30 settembre 1977: l'assassinio di Walter Rossi

A quasi 40 anni dall'assassinio di Walter Rossi: noi non siamo – e non saremo mai - come loro


30 settembre 1977: l'assassinio di Walter Rossi

La fine di settembre del 1977 a Roma fu caratterizzata da una serie di agguati neofascisti ai danni di giovani di sinistra. Il 27 settembre, Paola Carvignani era stata ferita all'EUR da colpi di pistola sparati da un moto in corsa, mentre un altro ragazzo era stato colpito solo di striscio. Il giorno dopo, il circolo culturale di Monteverde era stato oggetto di un assalto squadristico. Poi il 29 settembre, quando da un'auto in corsa era stato svuotato un intero caricatore calibro 7,62 contro un gruppo di ragazzi e ragazze di sinistra in Piazza Igea (nel quartiere Monte Mario) ed Elena Paccinelli, 19 anni, era stata ferita a una spalla e a un polso, mentre Claudio, un suo amico aveva rischiato di essere colpito allo stomaco. Elena morì dopo poco tempo per le conseguenze di quel ferimento. Nello stesso giorno, un altro giovane antifascista era stato pestato a sangue nel quartiere Balduina. L'intenzione omicida, evidente in queste azioni, si sarebbe concretizzata proprio in giorno dopo: il 30 settembre un gruppo di militanti “neri” uscirono dalla sezione romana del MSI in Viale delle Medaglie d'Oro e assaltò a colpi di pistola un presidio antifascista che denunciava il ferimento del giorno prima. Walter Rossi, giovane di vent'anni, impegnato nel volantinaggio durante il presidio, morì assassinato da un colpo di pistola alla nuca e il benzinaio Giuseppe Marcel rimase ferito.

Chi era Walter Rossi? Era un giovane che, come molti altri, aveva partecipato alle battaglie sociali e antifasciste del periodo, nei quartieri Balduina e Trionfale, nel quadrante Nord della città. Non aveva terminato gli studi e lavorava come precario in un albergo di Roma. Walter aveva contribuito alla costituzione del Circolo giovanile di Piazza Igea, militando in Lotta Continua. Sportivo da sempre, fu però espulso dal gruppo sportivo delle “Fiamme Oro” per la sua militanza politica.

Lotta Continua e tutto il movimento puntarono il dito non solo contro gli esecutori fascisti, ma anche e soprattutto contro il clima repressivo e intimidatorio instaurato dal governo Andreotti e in particolare dal Ministro dell'Interno Francesco Cossiga. Il nome di Walter Rossi si aggiungeva a quelli di Francesco Lorusso e di Giorgiana Masi, uccisi in primavera a Bologna e a Roma da colpi d'arma da fuoco sparati dalla forze dell'ordine. Come gli assassini di Walter Rossi si erano materialmente fatti scudo di un blindato della polizia, così il governo DC (con la benevola astensione di PCI e PSI) diventava lo scudo politico dell'azione provocatrice del neofascismo, in una triplice logica: punitiva, preventiva e di provocazione. Punitiva perché si vendicava contro un movimento giovanile di massa che solo pochi giorni prima dell'assassinio di Walter aveva manifestato pacificamente (70mila persone in corteo) a Bologna contro la repressione. Preventiva perché a settembre avrebbero riaperto le scuole e sarebbero ripartite le lotte studentesche. Provocatoria perché, come scrisse Lotta Continua in quei giorni, così si voleva schiacciare il movimento sul terreno dello scontro militare con lo Stato.

La reazione del movimento fu durissima: manifestazioni con la partecipazione di migliaia di persone si svolsero a Bologna, Mestre, Milano, Torino, Genova, Napoli, Bari, Perugia, Catania, Novara. A Roma, dopo la mobilitazione e gli scontri della notte, già nella mattinata del 1° ottobre furono assaltate due sedi del MSI, mentre due grandi cortei, con la partecipazione di circa 25mila persone, sfilarono nel pomeriggio. Durante quello che partì da Piazza Igea (aperto dallo striscione “Walter è qui”), la sede del MSI della Balduina (dalla quale era partito il commando omicida) venne distrutta. La FGCI convocò invece un mini-corteo (non fu bloccato neanche il traffico) nella zona del Colosseo, separato dalle mobilitazioni del movimento, scelta che molti giovani intervistati da Lotta Continua dichiararono di non capire. Scontri violenti si svolsero a Bologna e Firenze, mentre a Milano, dopo un primo corteo notturno e un altro al mattino, furono occupate prima la Statale e poi il Teatro Lirico. In serata fu poi dato fuoco al locale “Ennio's bar” ritenuto essere un covo fascista. A Torino, dopo il tentativo di assaltare la sede missina di Corso Francia, il corteo si diresse verso l'università e un gruppo di giovani incendiò il bar “L'Angelo Azzurro” di Via Po, ritenuto essere un punto d'incontro di fascisti e spacciatori. A differenza di Milano, in questo caso nel rogo perse la vita il giovane Roberto Crescenzio, studente lavoratore anch'esso di vent'anni, che si trovava casualmente lì per un aperitivo con un amico. Così una tragedia incise profondamente, come scrisse Lotta Continua, su una “vittoriosa giornata di lotta”.

Centomila persone parteciparono ai funerali, il 3 ottobre: fu un grande “abbraccio di popolo”, come scrisse Lotta Continua, ma anche un momento di tensione fortissima. D'altronde i neofascisti non avevano smesso le loro scorribande e proprio in quella stessa mattinata Patrizia D'Agostini, operaia e militante del PCI, era stata ferita. Dopo l'orazione funebre, migliaia di giovani si diressero verso le sedi del MSI, decisi a chiuderle per sempre. Violenti scontri con la polizia di ebbero nel quartiere Tuscolano e a Colle Oppio, dove fu attaccata la sede di Via Etruria.

In quei giorni di attentati e assalti, precedenti alla morte di Walter Rossi, nessun estremista di destra era stato arrestato, né fermato o interrogato. Subito dopo, furono arrestati 15 neofascisti della Balduina, mentre altri venti risultavano ricercati. Fra loro, Flavia Perina (futura direttrice de “Il Secolo d'Italia”), Andrea Insabato (che nel 2000 avrebbe compiuto l'attentato alla sede de “il manifesto”) e Riccardo Bragaglia. Accusati di omicidio, tentato omicidio, adunata sediziosa, porto abusivo d'arma da guerra e ricostituzione del PNF, furono poi tutti prosciolti. Solo alcuni di loro vennero processati per rissa aggravata. Alcuni anni dopo, nel 1981, dei neofascisti pentiti fecero i nomi di Cristiano Fioravanti ed Alessandro Alibrandi come gli esecutori dell'omicidio: Cristiano Fioravanti, militante insieme al più famigerato fratello Giusva dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), confessò di aver partecipato all'azione, ma addossò su Alibrandi la responsabilità di aver aperto il fuoco, nonostante i giovani che erano presenti al volantinaggio con Walter avessero sempre indicato in Fioravanti colui che sparò il colpo omicida. Peraltro Alibrandi morì il 5 dicembre 1981 in uno scontro a fuoco con la polizia, pertanto il processo fu archiviato e Fioravanti se la cavò prima con nove mesi di carcere e 200.000 lire di ammenda, fino all'assoluzione definitiva nel 2001, con la contestuale incriminazione di tre compagni di Walter per falsa testimonianza. Cristiano Fioravanti oggi è libero e vive, sotto altro nome, sotto la protezione dallo stato.

A quasi 40 anni dalla morte di Walter Rossi, cosa ci rimane oggi? Innanzitutto un altro crimine impunito, un'altra morte per mano fascista che, almeno penalmente, rimane senza colpevoli, come per quasi tutte le stragi, come per altre morti di compagni/e e di giovani antifascisti (come Giorgiana Masi, Elena Pacinelli e Valerio Verbano). Ci rimangono le foto di un ragazzo solare, generoso, che lottava insieme agli altri perché la vita di ognuno fosse migliore, contro una società che nei giovani distruggeva l'intelligenza, la creatività, la stessa voglia di vivere, come scrisse Lotta Continua. Un ragazzo “normale”, come appunto Giorgiana, Elena e Valerio, figure che andrebbero fatte conoscere e studiare alle generazioni di oggi.

Ci rimane poi la consapevolezza di una fase della nostra storia recente in cui il neofascismo (sia quello stragista dei primi anni Settanta, sia quello “movimentista” dei secondi) è stato nei fatti uno strumento privilegiato della strategia politica democristiana, in un'ottica di provocazione “militarista” nei confronti del movimento di massa e comunista, strategia che la politica compromissoria del PCI nei fatti non ostacolò (ma questa è un'altra storia e ci saranno occasioni nelle quali approfondirla). Fa male riconoscere che questa strategia ebbe i suoi frutti, visto che da lì a pochi mesi il movimento rifluì e si ritirò, lasciando campo libero all'opzione della lotta armata e del combattentismo.

In relazione a quest'ultimo aspetto – e ricordando anche la morte di Roberto Crescenzio a Torino - ci rimane infine, come scrisse Lotta Continua, il coraggio: “il coraggio di discutere se una pratica della forza che porti con sé la possibilità dell'errore non determini una logica in cui si perde il senso del diritto alla vita di altre persone”. Fermo restando che è vero sì che i morti sono tutti uguali, ma è ciò che hanno fatto in vita che non li rende uguali. E noi non siamo – e non saremo mai - come loro, ricordiamocelo sempre...

Fonti:

  • Sparano dall'auto in corsa, una ragazza rimane ferita, in “Stampa Sera”, 30 settembre 1977
  • Assassinato un compagno a Roma dai fascisti, in “Lotta Continua”, 01 ottobre 1977
  • Una dura risposta antifascista attraversa tutta l'Italia, ivi, 02-03 ottobre 1977
  • Una nuova generazione di comunisti alla testa di una grande giornata antifascista a Roma, ivi, 04 ottobre 1977
  • Walter e Roberto, ivi
  • http://www.brogi.info/2010/10/flavia-perina-ha-scritto-su-walter.html
  • https://baruda.net/tag/cristiano-fioravanti/

24/09/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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