Gli statuti di Potere al popolo: i principî

Comparazione dei principi ispiratori di Potere al popolo secondo i due statuti redatti dal Coordinamento nazionale provvisorio.


Gli statuti di Potere al popolo: i principî Credits: altravicenza.it

Il 9 settembre sono state pubblicate le due bozze definitive degli statuti di Potere al popolo elaborate in seno al Coordinamento Nazionale Provvisorio (CNP). Salvo auspicabili ripensamenti, i due documenti saranno sottoposti a votazione elettronica, insieme agli eventuali emendamenti il 6 e 7 ottobre. A votare potranno essere tutti coloro che hanno compiuto 14 anni ed hanno aderito al manifesto politico, versato la quota di 10 euro e compilato il relativo modulo tramite la piattaforma informatica.

Gli statuti elaborati sono due e questo è il primo e principale segno di debolezza e di inadeguatezza dell’attuale gruppo dirigente che, portandoci alla conta su testi contrapposti invece che su alcune questioni tramite emendamenti, rischia di sfasciare quanto di buono costruito fin qui. Due documenti contrapposti che non sono accompagnati da nessun documento politico - quando logica vorrebbe che la discussione sull’organizzazione segua quella sulla politica e non viceversa - e a cui non si sa quanti emendamenti è possibile presentare e come. Senza considerare che a Roma e forse altrove, stanno emergendo statuti alternativi.

Per quanto riguarda il contenuto dei documenti, entrambi presentano un’introduzione politica cui segue la struttura organizzativa [1]. Questo articolo compara i principi politici; in altri due articoli comparerò la struttura organizzativa sui territori e quella nazionale, consapevole che, parafrasando Marx, ogni passo di movimento reale è più importante di una dozzina di statuti.

La prima parte del primo documento è intitolata “natura e finalità”. In essa apprendiamo che Potere al popolo è sia un “movimento” sia una “libera associazione” ma non è un partito. L’esclusione formale del riferimento al partito si rende necessaria per permettere il doppio tesseramento, vale a dire ai militanti di altri partiti di aderirvi (non potendosi normalmente aderire a due partiti, come invece succede per i sindacati). Ma per gli estensori del primo documento Pap è anche una “libera associazione”. Questo significa che, a norma del codice civile (Libro Primo, Titolo II, Capo II) ci sono dei paletti ben precisi che devono essere rispettati e che non lo sono, rischiando di dover tornare sui testi una volta approvati o di separare il percorso di costruzione del “movimento” da quello dell’associazione.

Per quanto riguarda la qualificazione della natura di questo movimento-associazione nel testo si ritrovano molti aggettivi. Innanzi tutto il movimento è “politico” ma anche “indipendente e autonomo” (ma non si capisce da chi) ed è formato da una pluralità di soggetti - donne e uomini, giovani e anziani, studenti e pensionati, disoccupate e disoccupati, lavoratrici e lavoratori, immigrati ed emigranti - dal cui elenco si evince l’eclettismo che caratterizza gli estensori del documento. Un giudizio rafforzato anche dal fatto che nel testo le parole comunista, marxista e operaio non compaiono mai. Dunque, non siamo di fronte ad un movimento della classe lavoratrice (od operaia, che dir si voglia - le due espressioni non compaiono mai) ma interclassista, sebbene collocato innegabilmente dalla parte giusta, quella delle “classi popolari” (unico riferimento al concetto di classe), sul fronte “anticapitalista ed ecologista”.

Eclettismo che si ritrova anche nel voler “affermare un punto di vista diverso da quello oggi dominante, che metta al centro le persone, il loro essere sociale e il loro ambiente e non i profitti e le merci” (corsivo mio). A parte l’utilizzo dell’articolo indeterminativo - che ammettendo più punti di vista alternativi a quello dominante non sembra tener conto dell’insegnamento di Lenin [2] - se si parla di “persone” verrebbe bene specificare quantomeno a chi ci si riferisce (ai militanti, alle classi popolari, a tutti?).

Un movimento, insomma, “di tutti quelli che fanno andare avanti il paese, che producono la ricchezza, che subiscono ricatti, che fanno fatica ad arrivare a fine mese, che patiscono il taglio dei servizi sociali e che ciononostante non cedono alla rassegnazione ma contrastano in ogni modo la disumanità dei nostri tempi, il cinismo del profitto e della rendita, lo svuotamento della democrazia”. Tralasciando l’infelice riferimento ai produttori di ricchezza - su cui Marx ha già detto il necessario [3] - questa frase è importante perché potrebbe celare l’ambizione a diventare movimento ‘di quadri’, non ‘di massa’, vale a dire di coloro che “non cedono… ma contrastano”.

Per quanto riguarda la rappresentanza, essa consiste nel “dare voce a chi soffre e a chi resiste, alla parte più creativa e innovativa della società, sostenere movimenti e lotte contro le mafie e i fascismi, le istanze antirazziste, femministe e LGBTQI e per la laicità delle istituzioni pubbliche, le battaglie ambientaliste, pacifiste e antimperialiste, e con queste è impegnato a promuovere un radicale cambiamento politico, sociale e culturale”. Un elenco in cui spicca la mancanza dei lavoratori. D’altronde il “principio-guida è ‘prima gli sfruttati!’”, mica ‘aboliamo lo sfruttamento’.

Un principio-guida che entra in contraddizione con la prospettiva strategica, identificata col Socialismo del XXI secolo e definito testualmente come “una prospettiva alternativa al capitalismo, caratterizzata dalla socializzazione dei mezzi di produzione materiali e immateriali, dalla redistribuzione [equa o uguale? ndr] della ricchezza, dall’autodeterminazione delle collettività [e del singolo individuo? ndr], dalla diffusione di saperi e delle arti, per affermare un modo di vivere insieme che possa permettere a tutte e tutti la felicità”. Per realizzare il quale si pone “in radicale alternativa alle forze di destra e del liberismo [e della socialdemocrazia? ndr] e in discontinuità culturale, etica, politica e organizzativa con le forze e le esperienze che negli ultimi decenni hanno prevalso anche in molte organizzazioni di sinistra del nostro paese”. Come si vedrà nel terzo articolo, questa discontinuità “organizzativa” è assai pericolosa.

Per quanto riguarda il secondo documento, a prescindere dalle critiche già svolte per quelle parti identiche o molto simili al primo documento, la prima parte contenente le “finalità” è anticipata da una premessa nella quale si dice che il documento viene “proposto al percorso di discussione per raggiungere un risultato ampiamente condiviso, auspicando che si possa votare su un unico statuto, dopo un dibattito partecipato, ampio e articolato sui territori”. Un auspicio molto condivisibile ma che evidentemente non ha trovato abbastanza sostenitori visto che dopo soli 27 giorni dall’emanazione dei testi si dovrebbe procedere con la conta.

Il testo dedicato alle finalità è identico a quello presente nel primo documento, tranne che per le parole utilizzate ed alcuni passaggi che proverò a riassumere. Potere al popolo viene definito ugualmente “movimento” e “associazione” ma in questo caso non vagamente “libera” come nel precedente documento ma “politico-sociale”. La qualificazione di “libero e indipendente” invece compare come citazione del documento politico votato dall’assemblea nazionale di Napoli, sebbene tagliato nell’incipit proprio nella parte in cui esplicitamente affermava che “Potere al popolo non è un partito” [4].

Per quanto riguarda i soggetti partecipanti a questo movimento-associazione, nel secondo documento non si ritrovano gli elenchi di cui sopra e per qualificarli ci si limita a definirli semplicemente come “coloro che stanno subendo le politiche antipopolari”. Ciononostante, la lista della spesa non poteva mancare neanche qui, con l’unica differenza che tra i movimenti da sostenere vi sono inclusi anche quelli “di classe” (rigorosamente per ultimi e senza neanche specificare di quale classe si sta parlando) e quelli “internazionalisti”.

Analogamente al primo documento, l’orizzonte strategico è rappresentato dal Socialismo del XXI secolo per la cui realizzazione è necessario “promuovere il protagonismo e l’autorganizzazione conflittuale delle classi popolari”. In entrambi i documenti, poi, i militanti chiamati a votare non sembrano poterlo fare in modo segreto, neanche quando c’è da scegliere i delegati. Un vulnus che potrebbe colpirci sia nei rapporti dentro l’organizzazione sia nei confronti degli occhi esterni più o meno infiltrati.

La grande differenza tra i due documenti, dunque, è quella relativa alla questione delle alleanze. Il secondo documento non esplicita l’alternatività “alle forze di destra e del liberismo” ma “alla sinistra moderata” ponendo invece la “discontinuità [qui definita “radicale”] con quella sinistra che da oltre vent’anni gestisce le politiche liberiste”. Una diversa fraseologia che potrebbe portare al medesimo risultato. Pap, infatti, deve “dar vita a una rappresentanza politica unitaria di chi si oppone al liberismo e al capitalismo, in alternativa ai poli politici oggi esistenti”. Se dunque nel primo documento la questione delle alleanze con i partiti a sinistra del PD non viene esclusa - vi è solo discontinuità - nel secondo l’alleanza diviene addirittura “rappresentanza politica unitaria”. Una prospettiva che rischia di far rientrare dalla finestra quell’unità indistinta della sinistra che con Pap sembrava essere stata cacciata dalla porta. Esito non impossibile se vince il primo documento, dal momento che la formulazione ivi adottata non esclude l’ingresso degli antiliberisti (alias De Magistris) direttamente in Pap.

Per il resto anche il secondo documento non porta traccia di comunismo, marxismo e operai e anche qui l’eclettismo la fa da padrona. In entrambe le proposte, dunque, i comunisti ci sono ma sono forza minoritaria. Come d’altronde è giusto che sia in un momento in cui il movimento che abolisce lo stato di cose presente è tutt’altro che reale (al massimo virtuale) e dunque è velleitario pensare alla ricostruzione di un Partito comunista degno di questo nome.

In conclusione, la prima parte di entrambi i documenti statutari non contiene un vero e proprio programma politico ma solo alcuni accenni, le cui differenze non giustificano la presentazione di due testi in contrapposizione tra loro se non per i passaggi sulle alleanze. È dunque negli elementi organizzativi - territoriali e soprattutto nazionali - che si devono ricercare le differenze, qui solo intuibili, relative alla diversa concezione dell’azione politica di fase; col primo documento più propenso verso la costruzione di un vero e proprio partito di quadri potenzialmente aperto agli antiliberisti, e col secondo più propenso alla costruzione di un movimento di massa che dà vita alla rappresentanza politica unitaria di antiliberisti e anticapitalisti.

Continua a leggere Gli statuti di Potere al popolo: le assemblee territoriali

Note:

[1] Per quanto riguarda la grafica, il primo documento nel link di accesso porta il titolo di “Potere al popolo! Indietro non si torna” ma una volta aperto ci si ritrova direttamente col titolo “Statuto di potere al popolo”. Il secondo documento, invece, si intitola in entrambi i casi “Per uno statuto di tutte e tutti”. Il primo testo si presenta pulito nella formattazione - il carattere, i colori, le spaziature e l’allineamento è uniforme lungo tutto il testo - il secondo riporta ancora evidenti i segni di alcuni copia-incolla. Sciocchezze, ovviamente, che però spesso inconsapevolmente colpiscono e influenzano i lettori. Sempre che ce ne siano, ovviamente, e non ci si finisca per contare in base all’appartenenza: OPG e Rete dei comunisti da un lato, Rifondazione Comunista e Sinistra Anticapitalista dall’altro, col Partito comunista italiano che rimane alla finestra a vedere come va a finire e i sans-papiers (i senza tessera) a rappresentare l’unico campo contendibile.

[2] “Dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso del loro movimento, la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c'è via di mezzo (poiché l'umanità non ha creato una ‘terza’ ideologia e, d'altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi). Perciò ogni diminuzione dell'ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell'ideologia borghese” (Lenin, Che fare?).

[3] Marx nella Critica al programma di Gotha scrisse appunto che “La natura è la fonte dei valori d'uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il lavoro, che a sua volta, è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana. I borghesi hanno i loro buoni motivi per attribuire al lavoro una forza creatrice soprannaturale; perché dalle condizioni naturali del lavoro ne consegue che l'uomo, non ha altra proprietà all'infuori della sua forza-lavoro, deve essere, in tutte le condizioni di società, e di civiltà, lo schiavo di quegli uomini che si sono resi proprietari delle condizioni materiali del lavoro. Egli può lavorare solo col loro permesso, e quindi può vivere solo col loro permesso”.

[4] Il documento politico uscito dall’Assemblea nazionale recita come segue: “Potere al popolo non è un partito ma vuole essere un movimento politico-sociale di alternativa dentro il quale convivono posizioni e culture diverse impegnate nella costruzione di uno spazio e un soggetto unitario...” Nello statuto le parole “non è un partito ma” sono state omesse.

22/09/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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