Riflettere sulle cause della Grande guerra per evitare che si riproduca

"La storia di ogni società sinora esistita è la storia delle lotte di classe" questa è la celeberrima apertura del primo capitolo del Manifesto del partito comunista e costituisce il fondamento della interpretazione materialistica della storia.


Riflettere sulle cause della Grande guerra per evitare che si riproduca

Le cause strutturali della prima guerra imperialista mondiale: la necessità di arrestare l’affermazione dell’Internazionale, l’esigenza di superare la crisi di sovrapproduzione senza mettere in discussione i rapporti di produzione che la avevano provocata, l’egemonia fra gli intellettuali tradizionali di concezioni irrazionaliste. Chi intende realmente battersi per una pace duratura dovrà contribuire a eliminare le cause strutturali delle guerre di aggressione. 

di Renato Caputo

"La storia di ogni società sinora esistita è la storia delle lotte di classe" questa è la celeberrima apertura del primo capitolo del Manifesto del partito comunista e costituisce il fondamento della interpretazione materialistica della storia. È dunque evidente che, se non intendiamo tornare a una visione idealistica, dobbiamo attenerci a tale concezione anche per quanto concerne il bilancio storico della Prima guerra mondiale. Un bilancio storico da un punto di vista marxista appare quanto mai necessario dinanzi al rifiorire di interpretazioni idealistiche in occasione del centenario dell’inizio del conflitto. 

Dal punto di vista indicato da Marx ed Engels è dunque proprio nella lotta di classe che va individuata la ragione ultima del primo conflitto mondiale. Alla radice della guerra vi è il conflitto fra il partito dell’ordine costituito e i sostenitori dell’Internazionale, che erano contrari alla guerra fra popoli, e sostenevano la necessità di unire i proletari di tutto il mondo per portare a termine la guerra di classe edificando una “sozialistische Weltrepublik”, una Repubblica socialista mondiale. Non a caso lo spirito dell’Internazionale nel corso del conflitto risorgerà già nel corso del primo anno di guerra e si diffonderà nel secondo anno in tutti gli eserciti e fra le masse popolari civili l’odio per la guerra. Così già nel 1916, nel secondo incontro dei socialisti contro la guerra a KIENTHAL, si afferma la prospettiva rivoluzionaria di Lenin, secondo la quale la guerra è il prodotto della crisi del capitalismo che perciò deve essere superato se si intende realizzare una pace duratura. A tale scopo diviene necessario trasformare la guerra mondiale fra nazioni in una guerra civile da sviluppare a livello internazionale. 

Di contro vi erano le forze che si sono battute prima per accendere e poi per mantenere vivo il conflitto fra le masse popolari delle diverse nazioni, costrette a decimarsi vicendevolmente piuttosto che unirsi per sconfiggere il comune nemico, come richiesto da Marx ed Engels proprio alla fine del Manifesto. In prima fila nella lotte per la guerra furono da subito proprio gli esponenti più anti internazionalisti della borghesia, consapevoli che almeno dai tempi dell’antica Roma le classi sociali dominanti avevano utilizzato la guerra contro altri popoli come diversivo decisivo per sviare i subalterni dalla lotta di classe e mantenerli sotto il proprio dominio con la promessa che i mezzi di produzione rivendicati in patria, in primo luogo la terra, sarebbero stati conquistati ai danni di popoli stranieri [1]. 

Non a caso il tradimento dei chierici – ossia degli intellettuali tradizionali alla guida dei partiti dei subalterni privi di intellettuali organici – ha le proprie origini proprio nel sostegno dato alla politica coloniale e alle relative guerre di aggressione e occupazione da parte dei dirigenti della componente revisionista dei partiti socialisti. Tale tendenza riformista nasce proprio dal rifiuto della guerra civile per trasformare in senso socialista la società, dal momento che si ritiene che gli stati capitalisti si sarebbero spontaneamente evoluti in senso democratico. A tale riforma interna del modo di produzione capitalistico avrebbero dovuto collaborare gli stessi socialisti, che anzi avrebbero dovuto allearsi in formazioni socialdemocratiche con gli esponenti progressisti della borghesia. A tale scopo i socialisti dovevano progressivamente mettere da parte il conflitto di classe e l’internazionalismo, sostenendo lo sviluppo del capitalismo e del colonialismo, che avrebbero favorito il riformismo sociale e permesso con lo sviluppo economico l’antagonismo fra le classi sociali. 

Non molto distanti erano le conclusioni cui giungeva la corrente, anch’essa prodotto di intellettuali tradizionali, del socialismo nazionale o nazional-socialismo, secondo la quale occorreva abbandonare la posizione internazionalista e sostenere le ragioni della propria nazione, declinata ad esempio da Pascoli come nazione proletaria, nella sua lotta contro gli Stati dominanti a livello internazionale. Tale posizione sarà condivisa sia fra le fila della dirigenza riformista di diversi partiti della seconda Internazionale, che giustificarono il voto dei crediti di guerra con l’esigenza di contrastare nazioni maggiormente reazionarie, sia dai sindacalisti rivoluzionari divenuti ferventi interventisti. 

Anche in questo caso il riformismo di destra e l’opportunismo di sinistra finivano per convergere nella lotta contro l’internazionalismo e a favore della guerra nazionale, in questo caso estesa a livello mondiale. A battersi contro la guerra mondiale finirono per restare unicamente quei settori dei partiti socialisti fedeli all’originaria ispirazione internazionalista e non tentati dalle sirene del nazionalismo, anche quando persino settori delle masse popolari ne furono contagiati. 

Emblematico il caso del nostro paese, di cui ricorre proprio quest’anno il centenario dell’entrata in guerra, in cui riformisti e revisionisti confluirono nelle posizioni dell’interventismo democratico, in nome della trasformazione del conflitto di classe in lotta fra nazioni progressiste e dispotiche [2]. Allo stesso modo prima di aderire alle posizioni del socialismo nazionale diversi sindacalisti rivoluzionari in nome del tanto peggio tanto meglio sostennero le ragioni dell’interventismo, in quanto la guerra avrebbe creato le condizioni per la successiva rottura rivoluzionaria [3]. 

Al contrario fu proprio la componente che non aveva abiurato alla prospettiva socialista a sostenere fino in fondo la lotta contro la guerra sia nei conflitti di piazza contro gli interventisti di destra e di “estrema sinistra”, sia contro il sostanziale colpo di Stato che impose alla maggioranza dei parlamentari contrari il sostegno agli impegni presi in segreto dal governo per la rapida entrata in guerra a fianco dell’Intesa. 

Dal momento che, secondo la concezione materialistica della storia, sono le strutture economiche e sociali a determinare, almeno in ultima istanza, le sovrastrutture politiche e culturali è necessario ricercare proprio nell’ambito strutturale le ragioni profonde del conflitto. A questo livello già Hegel aveva individuato nelle guerre e nella politica coloniale lo strumento più adatto per aggirare le contraddizioni, per altro ineliminabili, della società civile moderna, in primis la formazione della plebe moderna, ossia di una classe sociale che non godendo i frutti della crescita economica non è interessata a mantenere in vita il sistema. 

Ancora più noto è lo sviluppo dato da Marx a questa concezione. La concorrenza e la ricerca di massimalizzare nell’immediato i profitti spinge i capitalisti a utilizzare le innovazioni tecnologiche per modificare la composizione organica del capitale in modo che il lavoro morto, ossia le macchine, tendano a prevalere sul lavoro vivo, ossia la forza-lavoro. In tal modo però, tende inesorabilmente a calare il tasso di profitto, che è l’unico incentivo agli investimenti produttivi. Le macchine in quanto lavoro morto non possono che riprodurre il proprio valore e, dunque, solo la forza lavoro viva può fruttare più valore di quanto è costata, attraverso il pluslavoro che produce il plusvalore, quale componente essenziale del profitto. 

La necessità di vendere più merci per ovviare alla caduta tendenziale del saggio di profitto provoca un ingolfamento del mercato, che dissuade i capitalisti da nuovi investimenti produttivi. Si produce così una sovrapproduzione di capitali prima ancora che di merci che innesca la crisi. Per ovviare a ciò diviene necessario eliminare i capitali, le merci e la forza lavoro sovraprodotte. Questo avviene in primo luogo con il capitale monetario che scarica la crisi sui settori e i paesi più deboli, dando fiato ai più forti. 

Tali operazione speculative hanno degli evidenti limiti in quanto non fanno che redistribuire i profitti all’interno delle classi dominanti. Quando tale palliativo diviene inefficace, volendo mantenere i rapporti di produzione che impediscono lo sviluppo delle forze produttive diviene necessaria la guerra. Tale necessità è resa indispensabile dall’enorme crescita degli apparati militari, che si accrescono enormemente nei periodi di crisi, in quanto costituiscono un meccanismo essenziale per scaricarne gli effetti sulle classi dominate e i settori più deboli della classe dominante, visto che le spese militari gravano sulla fiscalità generale, ma l’apparato militare è sempre più esternalizzato e consegnato a privati, che lucrano prezzi monopolistici. 

Ciò provoca in primo luogo le guerre imperialiste, per la spartizione fra le grandi potenze dei mercati e delle risorse globali. Sorge così, a ridosso della prima grande crisi internazionale di sovrapproduzione del 1873, la cosiddetta età dell’imperialismo, nel corso della quale le grandi potenze si spartirono il mondo in aree di influenza dirette – le colonie – e indirette, mediante il neocolonialismo. Tale spartizione e le guerre necessarie alla sua realizzazione danno nuovo fiato all’economia consentendo un parziale superamento della crisi di sovrapproduzione. Tali politiche hanno però dei limiti fisici, ossia la spartizione di uno spazio limitato, per quanto ampio, come la terra. Una volta che tale spartizione all’inizio del Novecento è sostanzialmente compiuta, essendo state occupate tutte le aree utili all’accumulazione di profitti, per evitare di precipitare nuovamente nella stagnazione, dovuta alla crisi di sovrapproduzione, iniziano gli attriti e i conflitti fra le grandi potenze al fine di ampliare le proprie zone di influenza. A questo punto bastava una scintilla per dare vita a un’esplosione a catena che avrebbe dato fuoco alle polveri sconsideratamente innescate negli anni precedenti. 

Nel 1914 il pretesto fu un attentato terroristico di un nazionalista serbo bosniaco che giustiziò il successore al trono dell’impero asburgico, per vendicare l’occupazione imperialistica della Bosnia. La ragione necessaria, che consentì a questa scintilla di innescare l’incendio dell’interna prateria, va ricercata nel fatto che l’imperialismo tedesco si era mosso troppo tardi nella corsa alle spartizione del mondo fra grandi potenze. Il capitalismo tedesco si era infatti sviluppato in ritardo rispetto ai suoi principali concorrenti, in primis inglesi e francesi, ma aveva rapidamente colmato il gap con un vero e proprio boom economico. 

Tuttavia, intendendo preservare i rapporti di produzione che concentravano nelle mani della borghesia mezzi di produzione e sussistenza, la Germania aveva la necessità di espandere i propri mercati e le proprie aree di investimento all’estero, ma così facendo non poteva che entrare in rotta di collisione con Francia e Inghilterra, che si erano già spartite buona parte delle zone redditizie. A questo punto gli imperialismi, che si erano mossi all’unisono per affermare il loro dominio mondiale, schiacciando insieme ogni forma di resistenza significativa, a partire dalla rivolta dei Boxeur in Cina, divengono fratelli coltelli nel momento in cui la concorrenza li porta a entrare in rotta di collisione. 

Proprio perciò nel congresso dei partiti socialisti, rimasti da soli a opporsi alla guerra, a Kienthal le posizioni pacifiste vengono messe da parte, considerato che tutti i tentativi di impedire la guerra e di arrestarla erano falliti, e i tentativi di fraternizzazione fra le truppe erano stati repressi dalle classi dominanti con un utilizzo sproporzionato della violenza e di mezzi terroristici come le decimazioni [4]. Chi intende battersi realmente contro la guerra imperialista capisce allora che per farla terminare l’unica soluzione possibile è abbatterne la causa, ossia quei rapporti di produzione che rendono tale guerra necessaria. Si tratta, dunque, di espropriare con un processo rivoluzionario gli espropriatori, responsabili della guerra mondiale imperialista. Non a caso saranno proprio i rivoluzionari russi, guidati da Lenin, i più consapevoli di tale necessità, a spezzare nel 1917 l’anello più debole della catena delle potenze imperialiste, favorendo così l’emergere di forze contrarie alla guerra e all’imperialismo negli anelli più forti, in primo luogo l’Impero Germanico e l’Impero austroungarico, dove la stessa popolazione civile era massacrata dall’embargo terroristico cui la aveva condannata l’Intesa. 

I due imperi centrali, i più diretti responsabili del conflitto, crollarono e furono costretti alla resa dalle forze che, sull’esempio dei lavoratori russi, abbandonarono le armi o le rivolsero contro i loro reali nemici, ossia le classi dominanti rappresentate in primis dagli ufficiali. In tal modo terminò questa prima violentissima guerra mondiale fra potenze imperialiste, fatta combattere e pagare ai ceti subalterni, che permise alle classi dominanti di accumulare super profitti e di eliminare capitali, merci e lavoratori sovraprodotti. 

Come è noto, però, solo i comunisti saranno conseguenti fino all’ultimo, portando avanti la lotta contro le reali cause strutturali delle moderne guerre imperialiste, mentre la maggioranza dei socialdemocratici e dei democratici piccoloborghesi, schierandosi con le forze contro-rivoluzionarie, impedirono di abbattere gli anelli più forti della catena imperialista. In tal modo, però, rimasero intatte quelle cause strutturali, che di lì a poco più che venti anni avrebbero prodotto una seconda e ancora più terribile guerra mondiale. 

Come abbiamo visto, in un precedente contributo dedicato all’anniversario della liberazione di Berlino dal nazismo e dell’Europa dalla guerra a opera dell’Armata rossa [5], anche la prosecuzione di questa ancora più spaventosa guerra imperialista mondiale contro l’Internazionale sarà resa impossibile dalle forze comuniste. 

Tornando alle cause della prima guerra mondiale dobbiamo, infine, ricordare le cause ideologiche, in quanto sebbene la struttura sia determinante da un punto di vista marxista, lo è solo in ultima istanza, ossia non si dà un rapporto di causa-effetto, ma un rapporto di relazione reciproca fra strutture socio- economiche e sovrastrutture ideologiche. Anzi, come sappiamo principalmente grazie a Gramsci, nei paesi a capitalismo avanzato l’egemonia culturale ha un peso decisivo nei rapporti di forza fra le classi sociali. 

Dal punto di vista della lotta di classe sul piano delle idee assistiamo dall’inizio del Novecento a una vera e propria offensiva delle forze reazionarie che riescono a divenire egemoni non solo fra larghi strati delle forze moderate, ma anche su settori della sinistra, soprattutto di derivazione anarcoide e piccolo borghese. Sono gli anni in cui si diffonde in tutti questi settori un’ideologia volta alla distruzione della ragione; sono gli anni in cui divengono dominanti, in quanto ideologie delle classi dominanti, in primo luogo il pensiero di Nietzsche, in cui l’aristocrazia della forza si contrappone alla democrazia e all’eguaglianza, in secondo luogo il darwinismo sociale spenceriano, il razzismo positivista e il mito della guerra purificatrice. Tali tendenze irrazionaliste, in particolare le concezioni nietzschiane, tendono a fare breccia anche fra alcuni intellettuali tradizionali che si erano precedentemente avvicinati al movimento operaio e ne erano divenuti punti di riferimento in assenza di intellettuali organici. Fra di essi ci limitiamo a ricordare le figure di Georges Sorel e, per il nostro paese, di Benito Mussolini, non a caso ideologicamente influenzato dal primo. 

Anche in questo caso la fine del conflitto non comportando, ad eccezione della Russia, il rovesciamento delle classi dominanti, non ha segnato la sconfitta dell’ideologia dominante improntata alla distruzione della ragione. Quest’ultima, nel ventennio di tregua fra le due guerre mondiali, si riafferma fra gli intellettuali tradizionali principalmente nella forma della Kriegsideologie [6], ossia un’ideologia volta a esaltare la guerra, i cui massimi esponenti possono essere considerati Martin Heidegger e il cattolico Carl Schmitt, che non a caso saranno i più significativi pensatori a schierarsi a fianco dei nazisti [7]. 

In conclusione, come sosteneva persino un liberale come Benedetto Croce, dobbiamo ricordare che la storia è sempre contemporanea. Ogni storia è infatti contemporanea non solo perché occorre individuarne gli effetti e le ricadute nel presente, ma perché noi la interroghiamo dal presente e nello studio del passato cerchiamo una risposta per la nostra vita. Inoltre la contemporaneità non si può comprendere senza situarla storicamente, cioè senza riconoscere in essa quel passato ancora vivente che la definisce [8]. 

Da questo punto di vista dobbiamo considerare i pericoli di una nuova guerra imperialistica mondiale oggi, nel momento in cui i principali argini allo scoppio del terzo conflitto mondiale, i paesi socialisti legati all’Urss, sono venuti meno, per altro cadendo nella trappola ordita dalle forze imperialiste con la corsa al riarmo. Quest’ultima, infatti, se come abbiamo visto è uno strumento per dar respiro all’economia capitalista in crisi di sovrapproduzione, ha effetti devastanti in un’economia socialista fondata sulla soddisfazione dei bisogni, in quanto sottrae indispensabili risorse alle spese sociali e culturali su cui si fonda nei paesi in transizione al socialismo l’indispensabile consenso popolare. Non a caso la sconfitta dell’Urss, da parte dell’inedita alleanza fra Usa e RPC nella guerra fredda, non ha affatto prodotto, come avevano promesso gli apologeti del libero mercato o dell’impero, la fine delle guerre, ma ha al contrario segnato una recrudescenza a livello internazionale delle aggressioni imperialiste. Se si vuole arrestare tali aggressioni – per altro generalmente condotte con metodi terroristici – e recuperare risorse indispensabili per soddisfare i bisogni sociali, prevenendo, una volta ultimata nuovamente la spartizione del mondo fra grandi potenze, una nuova guerra mondiale, è imprescindibile eliminarne le cause. Per parafrasare il celebre monito di Bertolt Brecht [9], fino a che il ventre che ha prodotto il mostro, in questo caso della guerra imperialista, è ancora fecondo, i popoli che in passato sono riusciti a sconfiggerlo non possono permettersi di dormire sogni tranquilli.

Discorso analogo vale per la lotta ideologica che i lavoratori della testa devono condurre contro l’ideologia dominante, determinata da quelle stesse classi dominanti che continuano a vedere nella guerra di aggressione e nell’imperialismo una risposta alla crisi che non metta in discussione i rapporti di produzione e impedisca ai lavoratori di tutto il mondo di unirsi. Da questo punto di vista il ventre ancora fecondo che ha prodotto il mostro, in questo caso l’ideologia della guerra, è ancora l’irrazionalismo che mira alla distruzione della ragione e che mantiene la propria egemonia assumendo la forma attuale dell’ideologia post-moderna. Anche in questo caso non sarà possibile venirne fuori sino a che persino gli intellettuali legati alla sinistra radicale saranno egemonizzati da tale ideologia. Ancora una volta occorre ricordare che il nemico potrà continuare a marciare alla nostra testa, fino a che manterrà una posizione egemone nella nostra testa. 

Note: 

[1] Una rappresentazione efficacissima di ciò la ritroviamo nella bellissima scena inziale del Coriolano di W. Shakespeare.

[2] Ciò consentirà a Benedetto Croce di farsi burle dell’interventismo democratico e socialdemocratico, dal momento che in Italia, Francia e Gran Bretagna si proclamava interventista per esportare la democrazia negli imperi centrali, dimenticando di perseguire tale obiettivo insieme alla dispotica Russia, mentre proprio in nome della lotta al dispotismo russo in Germania e Austria scendeva in campo a difesa del proprio impero.

[3] A livello internazionale i sostenitori dell’interventismo rivoluzionario, sindacalisti rivoluzionari, anarchici e socialisti rivoluzionari non saranno poi i dirigenti dei movimenti rivoluzionari che si affermarono alla fine del conflitto, ma anzi alcuni di loro confluirono nei partiti reazionari sostenitori del socialismo nazionale. Al contrario sarà chi, come i bolscevichi, si era battuto fino all’ultimo contro la guerra imperialista, sostenendo le parole d’ordine del boicottaggio, della fraternizzazione e del sabotaggio, a guidare in seguito la sua trasformazione in guerra civile rivoluzionaria.

[4] A ulteriore conferma che il nemico marcia spesso alla testa delle masse popolari, si tenga presente che il numero di soldati italiani uccisi dai nemici – essenzialmente lavoratori uccisi da altri proletari su istigazione o sotto minaccia di ufficiali appartenenti alle classi dominanti – equivale a quelli uccisi dai plotoni di esecuzione, per aver contrastato il prosieguo di quel terrificante massacro che fu la Prima guerra mondiale. Si tratta di esecuzioni al termine di processi sommari o di scelte arbitrarie dei condannati mediante il metodo della decimazione. Si ricordi inoltre, per limitarci al nostro paese, che moltissimi prigionieri proletari furono condannati dalle loro stesse classi dominanti a morire di stenti, perché si rifiutavano di fornirgli anche i minimi mezzi di sussistenza, con la giustificazione che i prigionieri erano traditori, in quanto non erano morti per la difesa della patria. 

[5] Cfr. http://www.lacittafutura.it/mondo/l-espansione-a-est-della-nato-a-spese-della-memoria-storica.html.

[6] Cfr. l’importantissimo studio di Domenico Losurdo, La comunità, la morte, l’Occidente, Bollati Boringhieri, Torino 1991.

[7] Per il nostro paese ci limitiamo a ricordare Giovanni Gentile, che non a caso sarà il più autorevole teorico del fascismo.

[8] Ancora più radicalmente il fondatore della filosofia cristiana, Agostino di Ippona detto santo dai cattolici, sosteneva esistere soltanto il tempo presente, dal momento che passato e futuro hanno senso solo in relazione e come proiezione del presente.

[9] “E voi imparate che occorre vedere
e non guardare in aria;
occorre agire e non parlare.
Questo mostro stava una volta
per governare il mondo!
I popoli lo spensero, ma ora
non cantiamo vittoria troppo presto:
il ventre da cui nacque è ancora fecondo”.
Bertold Brecht, epilogo de La resistibile ascesa di Arturo Ui

 

 

 

 

 

13/06/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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