Inside out: la fede di vivere nel migliore dei mondi possibili

Il cinema americano è uno strumento micidiale e per questo è indispensabile una sua analisi critica.


Inside out: la fede di vivere nel migliore dei mondi possibili Credits: A Total Gem - Inside Out Movie Review by BagoGames - https://www.flickr.com/photos/bagogames

Considerato che il reale è razionale, è in qualche modo necessario che gli Stati Uniti, nonostante la terribile crisi economica, mantengano un ruolo predominante a livello internazionale, avendo l’esercito più potente e l’apparato egemonico più efficace. Da questo punto di vista il cinema americano è uno strumento micidiale, su cui si fonda in una misura non trascurabile il dominio statunitense. Proprio perciò appare indispensabile una sua analisi critica.

di Renato Caputo e Rosalinda Renda

Voto: 7

Non c’è niente da fare, nonostante i legittimi pregiudizi verso la Disney, prototipo della multinazionale statunitense, Inside out funziona e raggiunge perfettamente il proprio scopo. Il film diverte, affascina, consente di evadere dai drammi storici e sociali reali, rassicura sulla capacità di riprodursi dei valori cardine della società contemporanea, a partire dal benessere ovvero la base del felice ambito etico della famiglia. Siamo dinanzi a una classica commedia in cui la contraddizione è superabile e superata anche perché non è in grado di mettere seriamente in discussione l’ordine costituito.

Protagonista è la classica famiglia piccolo borghese dell’America profonda, unita da sinceri legami etici, che vive in modo spensierato una vita felice anche perché il mondo grande e terribile, con le sue spaventose crisi, rimane completamente fuori dalla rassicurante narrazione che si vuole mediare. Certo a un determinato momento il perfetto equilibrio minimalista è posto in discussione dalla necessità della famiglia di cambiare città, scelta presumibilmente dettata da ragioni economiche del tutto indipendenti e dominanti sulla vita del singolo.

Il mondo economico della società civile trascende a tal punto la sfera individuale e familiare da essere considerato come una sorta di necessità, un destino “naturale” con i cui effetti è necessario fare i conti. Qualsiasi resistenza appare vana, infantile, necessariamente destinata a rientrare. Anzi l’attitudine più utile è quella di fare necessità virtù, secondo l’ottica calvinista alla base della fiducia liberale nelle capacità taumaturgiche di governo della “mano invisibile”. In effetti, mantenendo la fede di vivere nel migliore dei mondi possibili, regolato da un sistema in grado di garantire una vita tranquilla, tutte le difficoltà saranno superabili, mantenendo saldi i legami etici del nucleo familiare.

Le crisi sono niente altro che momenti passeggeri, necessari a consentire il passaggio a uno stadio superiore della propria crescita. La società americana non deve quindi mettere in discussione i propri valori, anche perché essi sono i valori naturali dell’essere umano sano, su cui si fonda la sua stessa psiche. Una psiche in cui è del tutto assente il lato oscuro e perturbante dell’es, delle pulsioni dell’inconscio, come nel mondo esterno non c’è traccia della crisi strutturale e sovrastrutturale che impone una sempre maggiore militarizzazione della società.

Le difficoltà esterne sono necessarie, naturali e anzi se prese con “filosofia” permetteranno di superare l’apparente crisi dei valori tradizionali, naturalizzati, e di svilupparli a un livello superiore, pur dovendo sacrificare gli aspetti infantili del sogno americano. Da questo punto di vista diviene centrale la capacità di mantenere alto il morale, di tenere viva la capacità di pensare positivamente, che consentirà di superare tutte le difficoltà che si incontreranno, anche perché hanno cause esterne e non mettono in discussione dall’interno il sano modello di vita americano.

In un universo psichico tutto sommato semplice, dove dominano i sentimenti e non c’è traccia della ragione, né della necessità dell’io di mediare fra le opposte spinte dell’es e del super io, ciò che è importante è la capacità di far prevalere l’egemonia della candida Gioia di vivere, in ogni caso, nel miglior mondo possibile, arginando i rischi provenienti dalla Paura, sentimento interamente negativo in quanto sottende la mancanza di fede, la Rabbia altrettanto negativa, in quanto fonte di un potenziale spirito sovversivo, non a caso è impersonata da un mostriciattolo di colore rosso. Anche la rabbia, tuttavia, se sottomessa e resa funzionale all’equilibrio del sistema torna utile.

Altrettanto inutile e dannoso appare il Disgusto, che non è altro che l’aspetto negativo del gusto che – come nel caso del senso del limite che ci è presentato come il mero sfondo della paura – qui è solo lo sfondo da cui si distacca il sentimento negativo di chi rischia di essere troppo raffinato per poter cogliere tutti gli aspetti positivi del sogno americano. Si tratta, quindi, di un vezzo aristocratico, anti economico e di fondo contrario allo spirito utilitarista del sistema, un elemento tutto sommato estraneo, forse sorto dal negativo spirito di ammirazione per l’antico mondo europeo.

In effetti l’unico elemento positivo è la Gioia, che ricorda lo spirito ingenuo del Candide di cui si fa beffe quel “gufo” e professorone di Voltaire. Alla larga, per carità, dai filosofi che sanno solo criticare, privi di spirito positivo e di capacità di adattamento a un ambiente, che non può che corrispondere al migliore dei mondi possibili. Particolarmente temuto è, di conseguenza, il pensare astratto, che ci viene presentato come il maggior pericolo per la Gioia.

Così originariamente nella psiche del rampollo del sogno americano vi è un solo sentimento, la santa ingenuità di una fede che è fonte di gioia. Certo, poi compaiono anche gli antagonisti, con cui diverrà necessario fare i conti, oltre alla Rabbia, la Paura e il Disgusto già citati, abbiamo la Tristezza, ossia la potenza del negativo. Anch’essa però è un elemento tutto sommato estraneo, alogeno, un pericoloso virus capace di mettere in discussione la candida fede nel sogno americano. Proprio perciò ci è raffigurata come un intellettuale europeo esistenzialista, ossia quanto di più lontano dal mito del “buon selvaggio” dell’americano medio. La Tristezza incarna, dunque, lo spirito del dubbio, dell’insoddisfazione, ma è uno spirito puramente negativo, capace di cogliere solo il bicchiere mezzo vuoto e, quindi, tutto sommato un peso morto che lo spirito positivo è costretto a trascinarsi dietro.

Anche la funzione positiva della Gioia, la sua indubbia autorità che gli consente da sola di egemonizzare la massa degli altri sentimenti, tutti potenzialmente negativi, dipende proprio dal contrasto con il momento negativo. In altri termini la grandezza del sogno americano appare realmente nel confronto con l’altro da sé, ossia con lo spirito distruttivo dell’esistenzialismo europeo, con il risentimento distruttivo dei rossi, con il disfattismo di chi è privo di fede nel sogno americano, con gli snob incapaci di cogliere gli aspetti positivi del grossolano ma sano populismo americano. Fuori del quadro restano, per non turbarlo, per non gettare un’ombra sulla candida fede, i mostri esterni del fondamentalismo e del totalitarismo, decisivi per far considerare, nonostante tutte le crisi, il sogno americano quale il migliore dei mondi possibili.

Si potrebbe obiettare che tale sogno appare ancora credibile soltanto a un ingenuo cittadino dell’America profonda, del tutto privo dello spirito critico europeo. D’altra parte considerando il panorama italiano c’è poco da rassicurarsi, anche qui in effetti l’orizzonte politico e ideale appare del tutto occupato dal grossolano populismo di destra, incarnato da Berlusconi, di centro, da Renzi, di sinistra, da Grillo, al di fuori del quale c’è la nuova barbarie dei Salvini e Casa Pound. Neanche il panorama europeo nel suo complesso appare maggiormente confortante, se pensiamo alla Francia troviamo l’apparente alternativa fra Sarkozy e Hollande, che ha creato come unica alternativa reale la barbarie dei Le Pen. In Germania abbiamo addirittura una fede così sconsiderata e acritica in un personaggio come la Merkel, alla quale si sono completamente genuflessi i socialdemocratici, che appare la tristissima versione tedesca di una brillante serie americana. Al di fuori di questo quadro appaiono unicamente: 1) l’ingenua fede di Tsipras e della maggioranza della sinistra europea di poter cogliere gli aspetti positivi nei programmi di austerità accettati come necessari, naturali; 2) l’aggressivo e barbaro populismo della destra xenofoba e fondamentalista.

Si dirà, tuttavia, che la classe media riflessiva europea ha comunque gli anticorpi necessari per considerare con il necessario scetticismo il sogno americano, propagandato dai prodotti della sua industria culturale. D’altra parte se le alternative da offrire sono le attuali, dagli ultimi film di Bellocchio, dei Taviani, di Garrone, per limitarsi al panorama italiano, c’è poco da star tranquilli. Anche nella sua versione migliore – l’estetismo elitario e furbetto di Sorrentino – la cultura del ceto medio italiano non appare affatto in grado di mettere in discussione l’egemonia del sogno americano. In primo luogo perché la capacità di egemonia populista delle masse di quest’ultimo non sarà certo messa in dubbio dai prodotti dell’industria culturale italiana e neppure da quella tedesca e francese. In secondo luogo perché anche se ciò fosse possibile non è detto che sia auspicabile. Siamo davvero certi che i Merkel, i Renzi e gli Hollande siano meno peggio degli Obama? Siamo davvero sicuri che il postmoderno dominante nel pensiero continentale sia meno reazionario del neopositivismo dominante negli Stati Uniti?

Il punto crediamo sia un altro, ossia elaborare una politica e una cultura realmente, ossia radicalmente, alternativa a quella proposta dalla “grande” borghesia americana e dalla “piccola” borghesia europea, anche perché è l’unico modo per rendere possibile e dare credibilità a un modello economico e sociale in grado di far uscire l’umanità dalla tragica alternativa fra un modo di produzione capitalista sempre più in crisi e la nuova barbarie fondamentalista e xenofoba.

Una reale e radicale alternativa richiede sia l’aspetto negativo, ossia la capacità di eliminare gli aspetti ormai irrazionali della tradizione, sia l’aspetto positivo, ossia la capacità di tesaurizzare gli elementi progressivi elaborati dalle generazioni passate. Nel caso manchi il primo aspetto, abbiamo le pseudo-alternative offerte dal riformismo, che tentano disperatamente di rendere presentabile e accettabile un assetto socio-economico e culturale-politico ormai obsoleto, che ostacola piuttosto che favorire un ulteriore sviluppo strutturale e sovrastrutturale. D’altra parte non bisogna nemmeno abbandonarsi allo spirito puramente nichilistico, per cui insieme agli aspetti obsoleti si pretende di cancellare anche le faticose conquiste del passato. In tal modo, con l’attitudine critica tipica dell’opportunismo di sinistra, non si mette seriamente in discussione l’esistente, in quanto non si ha di mira la sua razionalizzazione ma la sua pura e semplice negazione.

Tornando, in conclusione, all’oggetto concreto che ha occasionato questa riflessione, possiamo dire che dei migliori prodotti della più avanzata industria culturale capitalista dobbiamo cogliere sia i limiti, che ostacolano un indispensabile ulteriore sviluppo anche delle sovrastrutture, sia gli elementi comunque positivi, che indubbiamente contiene. Questi ultimi appartengono al patrimonio comune elaborato dall’umanità nel corso del suo contraddittorio sviluppo storico e non possono essere gettati via, per così dire, con l’acqua sporca.

Così, ad esempio, occorre criticare Inside out per la trama troppo poco complessa, per la soluzione piuttosto scontata della vicenda, perché le contraddizioni non sono sviluppate al punto tale da poter consentire un reale superamento dialettico dello stato delle cose esistenti. Occorre, dunque, mettere in discussione lo spirito essenzialmente conservatore del film, senza però criticare il fatto che sia dotato di una solida trama, che prospetti una soluzione, che faccia emergere delle contraddizioni ecc. In altri termini la critica all’industria culturale dominante, quella hollywoodiana, non può essere credibile e vincente se condotta nella prospettiva nichilista del post-moderno, che non critica, ad esempio, la non sufficiente complessità della trama, ma che mira a eliminare lo stesso plot, che non coglie i limiti della rappresentazione realistica del mondo storico e sociale, ma che pretende che l’opera esuli completamente da qualsiasi comprensione della realtà, che non lamenta il fatto che questi film danno troppo poco da pensare, ma invoca al contrario opere apertamente irrazionali.

31/10/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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