Una “cosmopolitica” parlamentarista e neoulivista

Uno spazio fantapolitico neoulvista che non fa i conti con il ruolo di classe del PD.


Una “cosmopolitica” parlamentarista e neoulivista

Nella cosmopolitica c’è chi sostiene che sia oggi possibile la costruzione di un “soggetto” della sinistra genericamente intesa che vada da Civati ai centri sociali. Uno spazio fantapolitico neoulivista che non fa i conti con il ruolo di classe del PD e che spera a un ritorno al centrosinistra “non renziano”. Prospettiva che è parte del problema e non della soluzione della crisi di coscienza e di rappresentanza delle classi subalterne e del ruolo dei comunisti.

di Nicolò Martinelli

Bentornati sul pianeta terra. Questo si potrebbe dire a chi ha partecipato all'assise romana di “Cosmopolitica”, organizzata dal neonato gruppo (per ora solo parlamentare) di Sinistra Italiana. Eppure, i “cosmopolitici” hanno invece le idee ben chiare di ciò che si avviano a costruire: un partito politico socialdemocratico, europeista come l'ultimo Tsipras (quello del terzo memorandum), possibilista sulle alleanze con il PD di Renzi, come l'emblematico caso di Milano dimostra.

Insomma, usiamo pure un linguaggio folcloristico e a effetto, basta non disturbare il manovratore. A fare della cosmopolitica, o meglio della fantapolitica, è invece chi sostiene che sia oggi possibile la costruzione di un “soggetto” della sinistra genericamente intesa, che vada da Civati ai centri sociali. Per il semplice banale motivo che se questi interlocutori si sedessero insieme ad un tavolo, probabilmente, non si troverebbero d'accordo nemmeno sul significato delle parole d'ordine. Né tantomeno si può andare lontani senza una condivisione di analisi su quale sia il ruolo del Partito Democratico quale istituzione di legittimazione ideologica di politiche liberiste ferocemente reazionarie, la cui definizione nei paesi dell'Unione Europea è stata da tempo delegata direttamente al capitale. Il problema, per dirla in altri termini, non sono Matteo Renzi e il “renzismo”, bensì l'intero “sistema PD”.

Oggi una sinistra che miri al ribaltamento dei rapporti schiavistici di produzione sostenuta dai governi al servizio della Troika, può nascere quindi soltanto dalla completa rottura con quel sistema e dall'assunzione strategica della questione centrale del lavoro e della riappropriazione del salario nelle sue diverse forme. Prima che di contenitori elettorali avremmo bisogno di un fronte sindacale di classe che metta da parte le divisioni, recenti e meno recenti, che attraversano il sindacalismo di base e quello conflittuale tutto al fine di fornire una prospettiva credibile di lotta. L'alternativa è una operazione, quella di Sinistra Italiana, che ha da tempo sposato la compatibilità di sistema e l'orizzonte della rappresentanza come unica ragione di essere. Il “cretinismo parlamentare”, direbbe Antonio Gramsci.

Orizzonte che, diversamente dal passato, oggi diventa esplicito con qualche figura di copertura. Sicuramente segno di un tempo in cui la scarsa credibilità della politica istituzionale, lungi dall'essere aumentata, è stata comunque raggiunta in bassezza da coloro che qualche anno fa si ergevano a dar lezioni. Ma anche segno della ormai insussistenza di una qualunque forma di pressione dal basso che obblighi questi signori a darsi un contegno almeno di facciata. Del resto l'analisi che sta alla base dell'ennesima riedizione di un film già visto mille volte, è tutt'altro che scontata e condivisibile. Nonostante vi sia chi continua a porre la questioni in termini classici, presupponendo che esista un campo della sinistra sociale disponibile a delegare la rappresentanza politico-istituzionale, esiste chi, come il coordinamento nazionale dei Giovani Comunisti, comincia a chiedersi se poi effettivamente quel campo della sinistra sociale esista sempre o non sia soltanto un ricordo appartenente ad una fase ormai conclusa. Se quindi l'elemento oggettivo comincia ad essere oggetto di dibattito, quello soggettivo appare molto più chiaro, sempre che si faccia riferimento ai fatti reali senza confonderli con i desideri degli attori in campo.

La linea politica, chiarissima, del gruppo dirigente di Sinistra Ecologia Libertà, chiede lo scioglimento di ogni forza politica esistente e in particolare di Rifondazione Comunista, la cui presenza capillare e militante (nonostante le mille difficoltà) spaventa non poco i vendoliani, senza particolari dissensi in seno al partito dell'ex presidente della regione Puglia. Né esistono reali pressioni politiche affinché tale linea possa cambiare, trattandosi di una operazione verticistica da cui è stata completamente espulsa la conflittualità sociale e la spinta dal basso che aveva caratterizzato una parte dell'Altra Europa.

Non a caso diversi esponenti di quest'ultima, come la leader NO TAV Nicoletta Dosio e l'ex candidata alla presidenza della regione Emilia Romagna, Cristina Quintavalla, hanno aderito all'appello per una rete antiliberista e anticapitalista, lanciato nei mesi scorsi da esponenti del PRC e di Sinistra Anticapitalista, oltre che a membri del consiglio nazionale dell’AE, e che mira ad una ricomposizione sulla base di un programma di classe nettamente alternativo a qualunque ipotesi neoulivista. Neoulivismo che invece caratterizza apertamente la neonata formazione di “Sinistra Italiana” che identifica nel premier Renzi un incidente di percorso, più che la vera anima del Partito Democratico.

Saltata quindi l'ipotesi di una nuova federazione della sinistra dalla linea ambigua, il quadro in cui entriamo richiederà finalmente una chiarezza a tutte le parti in campo. Se infatti il nuovo partito nato dalla tre giorni di Cosmopolitica (ma il cui congresso fondativo partirà solo a dicembre per tenere dentro gli ultimi malpancisti del divorzio con il PRC) si caratterizzerà per la solita linea alleantista-atlantista che ha sempre caratterizzato SEL, per la sinistra comunista si aprono invece scenari interessanti. E' saltata, volenti o nolenti, l'opzione dell'unità senza scioglimenti, fortemente voluta dai dirigenti di Altra Europa e Rifondazione Comunista, ma caldeggiata anche dalla componente dilibertiana del PCdI, che sembra tornata alla guida del partito dopo la crisi della “costituente comunista”. A poco servono i colpi di coda e i tentativi di un suo rilancio a partire dalle elezioni amministrative, primo vero e proprio banco di prova della nuova creatura di Vendola e Fassina. Ma parallelamente, si fa strada una nuova opzione, un “piano B”, per dirla con una espressione attuale.

È innegabile che la già citata rete antiliberista e anticapitalista abbia numerosi punti di contatto con la piattaforma sociale Eurostop, che lungi da obiettivi elettorali ha dato vita ad un vero e proprio fronte contro le guerre imperialiste della NATO e il fascismo finanziario dell'Unione Europea. Sarà possibile una unità della classe, prima che degli addetti ai lavori, a partire dalle lotte, dalla condivisione delle pratiche e da una comune discriminante antiliberista anticapitalista, e non da una sterile discussione sui contenitori?

Di fronte a un governo reazionario e ad un partito della nazione espressione organica della borghesia stracciona italiana e alla nascita di una nuova formazione socialdemocratica e compatibilista, è urgente che i comunisti di questo paese riprendano parola, come hanno fatto i Giovani Comunisti del PRC all'ultimo coordinamento nazionale, invitando apertamente a praticare la rottura e ad inaugurare una nuova stagione di lotte per il salario, l'istruzione e la casa, riconoscendo nelle istituzioni europee delle gabbie irriformabili, dei gioghi da spezzare al più presto per rovesciare l'esistente.

Altre opzioni percorribili oggi non ce ne sono, tranne che nei sogni irrealistici di qualche intellettuale da salotto che però deve fare i conti con la realtà dei fatti. Occorre che tutti se ne rendano conto senza rimanere in mezzo al guado, lo impone l'urgenza della fase politica. Se i comunisti non ricominceranno a guardare in faccia la realtà, di un paese insofferente a una politica che diventa sempre più incomprensibile ancella del potere economico, diventeranno anch'essi “cosmopolitici” senza neppure accorgersene.

26/02/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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