Eliminare il pareggio di bilancio: una legge da sostenere

Da mesi un comitato promotore formato da organizzazioni e personalità della sinistra che si oppone alle politiche neoliberiste di austerità (dal PRC a SEL, dalla FIOM a personalità politiche, sindacali e culturali tra cui Camusso, Rodotà, Zanotelli, Fassina) ha avviato una campagna a sostegno della legge di iniziativa popolare che modifica l’art.81 della Costituzione


Eliminare il pareggio di bilancio: una legge da sostenere

Mentre si avvia verso la stretta finale la raccolta di firme promossa a sostegno della legge di iniziativa popolare per la modifica dell’art.81 della Costituzione dalle forze sindacali, politiche, associative che si oppongono alle politiche neoliberiste di austerità, è necessario ricordare l’importanza di questa battaglia per la cancellazione dalla nostra Costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio. 

Pietro Antonuccio 

Da mesi un comitato promotore formato da organizzazioni e personalità della sinistra che si oppone alle politiche neoliberiste di austerità (dal PRC a SEL, dalla FIOM a personalità politiche, sindacali e culturali tra cui Camusso, Rodotà, Zanotelli, Fassina) ha avviato una campagna a sostegno della legge di iniziativa popolare che modifica l’art.81 della Costituzione così come riscritto nell’aprile 2012 nel pieno dell’azione contro-riformatrice del Governo Monti (tutte le necessarie informazioni si trovano all’indirizzo http://colpareggiociperdi.it/)
Si tratta di un passaggio di grande importanza poiché con la revisione costituzionale del 2012 è stato introdotto nella nostra Costituzione (con il nuovo testo dell’art.81) l’obbligo del pareggio di bilancio che subordina alle compatibilità economiche le politiche sociali che sono la ragione fondativa del nostro Stato repubblicano.
Nel momento in cui questa campagna si avvia alla stretta finale per la raccolta delle 50.000 firme necessarie entro la fine del mese di aprile, è necessario sottolinearne l’importanza a partire da alcuni aspetti della silenziosa e gravissima controriforma con cui - tre anni fa - è stato inserito nella nostra Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio.

Innanzitutto, è bene ricordare che questo vincolo non deriva dalle disposizioni dettate dai Trattati dell’Unione Europea, ma da una ben precisa scelta politica dei governi dell’Unione Europea. In Italia questa scelta è stata sostenuta e fortemente sponsorizzata dal Governo Monti e dalla maggioranza parlamentare che lo ha sostenuto fino ad arrivare, nell’aprile 2012, ad un abnorme voto di sostanziale unanimità dell’intero parlamento (PD, PDL, Terzo Polo e Lega Nord). Questa inedita maggioranza, superando il quorum dei 2/3, ha potuto addirittura modificare la Costituzione senza nemmeno ricorrere al referendum popolare e riscriverne l’articolo 81 con l’espressa previsione dell’obbligo per lo Stato del pareggio di bilancio.
Si tratta di una scelta di politica interna che va addirittura oltre le “raccomandazioni” europee che, per quanto costantemente orientate a richiedere normative restrittive delle spese per i servizi pubblici e i diritti sociali, non sono mai arrivate ad esigere una revisione costituzionale. 

Recependo, invece, l’obbligo del pareggio di bilancio all’interno della carta costituzionale si è arrivati all’assurdo che, anche se le politiche europee dovessero cambiare, l’Italia rimarrebbe comunque vincolata a regole di equilibrio puramente economico-finanziario che bloccherebbero egualmente la possibilità di svolgere una politica espansiva dell’azione pubblica a sostegno dei bisogni sociali. Questa scelta va oggi rimessa in discussione in ogni possibile occasione e per questo la legge di iniziativa popolare intende riportare l’articolo 81 della Costituzione alla coerenza con tutto il resto della carta costituzionale, orientata a porre al centro dell’azione dello Stato l’accesso dei cittadini ai diritti fondamentali.
La scelta politica “costituzionalizzata” nel 2012 continua, infatti, ad essere utilizzata per sostenere e rafforzare le politiche anti-popolari e di austerità con cui anche l’attuale governo prosegue nell’opera di demolizione dei servizi pubblici e dei diritti fondati sul lavoro.
E ciò nell’esclusivo interesse dei grandi gruppi del potere capitalistico economico-finanziario, in quanto è ormai evidente che queste politiche non hanno altro effetto se non quello di aumentare la stagnazione e la depressione economica (basta pensare che dal momento della loro maggiore adozione la disoccupazione è cresciuta del 40% in tutta l’eurozona, senza nemmeno realizzare una diminuzione dei debiti pubblici fino a tutto il 2013). 

Il contrasto alle politiche liberiste europee è necessario su scala ben più ampia, ma quello di ristabilire un corretto equilibrio tra i nostri principi costituzionali ne è senz’altro un tassello fondamentale ed irrinunciabile, per togliere quanto meno dal nostro diritto interno una norma costituzionale che contrasta con gli stessi principi fondamentali proclamati nel 1948.
Tutta l’ispirazione della nostra Costituzione nasce, infatti, dalla volontà di tutela primaria e privilegiata dei diritti fondamentali delle persone, mediante l’azione pubblica dello Stato, obbligato a rimuovere i fattori di diseguaglianza sociale. Una volontà che non può essere abbandonata in nessuna contingenza economica.
In ogni caso, la tutela dei diritti fondamentali delle persone deve essere perseguita dall’azione dello Stato anche quando si rende necessaria una rigorosa manovra di contenimento dei costi, rivendicando una diversa strategia di reperimento delle risorse e della spesa sociale. 

Per questo la proposta di legge che sosteniamo intende riscrivere l’articolo 81 della Costituzione, cancellando l’obbligo aprioristico del pareggio di bilancio, ma condizionandolo alla sostanza dell’azione da svolgere in base alle prioritarie scelte politiche. Stabilendo quindi che “La legge generale sulla contabilità e la finanza pubblica definisce i vincoli di bilancio nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone”. Per esigere da subito una politica economica di tutt’altro segno. Affinchè anche questo Parlamento e questo Governo così distanti dal paese reale siano costretti a confrontarsi con un’altra concezione dell’azione politica. 

28/03/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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