Il futuro non è scritto

La sfida lanciata da Potere al Popolo va al di là della imminente scadenza elettorale.


Il futuro non è scritto Credits: https://www.flickr.com/photos/mromega/2710447981

Un mio recente articolo sulla lista Potere al Popolo ha ispirato una replica del compagno Lorenzo Mortara, sostenitore del cartello elettorale Per una Sinistra Rivoluzionaria.

In apertura del suo scritto, il Mortara definisce infelici i richiami fatti al Fronte Popolare e alle Repubbliche Popolari, in quanto quelle esperienze storiche sono sfociate in sconfitte per la classe lavoratrice.

Il richiamo ai Fronti Popolari e alle Repubbliche Democratiche Popolari aveva il solo scopo di mostrare la non estraneità dei termini popolo o popolare al lessico delle organizzazioni politiche di ispirazione marxista. Il richiamo è al “fatto” (l’uso dell’aggettivo popolare), non agli eventi storici citati, i quali in ogni caso, non possono essere valutati sulla scorta dell’utilizzo di quegli aggettivi.

Se io oggi, conoscendo l’esito di quegli eventi, li cito come esempio, non ho altro fine che mostrare che quei termini, evidentemente, facevano già parte del linguaggio del movimento operaio e dei suoi militanti, a prescindere dalle valutazioni che siamo in grado di operare oggi, alla luce della nostra conoscenza storica. Non si vuole assolutamente ripercorrere la storia dell’uso della parola popolo nella tradizione marxista, perché questo non è un saggio. In tale ambito ci è sufficiente evidenziare che i concetti di classi popolari, movimenti popolari, lotta popolare, hanno da sempre indicato fenomeni relativi alle classi subalterne [1], quindi a quell’aggregato composito che si contrappone alle classi dominanti.

Del resto, a dimostrazione di quanto sia presente nel patrimonio genetico linguistico del movimento operaio l’uso della parola popolo e dei suoi derivati, lo mostra proprio un passaggio dello scritto del compagno vercellese, il quale per descrivere le Repubbliche Democratiche utilizza la frase “dittature ANTIPOPOLARI di burocrazie staliniste”.

Su riforma, riformismo, rivoluzione, il discorso del Mortara mi sembra piuttosto confuso. La confusione più grave è quella che emerge dalla sua concezione del divenire storico, alquanto singolare per uno che si definisce marxista e che pone dei dubbi sulla sua comprensione della rivoluzione come processo, nonostante il suo ritenere superflua una tale precisazione presente nel mio articolo.

Disconoscere che la classe lavoratrice europea nei cosiddetti trent’anni gloriosi abbia vissuto un miglioramento generale delle proprie condizioni di vita equivale a non tener conto che i rapporti di forza, dalla fine della seconda guerra mondiale hanno registrato un evidente spostamento a favore dei lavoratori. I fattori che hanno determinato questo spostamento non sono certo riconducibili all’operare di partiti riformisti [2], ma al complessivo dispiegarsi di una dinamica di lotta di classe favorevole ai lavoratori. Ma sarebbe da stupidi ignorare che, in considerazione del fatto che nessuna rivoluzione ha modificato l’organizzazione sociale di quei Paesi in quegli anni – che per tutto il periodo storico preso in considerazione è rimasta quella di un sistema capitalistico –, quelle conquiste hanno assunto la forma di riforme legislative, che hanno incorporato (e anche frenato, certo, come giustamente osserva il Mortara sullo Statuto dei Lavoratori) il processo. Come si è conclusa l’ondata alla fine degli anni ’70? Nel solito modo. Con una miscela di repressione e innovazione tecnologica mirata alla scomposizione di classe (semplifichiamo per ovvie esigenze di sintesi).

Alquanto fragile è la distinzione che il Mortara opera tra organizzazioni rivoluzionarie e non rivoluzionarie. Le prime sarebbero quelle che fin dall’inizio del processo manifestano una volontà di rottura.

Quali segni indicano che questa volontà di rottura esiste? I punti programmatici? Le enunciazioni verbali? Se questi fossero gli elementi da prendere in considerazione, sarebbe ben facile carpire la fiducia dei militanti con le proclamazioni più roboanti. È un po' un discorso analogo a quello dei nomi e dei simboli. Sarebbe sufficiente ammantarsi di termini e di evocazioni simboliche pregne di carica rivoluzionaria, per permettere a determinate forze politiche di essere identificate come organizzazioni che hanno come fine il superamento del sistema capitalistico.

Non che il Mortara non ci offra delle chiare indicazioni di cosa serva per qualificare un’organizzazione come rivoluzionaria. Leggiamolo: “Un programma è anticapitalista quando mette le cariche dritte al cuore del sistema, cioè quando attenta ai mezzi di produzione per espropriarli e dominarli”.

È interessante notare come prendendo in considerazione il programma di Sinistra Rivoluzionaria, che il Mortara appoggia arrivando a definirla sobriamente il “marxismo che si presenta alle elezioni borghesi”, oltre a ritrovare una analoga struttura portante rispetto a quello di Potere al Popolo (il rigetto del debito pubblico, dei trattati, l’abolizione del Jobs Act, ecc…), che sono stati classificati perentoriamente come misure solo sovrastrutturali dal Mortara, proprio sul punto che egli ritiene dirimente, possiamo constatare la maggiore ambiguità. Vediamo:

1) Esproprio di tutte le aziende che chiudono, licenziano e delocalizzano.

2) Nazionalizzazione di tutte le aziende privatizzate.

3) Nazionalizzazione dei grandi gruppi industriali, senza indennizzo eccetto che per i piccoli azionisti.

4) Nazionalizzazione delle reti di trasporti, telecomunicazioni, energia, acqua e ciclo dei rifiuti.

5) Tutte le aziende nazionalizzate siano poste sotto il controllo e la gestione dei lavoratori.

Come si vede, l’ipotesi dell’esproprio è residuale. Ma ancor più indicativo è il completo e reiterato affidamento alla procedura della nazionalizzazione (poco vale che tali aziende vengano poste sotto il controllo dei lavoratori – non per chi scrive, ma per la linea rigida di pensiero del Mortara – in quanto continuerebbero ad essere proprietà di uno Stato che opera secondo le specifiche esigenze del modo di produzione capitalistico). Si configurerebbe né più né meno lo scenario di cui ci ha preziosamente informato il Mortara riferendosi al fenomeno delle nazionalizzazioni del passato, che

in mancanza del salto qualitativo nella rivoluzione, si è trasformato nel regresso delle privatizzazioni di oggi.

Nel prosieguo della sua disamina, il Mortara non riesce a cogliere quanto, nelle intenzioni di chi ha scritto, avrebbe dovuto essere il fulcro dell’articolo, ossia il discorso sul potere. Il compagno rovescia addirittura il senso di alcuni passaggi, come quello sulla disputa Momigliano-Panzieri, fino ad affermare: “Se Momigliano continua a non vederci un contenuto politico perché l’operaio resta sempre subordinato al padrone, significa che attribuisce valore politico soltanto all’atto finale della lotta di classe: la presa rivoluzionaria del potere, con questo mistificando e non comprendendo cosa sia in effetti una rivoluzione. Cimino che gli va dietro, non ne comprende molto di più.

Dove il Cimino invece, per dirla col Mortara, non segue il Momigliano ma proprio il Panzieri, concependo persino l’azione sindacale come mai scevra da contenuti politici. Perché nel suo essere processo, la rivoluzione si nutre di tutto ciò che contribuisce a liberare il lavoratore dal giogo del capitale. A permettergli di avere armi sempre migliori ed un campo operativo sempre più largo, a costringere il capitale a parlare di un’agenda costituita dalle esigenze progressivamente maggiori della classe lavoratrice, fino ad arrivare ad un punto in cui l’accumulo di forze diviene necessariamente conflitto aperto, armato, costituente, perché impatta sui rapporti di potere.

L’esempio di Tsipras infatti è poco calzante. Il programma di Salonicco era un programma potenzialmente rivoluzionario perché cercava la rottura sui punti che nel contesto dell’Unione Europea costituiscono la forma in cui si esprimono i dispositivi di comando e disciplinamento del capitale internazionale: l’accettazione della governance basata sulle imposizioni provenienti dal debito pubblico [3]. Tsipras è venuto meno su quel punto. Da ciò la frana che lo ha condotto a perpetrare le politiche austeritarie.

Potere al Popolo, dunque, rappresenta, nelle condizioni storiche attuali, per parafrasare il Mortara, non il riformista che si veste da rivoluzionario, ma esattamente il contrario. Del resto questo, nel suo ondivago peregrinare, Il Mortara lo ha ben presente e le sue parole sono le migliori che possano essere adoperate per controbattere le sue aporie: La rivoluzione in effetti è sì un processo, questo lo sanno anche i riformisti, quello che ignorano è che il processo è di rottura dall’inizio alla fine, solo che non sempre, anzi raramente, la rottura coglie un successo completo, spesso deve accontentarsi di risultati parziali che prendono il nome di riforma”.

Bene.

In conclusione, l’aspetto che chi scrive trova di fondamentale importanza nel progetto di Potere al Popolo è il perseguimento, accanto ad un ritorno nelle istituzioni parlamentari, di una parallela e molto più importante costruzione di contropotere, aspetto che nel programma è descritto in modo molto efficace: Tutti i punti precedenti sono strettamente intrecciati con la questione centrale, la necessità di costruire il potere popolare. Per noi potere al popolo significa restituire alle classi popolari il controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza; significa realizzare la democrazia nel suo senso vero e originario.Per arrivarci abbiamo bisogno di fare dei passaggi intermedi e, soprattutto, di costruire e sperimentare un metodo, che noi abbiamo chiamato controllo popolare.

A conferma di una tale linea politica, è utile citare una delle risposte del collettivo politico dell’ex OPG “Je so pazzo” rilasciate durante un’intervista al nostro settimanale: Sempre per gli stessi motivi non crediamo di poter cambiare qualcosa portando in Parlamento un numero X di rappresentanti, ma nemmeno se avessimo la maggioranza assoluta potremmo davvero cambiare il paese, senza aver innescato un movimento di persone che dal basso agisce e promuove il cambiamento. Qui il discorso si riconnette alle nuove pratiche di autorganizzazione e consiliarismo di cui parlate nella domanda.Queste pratiche – diffuse oltre ogni nostra percezione, ed oltre ogni percezione dei “praticanti” stessi – sono ciò che noi chiamiamo esercizio del potere popolare. Per noi, l'abbiamo scritto nel programma, potere popolare è dimostrare a sé stessi e agli altri che la rottura con le compatibilità è possibile e quotidiana, che è possibile lottare e vincere; potere popolare è una palestra nella quale la classe che governerà il mondo, annullando le altre classi, si allena all'esercizio del potere che avrà

Questo è il modo in cui il sottoscritto e tante altre migliaia di militanti, si sentono parte di questo progetto: da rivoluzionari che agiscono nel campo del reale, non in quello dettato da una fervida immaginazione. Stiamo facendo un errore? Chissà. Ma, e forse persino il Mortara può essere d’accordo, il futuro è tutto da scrivere e rifugge da qualsiasi schema mentale.


Note:

[1] Senza alcuna pretesa di esaustività, sulla parola popolo e sul significato indicato nell’articolo, credo sia sufficiente citare le modalità con le quali il concetto fu utilizzato da Gramsci.

[2] Le nazionalizzazioni dei settori strategici dell’energia, dei trasporti, del sistema creditizio, il progressivo rafforzamento dell’istruzione e della sanità pubblica, la regolamentazione garantista del rapporto di lavoro, prescindendo dalla pluralità dei fattori che hanno concorso al loro concretizzarsi, hanno costituito un insieme di riforme, da “Il discorso sul potere”, La Città Futura, n.162

[3] Sul Debito pubblico come strumento di dominio del capitale, ci permettiamo di rimandare alla seconda parte del nostro articolo pubblicato su La Città Futura, “Illegittimità del debito pubblico e riappropriazione del prodotto sociale”, corredato di una specifica bibliografia sul tema.

10/02/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.flickr.com/photos/mromega/2710447981

Condividi

L'Autore

Sergio Cimino

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: