Inevitabile, molto prevedibile e come sempre farsesca la strumentalizzazione degli scontri, paragonati ad un “colpo di Stato” proprio da un governo che al suo interno ha ministri e politici provenienti dalle fila dell’eversione fascista.
L’informativa del ministro Piantedosi ha delineato la chiara linea del Viminale e del governo accusando chi ha manifestato pacificamente di essere connivente con i violenti e attaccando il centrosinistra per non aver preso le distanze dai violenti.
I media hanno enfatizzato la scena del poliziotto picchiato decontestualizzandola e cercando di suscitare l’indignazione popolare.
Nessuno dei partecipanti al corteo era impreparato alla successiva e anche alla preventiva strumentalizzazione dei media e del governo, nè alle cariche della polizia ma non è stato motivo di rinuncia ad un momento collettivo di presenza e condivisione. Si possono fare valutazioni su quali modalità di lotta siano più adeguate agli obiettivi politici, calcolare le conseguenze in termini di repressione, di legittimizzazione del nuovo decreto sicurezza, e di vite (pensiamo al 22 enne accusato di tentato omicidio), ma nonostante questo l’unico vero dato è stato l’ampia partecipazione. Non è il numero in se per se una vittoria politica, ma dovrebbe far interrogare sul perché nonostante tutto la presenza nelle piazze rimane, prende un’ampia e variegata fetta di popolazione, di cui moltissimi giovanissimi ma non solo. Tale presenza e il modo di stare in piazza non è spiegabile con l’incoscienza giovanile ma più che altro con una legittima rabbia che la storia insegna non può essere estinta da pacchetti securitari o cariche poliziesche. Tale partecipazione ci può solo dire che la repressione non può piegare le lotte/istanze che sono state portate in piazza il 31: la difesa degli spazi inclusivi in cui costruire critica ma anche sostegno sociale e cura reciproca, le lotte a sostegno dei curdi e dei palestinesi, la critica alla guerra, alla deriva autoritaria e securitaria, all’imperialismo e al patriarcato.
Il solito racconto sui “pochi” violenti che si fanno scudo del corteo non funziona: durante le cariche la partecipazione era enorme e si sentiva il supporto di tutto il corteo, che non indietreggiava.
La retorica della non violenza è finalizzata a dividere, a colpevolizzare e isolare. Ma questa volta non funziona, per chi veramente c’era e l’ha visto.
E’ necessario fare chiarezza su un fatto: non è possibile ritenere valida solo quella lotta in cui parti sconfitto, vittimizzato. Non è possibile pensare che il manifestante è buono e legittimo solo quando viene picchiato, e anche li forse non è nemmeno troppo buono perché altrimenti non ci si sarebbe trovato, o quando accetta tute le condizioni e si limita ad essere “indignato” con un piccolo cartellino che esprime il dissenso. Rifiutare la retorica della non violenza non vuole dire esaltare la violenza o ritenerla sempre giusta, e nemmeno avere un gusto per la stessa. Significa invece smascherare quell’ipocrisia dello Stato che la esercita sotto diverse forme più o meno dirette mentre pretende che chi la subisce stia calmo e “rispettoso” delle leggi. Quella ipocrisia per cui è legittimo o normale che un poliziotto si accanisca con una spranga di ferro, come poi hanno riportato diverse immagini, che lasci persone sanguinanti sul marciapiede nonostante sia stata chiesta l’ambulanza, che picchi ragazzini poco più che quattordicenni, che spari a ragazzi provenienti da contesti di povertà e marginalità, ma è inaccettabile che alcuni ragazzi rispondano a tale violenza prendendo a martellate le protezioni di un poliziotto.
Durante le ore del corteo l’HUB di protezione delle attivist3 ha risposto a decine di segnalazioni pesanti: fermi, perquisizioni, arresti e problemi nell’accesso alle cure. Segnalazioni che sono testimonianze di quale fosse la reale scelta del governo in merito alla gestione della piazza.
Criminalizzare il dissenso e santificare il rispetto di leggi che non tutelano, e che non vengono nemmeno rispettate dall’altra parte è mettere a tacere un’intera società, è una forma di manipolazione che ha come obiettivo dividere il fronte di lotta, criminalizzarlo addirittura etichettarlo come terrorismo, al fine di spegnere qualsiasi tentativo di portare avanti dissenso e critica, e diciamocelo anche di spegnere l’entusiasmo rivoluzionario di intere generazioni attraverso la paura.
La repressione e il controllo sono le soluzioni che vogliono spacciare per uniche e valide per garantire una supposta sicurezza. La sicurezza diventa la soluzione a un problema enfatizzato a priori.
Come per il caso del ragazzo che ha ucciso un compagno di scuola a La Spezia, per cui come soluzione politica e pratica è stata presa in considerazione la presenza dei metal detector, e delle forze dell’ordine avvicinandoci a quel modello statunitense, fallimentare ,per cui le scuole pubbliche diventano luoghi dove rinchiudere docenti sottopagati e alunni a cui non si da alcuna possibilità.
L’immagine del poliziotto picchiato, isolata e decontestualizzata diventa un modo per suscitare una reazione istintiva di legittimazione del nuovo Decreto Sicurezza a poca distanza di tempo dall’ultimo. Tale decreto rappresenta un’ulteriore stretta autoritaria mascherata da intervento tecnico per la tutela dell’ordine pubblico. Il provvedimento introduce misure che incidono pesantemente su diritti fondamentali riformulando in senso repressivo il rapporto tra Stato e dissenso. In particolare viene introdotto il fermo preventivo su base arbitraria in caso di manifestazioni pubbliche, e ancora più discutibile, lo scudo penale che consente di evitare l’iscrizione nel registro degli indagati per chi agisce invocando cause di giustificazione come l’adempimento del dovere. E qui immediata la memoria del “eseguivo gli ordini”, ma anche la memoria di tutti quei ragazzi e non uccisi dalle forze dell’ordine, che ora potranno godere per tali atti di un percorso giudiziario privilegiato. In sostanza, si afferma una precisa visione del potere che sull’onda della falsa emergenza “sicurezza” , aumenta e tutela indiscriminatamente la repressione come unica risposta ai bisogni delle persone mentre aumentano le cause sociali di conflitto (disoccupazione, mancanza di un piano casa, scarsi investimenti nell’istruzione e la sanità, salari bassi, mancanza di una politica efficace in risposta alla crisi climatica). Non si può non vedere il collegamento anche con i processi subiti in Ungheria dagli antifascisti e le antifasciste, accusate di terrorismo, il terrorismo diventa la nuova etichetta per rinchiudere in modo arbitrario chi si oppone ad un mondo che si avvicina a grandi falcate verso un nuovo nazifascismo, per quanto la giornata dell’onore” si mostri in se per se quasi come un innocuo e ridicolo raduno di nostalgici in maschera.
Urge un’informazione adeguata e quanto più ampia sulla lettura dei fenomeni che in rapida successione stanno portando ad uno stato di polizia, è necessaria una riflessione condivisa sul collegamento tra le politiche internazionali e nazionali, al fine di ristrutturare una risposta efficace e adeguata, e quanto mai partecipata e condivisa. E’ necessario trovare un terreno comune per riorganizzare un corpo sociale, per sperimentare e condividere diverse forme di espressione di del dissenso e di conflitto.
