Da oltre mezzo secolo combattiamo una guerra che non siamo mai riusciti a vincere. Abbiamo arrestato milioni di persone, riempito carceri, militarizzato reparti di polizia, impiegato eserciti contro i narcotrafficanti e costruito uno dei più estesi sistemi internazionali di proibizione mai concepiti. Le droghe, però, non sono scomparse. Non è scomparso il loro consumo, non è scomparsa la dipendenza e soprattutto non è scomparso il mercato che le produce e le distribuisce.
Negli Stati Uniti la definizione di War on Drugs ha finito per assumere un significato quasi letterale. Nel 2014 l'American Civil Liberties Union analizzò più di ottocento interventi delle squadre SWAT in venti Stati: il 79 per cento riguardava l'esecuzione di mandati di perquisizione e più del 60 per cento degli interventi esaminati era legato alla ricerca di droga. Nei casi antidroga per i quali era possibile determinarlo, il 61 per cento delle persone interessate dai raid apparteneva a minoranze. Porte sfondate, granate stordenti, giubbotti antiproiettile, armi e mezzi concepiti per scenari militari sono diventati strumenti utilizzati anche nell'ordinaria repressione degli stupefacenti.
Eppure la droga non è scomparsa. Sarebbe scorretto concludere che il proibizionismo non abbia impedito neppure un consumo: per sostenerlo dovremmo conoscere ciò che non possiamo conoscere, ossia quanti americani avrebbero fatto uso di cocaina, eroina o altre sostanze se fossero state legalmente disponibili. Robert MacCoun e Peter Reuter insistono proprio su questo problema in Drug War Heresies: una politica non può essere giudicata confrontandola con un controfattuale immaginario. Quello che possiamo constatare è più semplice. Un'espansione gigantesca dell'apparato repressivo non è riuscita a rendere il consumo di droga un fenomeno marginale né a eliminare il mercato clandestino.
A livello mondiale, secondo l'UNODC, nel 2023 circa 316 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni avevano utilizzato almeno una sostanza sottoposta a controllo nell'anno precedente, contro 246 milioni nel 2013; nello stesso periodo la prevalenza stimata è salita dal 5,2 al 6 per cento. Produzione, sequestri e consumo di cocaina hanno nel frattempo raggiunto livelli record. Non è la prova che la proibizione abbia causato l'aumento, né che senza di essa i consumi sarebbero stati inferiori. È però difficile conciliare questi numeri con l'idea di una guerra prossima alla vittoria.
Forse, allora, prima di dichiararla vinta o persa dovremmo domandarci che cosa significhi vincerla. Meno persone che provano una droga? Meno dipendenti? Meno morti? Meno reati commessi per procurarsela? Meno organizzazioni criminali arricchite dal suo commercio? Meno persone in carcere? Meno quartieri trasformati in mercati clandestini? Meno HIV ed epatiti tra chi utilizza droghe per via endovenosa? Non è affatto detto che tutte queste cose si muovano nella stessa direzione.
C’è anche un’altra domanda: come si distribuiscono questi danni tra le classi sociali? Un bilancio complessivo può nascondere chi sostiene il costo della repressione e chi dispone invece delle risorse per proteggersi dalle sue conseguenze. Giudicare una politica significa anche rendere visibile questa distribuzione.
C'è poi un problema precedente: continuiamo a parlare del «drogato» come se fosse una categoria umana sufficientemente precisa. Non lo è. Una persona che prende MDMA tre volte l'anno, un professionista che usa cocaina nei fine settimana e una persona dipendente dall'eroina che vive per strada stanno compiendo attività riconducibili alla stessa categoria giuridica, ma non stanno vivendo lo stesso fenomeno sociale.
È uno dei punti più provocatori di Jacob Sullum in Saying Yes. Uso, abuso e dipendenza non sono sinonimi. Una parte consistente dell'immagine sociale del consumatore di droga deriva inoltre da un problema di selezione: incontriamo più facilmente i consumatori che finiscono davanti alla polizia, nei tribunali, negli ospedali o nei servizi per le dipendenze di quelli che assumono una sostanza senza perdere il lavoro, la casa o le proprie relazioni. È un po' come tentare di capire gli effetti dell'alcol studiando esclusivamente le persone ricoverate per cirrosi.
Riconoscere questa distinzione non significa sostenere che drogarsi sia una buona idea, né che l'assunzione ricreativa di stupefacenti debba essere considerata moralmente neutra. Significa distinguere una valutazione morale da una questione giuridica. Molte condotte possono essere considerate sbagliate, autodistruttive o semplicemente stupide senza che per questo debbano necessariamente diventare reati. È precisamente su questo passaggio che il dibattito sulle droghe tende spesso a incepparsi: dalla constatazione che una sostanza può fare male si passa direttamente alla conclusione che debba essere proibita penalmente, saltando la domanda decisiva. La proibizione riduce effettivamente quel male più delle alternative?
Sullum richiama ricerche longitudinali e studi sui consumatori di cocaina che mostrano l'esistenza di usi prolungati non necessariamente degenerati in dipendenza, e sottolinea l'importanza di quello che alcuni ricercatori hanno chiamato uno stake in conventional life: qualcosa da perdere, una posizione sociale, legami, responsabilità, un'esistenza strutturata. Ma proprio qui la questione diventa più interessante. Se due persone incontrano la stessa sostanza e una precipita nella dipendenza mentre l'altra no, forse spiegare tutto con le proprietà chimiche della sostanza è insufficiente.
Quel «qualcosa da perdere», del resto, non è distribuito equamente. Un lavoro stabile, una casa, il tempo e il denaro per curarsi sono condizioni materiali, non semplicemente qualità del carattere. Una lettura di classe deve interrogare proprio questa disuguaglianza: quali risorse consentono di contenere un problema e quali privazioni possono renderlo più difficile da affrontare?
Naturalmente sarebbe altrettanto assurdo cadere nell'eccesso opposto e trasformare la droga in una comparsa innocente dentro drammi prodotti esclusivamente dalla società. La devastazione degli oppioidi in molte comunità americane depresse economicamente mostra bene il problema. Il fentanyl non ha creato la deindustrializzazione, la povertà, l'isolamento sociale o la fragilità dei servizi sanitari di una contea come McDowell, in West Virginia. Ma sarebbe grottesco concludere che, una volta arrivato a McDowell County, il fentanyl non abbia creato nulla. Una sostanza capace di produrre una dipendenza potentissima può incontrare un terreno sociale già devastato e devastarlo ulteriormente.
La deindustrializzazione, da questa prospettiva, va letta anche attraverso i rapporti tra capitale e lavoro: decisioni su investimenti, produzione e occupazione possono lasciare una comunità senza le basi materiali attorno alle quali aveva organizzato la propria esistenza. Non ne deriva che ogni disoccupato diventerà dipendente. Ne deriva che affrontare la dipendenza richiede di interrogare anche le condizioni nelle quali le persone lavorano e vivono.
La distinzione serve proprio a evitare due caricature speculari: quella proibizionista secondo cui tutti i mali derivano dalla droga e quella antiproibizionista secondo cui la droga non sarebbe mai responsabile di nulla. Le sostanze producono danni. Le condizioni sociali producono vulnerabilità. E anche le politiche adottate per contrastare le sostanze producono conseguenze.
MacCoun e Reuter propongono infatti di distinguere i danni provocati dal consumo, quelli derivanti dall'illegalità e quelli prodotti dall'applicazione della legge. È una distinzione elementare, ma cambia completamente la domanda. Un grammo di cocaina può provocare danni per le sue proprietà farmacologiche. Non contiene però chimicamente un Kalashnikov, un sicario o una tangente a un doganiere. Quelli appartengono al mercato nel quale abbiamo deciso che la cocaina debba essere venduta.
Un commerciante di vino che non viene pagato può rivolgersi a un avvocato. Un trafficante al quale non vengono pagati duecento chili di cocaina incontra qualche difficoltà in più a presentare le fatture al giudice e chiedere un decreto ingiuntivo. Il mercato illegale deve quindi costruire i propri sistemi di garanzia dei contratti, riscossione dei crediti, protezione delle merci e risoluzione delle controversie. E dispone di un repertorio piuttosto limitato.
Questo non significa che legalizzare le droghe farebbe scomparire le mafie. Paolo Borsellino, discutendo di legalizzazione, ricordava giustamente che la mafia esisteva molto prima del grande narcotraffico e che aveva scelto la droga perché vi aveva trovato enormi possibilità di profitto. La prima parte dell'argomento è incontestabile. È la conclusione che non ne deriva necessariamente. Se un'organizzazione criminale dispone di dieci fonti di reddito, eliminarne una particolarmente redditizia non diventa inutile perché gliene rimangono nove. La mafia potrebbe spostarsi verso estorsioni, frodi, appalti, traffici di altro genere. Sarebbe un problema per la polizia e per la magistratura, non un buon motivo per garantirle un mercato multimiliardario degli stupefacenti.
Neppure qui, però, basta rovesciare il ragionamento per risolvere tutto. Se domani la cocaina fosse venduta legalmente, una parte del mercato criminale potrebbe essere sottratta ai narcotrafficanti. Ma che cosa accadrebbe ai consumi?
È probabilmente l'obiezione più seria alla legalizzazione. Un prodotto legale può diventare più accessibile, meno costoso e meno stigmatizzato. Soprattutto può acquisire qualcuno che abbia interesse economico a venderne sempre di più. MacCoun e Reuter sono molto prudenti proprio per questo. Ridurre il danno medio subito da ciascun consumatore non significa necessariamente ridurre il danno complessivo: se un sistema regolamentato rendesse il prodotto più sicuro ma contemporaneamente moltiplicasse il numero dei consumatori o l'intensità del consumo, il risultato finale potrebbe perfino essere peggiore. È la distinzione fra danno individuale medio e danno aggregato che attraversa la loro analisi.
È il punto in cui lo slogan «legalizziamo» diventa quasi inutile. Legalizzare come?
Se per legalizzazione intendiamo sostituire Pablo Escobar con una società per azioni dotata di ufficio marketing, campagne pubblicitarie, influencer e reparto fidelizzazione clienti, non è affatto evidente che avremmo fatto un grande affare. L'esperienza di alcol e tabacco dovrebbe renderci almeno sospettosi verso l'idea che il mercato abbia spontaneamente come obiettivo la moderazione dei consumi. MacCoun e Reuter temono esplicitamente che gli interessi economici creati da un'industria legale possano progressivamente indebolire i vincoli regolatori. La loro preoccupazione è che commercializzazione, promozione e maggiore accessibilità possano far aumentare la prevalenza del consumo.
Qui la critica può andare oltre il comportamento del singolo imprenditore. Un’impresa che ricava il proprio profitto dalla vendita di una sostanza incontra un conflitto strutturale quando la tutela della salute richiede di limitarne il consumo. Anche un mercato perfettamente legale rimane organizzato attorno a interessi che possono divergere da quelli collettivi. La questione riguarda quindi il potere di decidere che cosa produrre, come distribuirlo e quali bisogni soddisfare.
I casi nei quali la cannabis è uscita, almeno in parte, dalla clandestinità mostrano quanto sia decisiva questa distinzione. Nei Paesi Bassi non esiste, come spesso si dice, una semplice «legalizzazione della cannabis». La vendita di piccole quantità nei coffeeshop è tollerata a condizioni precise, mentre per decenni produzione e approvvigionamento sono rimasti illegali: il celebre paradosso della «porta d'ingresso» tollerata e della «porta sul retro» clandestina. Proprio per affrontare questa contraddizione, dal 2023 il governo olandese ha avviato un esperimento di filiera regolamentata e dall'aprile 2025, nei dieci comuni partecipanti, i coffeeshop sono entrati nella fase sperimentale di vendita di cannabis proveniente da coltivatori autorizzati e sottoposta a controlli di qualità. L'esperimento durerà quattro anni e ne verranno valutati gli effetti sulla salute pubblica, sulla criminalità e sulla sicurezza. Non è quindi soltanto un esempio di maggiore tolleranza: è un tentativo di capire che cosa accade quando lo Stato prova a regolare anche ciò che prima lasciava necessariamente al mercato clandestino.
Negli Stati Uniti è avvenuto qualcosa di diverso. Più della metà degli Stati ha ormai legalizzato la cannabis per uso medico e/o adulto, mentre a livello federale essa continua a essere illegale. Ma gli Stati che hanno aperto il mercato ricreativo hanno generalmente scelto modelli commerciali, affidando produzione e vendita a imprese private autorizzate. La grande revisione pubblicata nel 2024 dalle National Academies avverte proprio che parlare genericamente di «legalizzazione» nasconde differenze decisive: struttura della filiera, prezzi, densità dei punti vendita, caratteristiche dei prodotti e regolamentazione della promozione possono modificare gli effetti sulla salute pubblica. L'esperienza americana non dimostra quindi semplicemente che legalizzare faccia bene o male; dimostra che la forma del mercato legale è essa stessa parte della politica sulle droghe.
Ed è precisamente qui che After the War on Drugs: Blueprint for Regulation, pubblicato da Transform Drug Policy Foundation, diventa interessante. Il suo punto di partenza non è che tutte le droghe debbano essere vendute come birra o caffè, ma quasi il contrario: sostituire il divieto non significa rinunciare al controllo. Può significare cambiare ciò che viene controllato.
Transform immagina un continuum di regimi differenti a seconda della sostanza e del rischio: prescrizione medica, distribuzione attraverso farmacie, punti vendita autorizzati, consumo in locali sottoposti a licenza e, soltanto all'estremo meno restrittivo, forme di vendita meno controllate. Il sistema può intervenire sulla purezza e sulla concentrazione del prodotto, sulle quantità acquistabili, sull'età dell'acquirente, sul confezionamento, sui luoghi di vendita e sulle modalità di distribuzione. Non siamo obbligati a scegliere tra lo spacciatore all'angolo della strada e il «Coca Shop» comunale con carta fedeltà e saldi di fine stagione.
Per alcune sostanze e alcuni consumatori il modello potrebbe essere persino molto più restrittivo. La somministrazione controllata di eroina a persone già dipendenti risponde a una logica completamente diversa dall'apertura di un mercato ricreativo dell'eroina. E qui non siamo più nel campo delle ipotesi. La Svizzera sperimenta dal 1994 la somministrazione di diacetilmorfina, cioè eroina farmaceutica, a persone affette da grave dipendenza, all'interno di centri specializzati e insieme ad assistenza medica e psicosociale. Dopo i risultati positivi delle sperimentazioni, il trattamento è entrato stabilmente nel sistema sanitario ed è stato incorporato nella legislazione federale sugli stupefacenti. L'Ufficio federale della sanità pubblica riferisce miglioramenti costanti della salute fisica e mentale e della situazione sociale dei pazienti, insieme a una netta diminuzione della criminalità. Nel 2021 circa 1.700 persone ricevevano questo trattamento.
Il caso svizzero è interessante anche per ciò che non dimostra. Non dimostra che vendere liberamente eroina produrrebbe gli stessi risultati. Dimostra qualcosa di molto più circoscritto: che persino una sostanza fra quelle che suscitano maggiori timori può essere sottratta, per una particolare popolazione di consumatori, al mercato clandestino e inserita in un sistema estremamente regolamentato senza che «legalizzazione» significhi libero commercio. Anche MacCoun e Reuter, assai più cauti di Transform sulla legalizzazione commerciale di cocaina ed eroina, considerano la heroin maintenance una delle alternative più promettenti proprio perché potrebbe produrre alcuni vantaggi della legalizzazione senza generare un'espansione comparabile del consumo.
Il problema, naturalmente, si sposta: chi controlla il controllore? Una volta creata un'industria legale, quell'industria acquisisce capitale, dipendenti, interessi, capacità di pressione politica e un incentivo strutturale ad aumentare la propria clientela. Per le sostanze a rischio maggiore potrebbe quindi essere necessario immaginare mercati deliberatamente poco efficienti dal punto di vista commerciale: monopoli pubblici, soggetti senza scopo di lucro, prezzi amministrati, prescrizione, divieto assoluto di pubblicità. Non sappiamo ancora quale combinazione funzioni meglio. Ma questa ignoranza è un argomento per sperimentare con prudenza, non per fingere che l'unica alternativa alla proibizione sia il supermercato della cocaina.
Il controllo pubblico, per essere una risposta, deve però avere contenuti concreti: obiettivi sanitari, trasparenza, verifica democratica e partecipazione di operatori e persone interessate. La proprietà pubblica, da sola, non garantisce questi risultati. È il modo in cui produzione e distribuzione vengono subordinate alla tutela della salute a dare alla riforma un significato sociale.
E qualunque riforma fallirebbe se dimenticasse le persone che hanno davvero sviluppato una dipendenza. Depenalizzare e poi abbandonare un eroinomane per strada non è una politica sanitaria: è semplicemente smettere di arrestarlo. Se vogliamo sostituire il carcere con la sanità, dobbiamo prima assicurarci di avere una sanità con cui sostituirlo. Servono trattamento accessibile, riduzione del danno, naloxone, servizi sociali, assistenza psicologica e, dove indicato, luoghi di consumo supervisionato. Chiamarli «stanze del buco» può essere molto efficace in un titolo di giornale; rimane il fatto che il loro scopo è precisamente evitare che qualcuno muoia bucandosi da solo in un bagno pubblico.
È qui che il confronto tra Portogallo e Oregon diventa particolarmente istruttivo, proprio perché nessuno dei due ha «legalizzato la droga». Il Portogallo nel 2001 ha depenalizzato l'acquisto, il possesso e il consumo per uso personale, trasferendoli dall'ambito penale a quello amministrativo; produzione e traffico sono rimasti reati. Ma la riforma faceva parte di una strategia più ampia che comprendeva trattamento, riduzione del danno, programmi con metadone e buprenorfina, scambio di siringhe, strutture a bassa soglia e interventi sociali. Le valutazioni successive hanno registrato, accanto ad alcuni risultati meno favorevoli, diminuzioni delle infezioni da HIV e dei decessi correlati alla droga, senza l'esplosione generalizzata dei consumi che alcuni avevano previsto. Attribuire tutti questi risultati alla sola depenalizzazione sarebbe però altrettanto semplicistico: la trasformazione riguardò l'intero modo di affrontare la dipendenza.
L'Oregon offre quasi il controcanto perfetto. Con la Measure 110, entrata in vigore nel 2021, fu il primo Stato americano a depenalizzare il possesso personale di piccole quantità di tutte le droghe, destinando contemporaneamente risorse all'espansione dei servizi per dipendenze, recupero e riduzione del danno. L'esperimento incontrò però seri problemi di attuazione e di capacità del sistema sanitario. Nel frattempo le morti per overdose aumentarono drasticamente e nel settembre 2024 il possesso tornò a essere reato, sia pure accompagnato da programmi di deflection verso i servizi.
Sarebbe facile utilizzare questa storia come la prova del fallimento della depenalizzazione. Sarebbe anche troppo facile. Uno studio pubblicato nel 2024 su JAMA Network Open ha osservato che la rapida diffusione del fentanyl nel mercato illegale dell'Oregon avvenne proprio nello stesso periodo dell'entrata in vigore della Measure 110. Una volta tenuto conto statisticamente di questo fattore, gli autori non hanno trovato un'associazione significativa tra la depenalizzazione e l'aumento delle overdose mortali. Questo non trasforma la Measure 110 in un successo: un audit dello Stato dell'Oregon pubblicato nel 2025 ha descritto persistenti problemi di coordinamento, governance, integrazione dei servizi e perfino di disponibilità dei dati necessari a misurarne adeguatamente i risultati. Ma impedisce almeno di raccontare una storia troppo comoda nella quale basta osservare che le overdose sono aumentate dopo una riforma per concludere che siano aumentate a causa della riforma.
Portogallo e Oregon suggeriscono quindi una lezione più modesta, ma forse più utile: depenalizzare non equivale a costruire una politica sanitaria. Togliere una sanzione penale è un atto legislativo; sostituire concretamente il sistema penale con trattamento, prevenzione, riduzione del danno e assistenza sociale richiede istituzioni, personale, risorse e tempo. Se questi elementi mancano, il vuoto lasciato dalla repressione non viene magicamente riempito dalla sanità.
L’accesso alle cure diventa allora una questione di diritti sociali e di distribuzione delle risorse. La possibilità di curarsi deve essere garantita anche a chi non può comprarla. Casa, reddito e assistenza non eliminano automaticamente la dipendenza, ma devono entrare nella discussione su ciò che rende concretamente possibile affrontarla. Altrimenti la libertà riconosciuta dalla legge rischia di convivere con un abbandono materiale.
Non sappiamo con certezza che cosa accadrebbe se un paese europeo passasse domani a un mercato rigidamente regolamentato della cocaina o a forme controllate di accesso ad altre sostanze. I casi appena considerati, infatti, rispondono soltanto a pezzi della domanda. Il Portogallo ha depenalizzato il possesso, non legalizzato il commercio. La Svizzera prescrive eroina a una popolazione selezionata di persone gravemente dipendenti, non la vende per uso ricreativo. I Paesi Bassi hanno costruito un sistema particolare di tolleranza della cannabis e soltanto recentemente stanno sperimentando una filiera completamente regolamentata. Gli Stati americani hanno legalizzato soprattutto la cannabis, una sostanza che non può essere automaticamente utilizzata come modello per cocaina ed eroina. L'Oregon ha sperimentato la depenalizzazione, non un mercato legale.
Non esiste dunque l'esperimento perfetto dal quale ricavare la risposta. E gli stessi MacCoun e Reuter ricordano quanto sia pericoloso estrapolare dalle depenalizzazioni della cannabis le conseguenze di una legalizzazione commerciale di cocaina ed eroina. Il problema è che questa incertezza viene spesso utilizzata in una sola direzione: non sappiamo se l'alternativa funzionerebbe, dunque continuiamo con ciò che facciamo.
Ma neppure lo status quo dispone di un controfattuale perfetto.
Una politica razionale potrebbe quindi procedere esattamente nel modo opposto a una rivoluzione legislativa. Prima smettere di trattare il semplice consumatore come il bersaglio principale del sistema penale. Poi osservare. Rafforzare contemporaneamente servizi sanitari e riduzione del danno. Sperimentare modelli circoscritti di regolamentazione, differenti per sostanze differenti. Misurarne gli effetti sui consumi, sulle dipendenze, sulle morti, sul mercato illegale, sulla criminalità e sulla salute. Correggere ciò che non funziona. Tornare indietro quando necessario. Estendere ciò che produce risultati migliori. È, significativamente, anche l'approccio graduale suggerito da Transform: una transizione prudente nella quale ogni cambiamento possa essere valutato prima di procedere oltre.
Forse è proprio la parola «guerra» ad averci impedito per troppo tempo di ragionare in questi termini. Una guerra pretende un nemico, e una volta individuato il nemico tutto ciò che sembra rendergli la vita più difficile appare automaticamente come una vittoria. Ma una politica pubblica non dovrebbe essere giudicata dalla durezza con cui manifesta la nostra disapprovazione. Dovrebbe essere giudicata dai risultati.
Si può pensare che drogarsi sia moralmente sbagliato senza pensare che ogni comportamento moralmente sbagliato debba diventare un reato. Si può ritenere la cocaina pericolosa senza concludere che la sua produzione debba essere affidata a laboratori clandestini e la sua distribuzione a organizzazioni criminali. Si può considerare la dipendenza una tragedia senza essere convinti che il carcere sia una terapia. E si può essere antiproibizionisti senza credere che qualsiasi sostanza debba essere venduta a chiunque, ovunque e a qualunque prezzo.
Il punto, in fondo, non è stabilire se drogarsi sia una buona o una pessima idea. È chiedersi perché abbiamo affidato alla legge penale il compito di dimostrarci quanto sia pessima e se, nel farlo, abbiamo davvero ottenuto meno dipendenti, meno morti, meno violenza e meno potere criminale.
Dopo mezzo secolo di guerra alla droga, possiamo almeno permetterci di verificare se una pace molto più regolamentata funzioni meglio.
