Joker, l’incubo americano

un film senza lieto fine, su un personaggio vittima di questa società che non cerca più l’integrazione ma la ribellione.


Joker, l’incubo americano

Joker è l’incubo americano. Il film di Todd Phillips merita più di una recensione: i motivi sono chiari a chiunque lo abbia visto. Il critico di “Rolling Stone” Peter Travers lo ha definito “da pugno nello stomaco” e certamente gli effetti sullo spettatore assomigliano molto a questa precisa sensazione fisica.

Tuttavia, se la sostanza della pellicola si limitasse a questo saremmo dinanzi all’ennesimo bel giocattolo, tecnicamente perfetto, del tipo dello “Sherlock Holmes” di Guy Ritchie del 2009 o il suo sequel “Gioco di Ombre” di due anni dopo. La costruzione di un meccanismo basato sulle leggi della fisica e dell’ottica che produce effetti per lo spettatore. È qualcosa di ammirevole nel suo genere, ma alla lunga il prodotto in serie diviene stucchevole e il genio si perde nel prodotto con tanto di garanzia per l’utilizzo. L’arte è visibilmente al servizio del modo di produzione.

Ma così non è questa volta: accade infatti che il clima di un’epoca forzi la mano alle case di produzione e apra un varco alla creatività. In effetti, il degrado dell’immaginaria Gotham City ci assedia e non è più negabile nemmeno dalle colline di Hollywood.

La forza esplosiva del Joker di Phillips non è nella splendida colonna sonora opera della violoncellista islandese Hildur Guðnadóttir o nella sapiente scelta delle musiche che accompagnano la trasformazione del personaggio da Arthur Fleck a Joker interpretata dal bravissimo Joaquin Phoenix. Non è nemmeno contenuta integralmente nella performance straordinaria dell’interprete, pur fondandosi su di essa: è nel contenuto!

L’oppressione e la rivolta sono madre e figlio

Phillips compie un’accurata rivisitazione del personaggio di Joker che pur rimanendo sostanzialmente fedele al testo del fumetto creato nel 1940 nella collana della DC Comics da Bob Kane, Bill Finger e Jerry Robinson, ci offre la possibilità di guardare la realtà finora occultata dai tanti film sull’eroe antagonista del Joker, ovvero Batman.

Il pagliaccio pazzo e criminale non nasce dal nulla e soprattutto non è tale: è il prodotto di una violenza inaudita subita a partire dalla nascita e non ha a che fare con la perversità della natura umana, ma con la scientifica ingiustizia della società classista statunitense, trasfigurata nella Gotham dell’inizio degli anni ’80. “Una risata vi seppellirà”, si urlava nei cortei del ’68. Joker mette in pratica la consegna politica e lo fa con una serietà sconcertante per la sua maschera: si incarica di seppellire i suoi oppressori dopo che una lunga serie di bastonature lo hanno condotto alla coscienza di non aver altro modo di esprimere il suo dolore e la sua solitudine.

“Non sono mai stato felice per un secondo nella mia vita” dice Arthur Fleck alla sua assistente sociale. Dunque, la sua è una rivolta: se ci si fa caso nel film nessuna delle vittime del clown è innocente, anzi ognuna di loro rappresenta una forma dell’oppressione che viene esercitata da una élite molto ristretta nei confronti delle sconfinate periferie di questo mondo.

Joker l’anarchico, Batman il reazionario

Joker è un difensore della propria classe sociale, ma non è un marxista. Non pensa a organizzare un partito o un’azione collettiva: viene invece riconosciuto come leader da un popolo provato dal taglio dei servizi sociali e pubblici e pronto all’insurrezione. Il pagliaccio è più che altro un anarchico individualista, ma è già moltissimo per i tempi che corrono.

È molto importante, in effetti, che nel 2019 venga realizzato un film su un personaggio che non ha lieto fine, che non cerca più l’integrazione in questo tipo di società; è l’esatto opposto del sogno americano: ne è coscientemente l’incubo. Phillips sotto questo aspetto compie una meritoria azione di disvelamento ideologico: mostra minuziosamente l’ipocrisia del mito del merito, ne fa intravedere le piaghe purulente sui corpi degli svantaggiati, l’implacabilità classista dei “padroni del vapore” protetti dai loro solidi cancelli nelle loro lussuose ville dei sobborghi.

In controluce, sul finire del film si comprende non solo il motivo della rivalità con “il cavaliere oscuro” Batman, ma soprattutto la natura di classe e reazionaria di questo eroe dei fumetti DC. L’uomo pipistrello per motivi familiari sarà condotto a difendere un ordine sociale ormai insostenibile dalla maggior parte della popolazione di Gotham.

Phillips e Phoenix

Una menzione finale va fatta per il regista Todd Phillips e l’attore principale di Joker, Joaquin Phoenix. Phillips finora si era contraddistinto soprattutto come regista di commedie e quindi è ancor più da segnalare il salto di qualità compiuto con questa ultima opera che inserisce una personalità deformata all’interno di un preciso contesto sociale. Phoenix è da parte sua magistrale: interpreta Joker con una fisicità impressionante, tanto più che riesce a farlo accompagnandone ogni fase dello sviluppo del personaggio. Un’interpretazione totale che costituisce un atto di dolore e di consapevolezza umana.

01/11/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Stefano Paterna

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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