I grandi classici del cinema nelle sale – Parte II

Continua la disamina dei grandi classici della storia del cinema ripresentati in prima visione restaurati e in formato digitale.


I grandi classici del cinema nelle sale – Parte II

Continua la disamina dei grandi classici della storia del cinema ripresentati nel corso del 2016 in prima visione restaurati e in formato digitale. Dopo aver reinterpretato due capolavori del cinema, affrontiamo ora tre eccezionali film di genere, che in almeno in due casi hanno svolto una funzione decisiva per l’elaborazione di uno dei generi di maggior successo.

di Renato Caputo e Rosalinda Renda

Il gabinetto del Dottor Caligari di Robert Wiene, Germania 1920, valutazione: 7,5

Film manifesto del cinema espressionista tedesco e punto di partenza di quella geniale fenomenologia della psicologica della classe media tedesca, attraverso il film, che avrebbe costituito la base ideologica del nazismo, indagata da Sigfried Kracauer in Da Caligari a Hitler. Caligari rappresenta il prototipo di una serie di sinistri criminali, che culmineranno nel diabolico Dottor Mabuse di Fritz Lang e che anticipano il rigurgito di quel male radicale presente nella natura bestiale degli uomini che esploderà con il nazionalsocialismo. Caligari è rappresentato da Wiene come un sinistro mago che, in un baraccone da fiera – la stessa ambientazione di quella magnifica disamina critica del fascismo nel racconto Mario e il mago di Thomas Mann – dimostra le proprie capacità di ridurre allo stato di ipnosi il proprio paziente, rendendolo uno strumento passivo della propria volontà di potenza. Il film ha fatto epoca per le magnifiche scenografie espressioni

Il film ha fatto epoca per le magnifiche scenografie espressioniste, che rendono sin dall’inizio l’atmosfera sinistra che si afferma in Germania quale preludio alla conquista del potere di Hitler. Tale sinistra e dissonante ambientazione è sottolineata dall’accompagnamento musicale scelto nel 1919 dallo stesso regista: il sestetto per archi Verklärte Nacht di Arnold Schönberg. Il perturbante e l’inquietante si affermano progressivamente nel film attraverso un costante rovesciamento dei personaggi e delle situazioni, per cui niente è come appare e non si finisce più per comprendere chi è il vero folle, qual è la vittima, chi costituisce il reale pericolo per la società.

Abbiamo così l’apparente protagonista, il narratore solo apparentemente onnisciente della vicenda, che cerca di svelare la natura diabolica dell’altrettanto apparentemente innocuo vecchio prestigiatore da fiera, che però si dimostra in grado di assoggettare completamente alla propria diabolica volontà di potenza la forza della natura espressa dal bruto Cesare.

Caligari si trasmuta, poi, nel direttore del manicomio in cui il presunto innocuo mago, una volta smascherato, ha trovato rifugio. Tuttavia anche la nuova metamorfosi di Caligari pare essere svelata, essendo a sua volta il prodotto del transfer di uno studioso del sonnambulismo in un suo antecedente pionieristico predecessore che aveva sfruttato le proprie doti incantatorie per scaricare all’esterno il proprio inconscio istinto di morte.

Quando la matassa sembra finalmente essersi sciolta, abbiamo un nuovo rovesciamento, è proprio il protagonista e narratore, apparentemente onnisciente del film, a tramutarsi nel suo opposto, ossia nel folle che ricercava. La camicia di forza in cui nella scena precedente aveva infine fatto rinchiudere il dottor Caligari, divenuto folle a forza di impersonarsi nel suo predecessore e oggetto di studio, è ora la camicia di forza in cui il direttore del manicomio fa rinchiudere il suo paziente.

Con quest’ultimo rovesciamento la verità e l’apparenza sembrano di nuovo disgiunte, come la sanità dalla follia, salvo che abbiamo un ulteriore possibile rovesciamento, perché il direttore non è altri che Caligari, che rivolge in macchina il suo ghigno diabolico, dopo aver fatto internare come folle colui che aveva precedentemente denunciato la sua luciferina volontà di potenza.

Nosferatu il vampiro di Friedrich Wilhelm Murnau, Germania 1922, valutazione 8+

Grande classico del cinema horror ed espressionistico, è il film che dà la fama al suo autore, Murnau, uno dei più significativi registi della storia del cinema, che grazie al successo di quest’opera avrà i finanziamenti necessari a realizzare il suo capolavoro: L'ultima risata. Si tratta certo di un film di genere, ma di qualità eccelsa, tanto da essere annoverato – nonostante la sua origine – nei capolavori del cinema di tutti i tempi. Il film è talmente efficace che ancora oggi, nonostante l’eccezionale sviluppo degli effetti speciali, la pellicola continua a produrre nello spettatore una notevole inquietudine.

Il film si pone in continuità con Il gabinetto del Dottor Caligari, di due anni precedente, dimostrando la capacità eccezionale che ha la grande arte di interpretare, prima che ne sia possibile una comprensione filosofica e scientifica, lo spirito del tempo. In questo caso emerge dalla rappresentazione cinematografica il terribile pericolo che corre la Repubblica di Weimar, nonostante la sua costituzione democratica e l’eccezionale fiorire dell’arte e della scienza. Abbiamo così un’eccezionale intuizione estetica e rappresentazione cinematografica di quell’epoca, che sarà ricompresa dal punto di vista filosofico e scientifico circa quindici anni dopo da Antonio Gramsci – il primo grande intellettuale a comprendere insieme a Bertolt Brecht il reale significato del fenomeno del fascismo – che descriverà la crisi attraverso cui quest’ultimo si affermerà con la celebre immagine del vecchio che muore e del nuovo che non può nascere, concludendo che “in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Magnifica rappresentazione di ciò è il vampiro Nosferatu, la cui immagine non a caso è servita a Marx per connotare lo spirito demoniaco del capitalismo, di quel vecchio modo di produzione che pur essendo condannato a morte dalle sue stesse contraddizioni impedisce ancora al nuovo di affermarsi: “Nel capitale viene posta la perennità del valore… caducità che passa – processo – vita. Ma questa capacità il capitale l’ottiene soltanto succhiando di continuo l’anima del lavoro vivo, come un vampiro”.

Anche se nel suo inquietante film, Murnau sembra più presagire l’aspetto morboso del bonapartismo nella sua forma più regressiva, la nazionalsocialista, che segna il riemergere di pulsioni irrazionali e una perversa nostalgia per l’assolutamente altro, ossia un passato remoto, barbaro.

Così vediamo come l’impresario, che rappresenta coloro che intendono fare affari con questo residuo di un passato che non passa – con questa aspirazione antistorica di rilanciare su scala internazionale la società schiavistica antica – finisce però per essere dominato da tale potenza demoniaca che ha richiamato in vita. Egualmente, vediamo la sensazione di attrazione e repulsione che questo spettro della tirannia suscita nel protagonista, rappresentante del ceto medio che, al servizio dell’imprenditore, svolge l’infausto compito di risvegliare tale morbosa nostalgia per il totalmente altro, tale spirito di morte, nonostante che i più saggi e avveduti contadini – rappresentanti del proletariato agricolo – ne siano terrorizzati. Così per quanto possano essere attratti dal potere corruttore del denaro, non intendono seguire il rappresentante del ceto medio in questa impresa così folle e sciagurata.

Tale scenario è purtroppo quanto mai attuale dal momento che ancora oggi i poteri forti, per esorcizzare il fantasma del nuovo, vanno a risvegliare il terribile spirito barbarico di un passato che non passa e assume le forme speculari della xenofobia sciovinista e neofascista e del fondamentalismo religioso. Tale resurrezione del morto, di un passato remoto e barbarico, trova terreno fertile nel temibile disagio della civiltà che rende sempre più inquieto un ceto medio che ha di fronte, più procede la crisi, lo spettro della sua degradazione, del suo precipitare nelle fila del proletariato.

Da qui questo rapporto duplice di terrore che provoca il neofascismo, che segna il venir meno di quella democrazia formale a cui si aggrappa disperatamente il ceto medio progressista, prigioniero del suo sogno di un capitalismo dal volto umano, ossia un vampiro che assume, in modo irrealistico, fattezze sempre più seducenti nel cinema americano. Da ciò sorge anche la tentazione, in settori del ceto medio in via di proletarizzazione, di trasformarsi anch’essi in Nosferatu pronti a imporre con la violenza una utopistica e irrealizzabile terza via fra il capitalismo che muore e il socialismo che stenta ad affermarsi, e che non sono altro che i “fenomeni morbosi” propri di questo interregno di cui abbiamo tutta una fenomenologia contemporanea, dall’Ungheria, alla Polonia fino all’Italia e con il serio rischi di affermarsi anche in Francia e negli Stati Uniti dei Cruz e Trump.

Da questo punto di vista, decisamente più avanzata e realistica dei suoi epigoni statunitensi, appare la rappresentazione offerta da Murnau del vampiro nel suo aspetto più negativo, perituro, putrefacente, un vero e proprio spettro di un passato remoto e barbaro, ma ancora in agguato, proprio per il fascino che riesce comunque a esercitare nei confronti di una parte della borghesia, che ha perso del tutto la fiducia nella ragione, dal momento che la difesa dei propri privilegi diventa sempre più irrazionale e, perciò, violenta.

Ascensore per il patibolo di Louis Malle, Francia 1958, valutazione 7+

Noir ormai classico, ben confezionato e ben rifinito, un vero e proprio cult per gli amanti del genere, da cui ristretti limiti tuttavia non riesce, ne aspira veramente a emanciparsi. Fantastica la colonna sonora jazz di Miles Davis, notevole la fotografia, eccellente l’interpretazione di Jeanne Moreau.

Il film anticipa nel suo nitido rigore formale e per la sua attitudine esistenzialista delle tematiche che diverranno centrali nella Nouvelle Vague e nel cinema di Antonioni. Il film è anche una disincantata riflessione sulla crisi della società francese in un anno cruciale, il 1958, in cui la repubblica democratica francese, dinanzi al fallimento della sua politica coloniale, e al rischio di una guerra civile scatenata dalla destra – con la complicità di ampi settori dell’esercito e dei coloni algerini – si consegna mani e piedi al bonapartismo del generale De Gaulle e al suo colpo di Stato istituzionale.

Il film, infatti, pur negli angusti limiti del genere, in cui anche per prudenza si autoconfina, ci mostra un imprenditore senza scrupoli divenuto miliardario mediante oscuri traffici di armi, con legami molto forti con gli apparati repressivi dello Stato e l’esercito impegnato nelle guerre coloniali. Per quanto creda di poter continuare per sempre a sfruttare il militarismo colonialista come strumento per arricchirsi, finisce per essere travolto dalla serpe stessa che si è coltivata in seno. Il suo braccio destro, un ex paracadutista fortemente implicato nelle guerre coloniali, non intende rimanere un semplice strumento dell’aristocrazia del denaro, che per altro lo usa e disprezza per essersi sporcato le mani in sua vece. Tanto più che il suo fascino da super uomo nietzschiano seduce profondamente strati della classe dominante, qui impersonati dalla stessa moglie dell’imprenditore, e settori del sottoproletariato giovanile.

Il tentativo di conquista violenta del potere fallisce e travolge, però, oltre all’artefice, il fascista ex paracadutista, la borghese, novella lady Macbeth – che lo ha incitato al crimine – l’alta borghesia finanziaria che ha creduto di potersene semplicemente servire, e i rappresentanti del sottoproletariato che, per uscire dalla loro condizione di plebe moderna, cercano vanamente di seguire il modello superomistico del paracadutista, andando incontro a una completa rovina nella vana speranza di potersi conquistare con il crimine una fugace notorietà.

Sebbene si tratti di una magistrale opera prima, il regista non sembra affatto in grado neppure di immaginare una possibile via di uscita, e si limita a registrare mediante il noir la tragedia storica in atto in modo critico e fin troppo distaccato. Del resto nella Francia che si apprestava a vivere sotto il Cesarismo regressivo di De Gaulle, per un membro del ceto medio era certo difficile preservare un po’ di sano spirito di utopia.

19/04/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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