Macron ha infatti imposto pesanti costi a strati sempre più ampi di popolazione e contro di essa si sono concentrati gli sforzi di un fronte ogni giorno più nutrito di movimenti e lavoratori. Questo a partire dalla coraggiosa opposizione alla riforma del lavoro nel 2017, per passare dalle agitazioni in seno ai lavoratori del pubblico contro i previsti tagli a risorse e a personale, fino al prolungato sciopero degli cheminots, i lavoratori dei trasporti, che hanno visto distruggere il loro contratto nazionale (frutto delle lotte del secolo scorso) e mettere sul mercato questo settore pubblico strategico.

Anche la scuola e l’università sono obiettivo di riforma. Come ha commentato Gilliatt De Staërck, responsabile nazionale della Jeunes pour la Renaissance Communiste en France, “i giovani delle classi popolari in Francia sono i primi a subire lo sfascio del sistema educativo nazionale, che si realizza attraverso la selezione all’ingresso all’università con il ParcourSup [piattaforma virtuale che serve a dar seguito alla selezione delle richieste di iscrizione universitarie, n.d.r.] o anche attraverso la contro-riforma della scuola superiore. Quest’ultima ha distrutto il carattere nazionale del diploma per sostituirlo con dei diplomi regionali basati sempre più sul lavoro fornito fuori dal quadro scolastico. Ma tutti non hanno le stesse possibilità di apprendimento fuori dal contesto scolastico e ciò dipende dalle condizioni sociali del contesto. Quindi i diplomi di una regione povera varranno molto di meno di quelli di una regione ricca. Questo è un tappeto rosso srotolato ai piedi dei padroni per donargli la legittimità necessaria per abbassare i salari, che in Francia sono allineati al livello degli studi post-superiori”.

A dire il vero, anche gli aumenti previsti sul costo del carburante, scintilla che ha incendiato le proteste dei gilets jaunes, hanno un impatto che ricade drasticamente sulle classi più popolari. L’automobile è infatti uno dei principali mezzi di trasporto per i lavoratori di provincia o di banlieue. Il deterioramento dei servizi pubblici essenziali (non solo dei trasporti, quindi, ma anche di ospedali, scuole, ecc.) contribuisce alla necessità di spostamento su base individuale. La collera che è montata attorno a un tema tipicamente legato al ‘potere di acquisto’ (e perciò non redistributivo in senso stretto) coinvolge quindi anche un ampio strato di classe lavoratrice.

La sala Jaures della Bourse du Travail si riempie in fretta, tanto che le persone faticano ad entrare, finché l’assemblea viene interrotta dopo qualche minuto per essere spostata nella sala principale dell’edificio. Si contano quasi 200 persone. Un numero decisamente interessante contando che la chiamata è tutta interna alla sinistra. Ecco riuniti i rappresentanti degli attori collettivi principali della sinistra di classe e sindacale parigina. Sul tavolo la questione è: come portare la nostra solidarietà ai gilets? Come fare di questo movimento caotico e non organizzato un passo in avanti verso la convergenza delle lotte?

“La collera che i gilets esprimono è la nostra- interviene un sindacalista delle poste in apertura dell’assemblea- e la discussione di stasera deve necessariamente vertere su come la nostra classe, i nostri lavoratori sindacalizzati, possono fare irruzione in questa lotta”. “Chi non è in piazza, non può essere solidale” afferma drasticamente il rappresentante della Fête à Macron, piattaforma legata al movimento di Mélenchon, il quale ha supportato la protesta fin dalla nascita. Con poche eccezioni (tra cui un paio di studenti universitari preoccupati dalla presenza di elementi di estrema destra), gli interventi saranno tutti su questa linea.

Il problema della politicizzazione del movimento e delle forme di lotta.

L’evoluzione positiva delle rivendicazioni è chiara a tutti: da una protesta anti-tasse il movimento ora chiede la testa di Macron e del suo governo. Ma questo non può bastare: “Se a Macron e alle élites certo non piace che si sfascino le vetrine e le macchine dei quartieri del centro - dice una ragazza - ancor più sono preoccupati da un’eventuale ondata di scioperi nei luoghi di produzione”. Paralizzare l’economia, quindi, e non solo dal punto di vista della circolazione delle merci come i gilets fanno già in molte località francesi, ma a partire dai luoghi di lavoro. “È 40 anni che la classe lavoratrice francese aspetta una vera greve generale (lo sciopero generale) - tuona un vecchio immigrato argentino in assemblea - e fino a questo momento avevano paura di farlo, perché erano stati abbandonati e traditi da tutti. Ora, invece, cos’hanno da perdere?”.

In effetti, molti sottolineano come questa situazione di agitazione generalizzata, in un contesto di stagnazione economica e di attacco generalizzato ai diritti del lavoro, possa provocare un effetto a catena perché crea spazio politico e dà fiducia ai lavoratori oppressi di molti settori. Come osserva un insegnante di scuola superiore della banlieue parigina: “Se i miei colleghi erano spaventati dall’idea dello sciopero, ora in questo caos sono molto più possibilisti. Anche gli studenti stanno costruendo modalità autonome di protesta”. Sono infatti centinaia le scuole superiori bloccate in questi giorni e ci sono stati vari scontri nelle banlieue con la polizia. A tal proposito, un sindacalista della CGT comparto energia promette che “se anche solo un manganello si alzerà sulla testa di qualche studente, lasceremo al freddo la polizia quest’inverno”. Non sarebbe la prima volta che i lavoratori dell’energia staccano il gas a qualcuno in segno di solidarietà: poche settimane fa avevano chiuso i rubinetti agli ospiti del lussuoso albergo in centro a Parigi, il Park Hyatt, i cui dipendenti erano (e restano tutt’ora) in sciopero per un contratto di lavoro migliore.

Insomma, la sinistra di classe e i sindacati di base hanno accettato la sfida. Al posto di lasciare il terreno ai gruppuscoli di estrema destra o all’opposizione ipocrita di Marine Le Pen, decidono di continuare con la strategia che li ha guidati in questo anno e mezzo di opposizione a Macron e che si riassume nello slogan della ‘convergenza delle lotte’. Gli sforzi sono per costruire e organizzare un fronte ampio, plurale ma determinato, contro l’agenda del Presidente dei ricchi fino a mettere in discussione l’intero sistema economico dominante.

Certo non è una situazione semplice. I gilets sono un movimento molto caotico e spontaneo, lo si capisce partecipando alle loro mobilitazioni, dove una miriade di gruppuscoli si muovono in maniera completamente non coordinata. Questo, se in un primo momento ha permesso un allargamento notevole delle ragioni della protesta, ora rischia di esporli ai colpi fatali del bastone da una parte, e della carota dall’altra. La moratoria ha proprio questo fine: cedere (momentaneamente) sull’aumento delle tasse per dividere i gilets tra moderati e ‘casseurs’ (vandali). Questo con il supporto della Le Pen in persona, che nella giornata di sabato aveva chiesto ai gilets di lasciare gli Champs-Élysées per permettere alle forze dell’ordine di mettere fine alla situazione insurrezionale che si era venuta a creare. Anche un suo decisamente meno celebre ammiratore italiano, il capo di Casa Pound Di Stefano, ha strillato al pericolo rosso su twitter: “Purtroppo oggi nelle manifestazioni dei gilets jaunes si sono visti tipi loschi con bandiere rosse, cantare ‘siamo tutti antifascisti’ (in italiano), mandati da chissà chi, e chissà con quali mezzi. E infatti oggi macchine bruciate e violenza. E ovviamente i giornali erano pronti”. Piagnistei di Di Stefano a parte, i numeri a Parigi non sono sempre stati gli stessi e si è visto un calo di partecipazione, soprattutto tra il primo e il secondo appuntamento. Dopo l’annuncio del significativo passo indietro del governo, la tenuta della mobilitazione nella sua dimensione di massa è in serio pericolo. La sinistra di classe e i sindacati di base, in questo quadro, possono offrire un tessuto e una cultura organizzativa che aiuti a reggere lo scontro nel tempo.

Altra domanda da porsi è quanto incida la diversità geografica sulle possibilità di approccio al movimento. Se in molte città, e soprattutto a Parigi, la classe lavoratrice è presente e ha iniziato (da subito e istintivamente) a dialogare e a contribuire, la situazione nelle campagne, dove la pratica dei blocchi stradali continua, rimane probabilmente a sé, con tratti più reazionari e più facilmente egemonizzabile dall’estrema destra. Per fattori storici di struttura economico-sociale le campagne francesi sono da sempre più orientate a destra ed è proprio in questi territori che il partito di Marine Le Pen ha avuto il suo picco nelle ultime tornate elettorali.

Comunque vada a finire, stiamo assistendo ad un’ondata di socializzazione alla politica da parte di strati di popolazione prima smobilitati o mai mobilitati. E soprattutto di giovani. Come mi dice un lavoratore intermittente dello spettacolo (un tecnico luci): “io il sabato lavoro per portare a casa il giusto per sopravvivere e non ho potuto esserci attivamente. Ma sono venuto stasera per sentire cosa sta succedendo. Non mi sono mai occupato di politica, mi ha sempre fatto schifo. Ma ora sento che è il momento di fare qualcosa per ribellarsi”.

Per sabato 8 dicembre (cioè all’uscita di questo pezzo) è previsto un altro appuntamento di piazza a Parigi. Ci si aspetta un ulteriore drastico potenziamento dei dispositivi di repressione, soprattutto dopo la ‘magnanima’ apertura da parte del governo. Nel caso di successo della mobilitazione, la crisi di governo sarà molto probabile. Come riporta Le Figaro, alcune indiscrezioni interne parlano già della possibilità di un generoso rimpasto prima delle elezioni europee, o addirittura prima di Natale. Se la parte più sindacalizzata e politicizzata della classe lavoratrice dovesse riuscire non solo a portare la propria solidarietà di piazza ma autonomamente esercitare il proprio potere di blocco economico attraverso gli scioperi, saremmo davanti ad una inversione di rapporti di forza nella società francese che potrebbe gettare le basi per l’apertura di una fase potenzialmente rivoluzionaria.

09/12/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: Foto di Guido Salsa - Il cartello recita: “I veri vandali del sociale”.

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L'Autore

Guido Salza

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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