La la land, Arrival, Così fan tutte nei tempi di Trump

Tempi bui per cinema, teatro e critica: un film mediocre totalizza 14 candidature all’Oscar, un film reazionario convince la critica di sinistra e una pessima opera teatrale non smuove la critica


La la land, Arrival, Così fan tutte nei tempi di Trump Credits: mymovies.it

La la land: un’aperta apologia del cinema americano al tempo della caccia alle streghe valutazione: 5/10

Sebbene si tratti di una produzione indipendente, sebbene il regista sia molto giovane (32 anni) e praticamente sconosciuto al grande pubblico, La la Land dopo aver inaugurato il festival di Venezia, ha vinto la Coppa Volpi, è stato premiato come miglior film a London Critics, ha poi sbaragliato ai Golden globes, dove ha conquistato tutti i titoli più ambiti. E ancora, ha eguagliato il record mondiale del numero maggiore di candidature ai premi Oscar, dove si presenta come grande favorito. Infine ha ricevuto pieni consensi dalla critica, sia da destra che da sinistra, e ha avuto un grande successo al botteghino, persino in paesi come l’Italia dove i musical non sono certo fra i generi preferiti dal pubblico [1].

Gli unici giudizi negativi, che si distinguono dal coro unanimemente e acriticamente incensatorio, li abbiamo trovati fra gli spettatori meno conformistici e, così, pronti a rivelare la nudità dell’imperatore. Sono in genere gli spettatori spinti al cinema con elevate aspettative che escono poi perplessi di fronte a un film che non ha proprio nulla del capolavoro, né può essere certo considerato imperdibile.

Noi, che avevamo avuto il dispiacere di vedere e recensire il primo vergognoso lungometraggio di questo giovane regista (Damien Chazelle), Whiplash, tanto furbetto quanto profondamente reazionario, siamo andati al cinema pieni di pregiudizi negativi. Per cui alla fine il film non ci è dispiaciuto, anche se a tratti è indubbiamente noioso e la durata di oltre due ore è davvero eccessiva per un contenuto così misero. L’aspetto furbetto ha preso decisamente il sopravvento sul contenuto piuttosto reazionario del suo primo film, grazie al quale si era lanciato; probabilmente questo ambiziosissimo regista con la sua seconda opera mirava a conquistarsi consensi bipartisan, rimanendo quindi nel perimetro del politically correct.

Il film è il classico prodotto ben confezionato e culinario, tipico prodotto di punta dell’industria culturale, di pura evasione, il cui effetto narcotizzante e anestetizzante è mascherato dal tono di film d’autore, la cui apologia del sistema si nasconde nella forma apparentemente critica del rimpianto romantico per i bei tempi perduti per sempre, dell’elegia per l’ingenuo amore giovanile sacrificato in nome del successo. Si tratta però di un puro vezzo intellettuale, di una nostalgia e di un rimpianto passeggero e sostanzialmente ipocrita, dal momento che il successo personale, la realizzazione all’interno del sistema, resta l’obiettivo fondamentale la cui accettazione rappresenta un segno di maturità.

Anche la fuga nel sogno di cartapesta hollywoodiano, dinanzi alla brutalità di un presente dove domina la più smaccata esaltazione degli spiriti animali del capitalismo, la più volgare apologia dell’imperialismo, il ritorno del fascismo con tutto il suo squallore, mostra tutta l’inconsistenza dell’opposizione dello star system a quel Trump che presenta il vero volto oscuro di un sistema in fase di putrescenza avanzata.

Altrettanto miserrima è l’alternativa che viene offerta nella forma di una melensa idealizzazione dell’industria cinematografica degli anni cinquanta, normalizzata con la violenta epurazione di ogni voce critica e dissonante mediante la fobia anticomunista del maccartismo, tutta presa a dar credito al mito americano del self made man.

Arrival: una riproposizione in salsa fantascientifica delle tesi del tardo Heidegger valutazione: 5/10

Denis Villeneuve sacrifica tutta la credibilità che si era conquistato con un’opera tutto sommato critica e coraggiosa come il Sicario, per affermarsi pienamente con questo modesto film nell’industria culturale statunitense. Il film ha totalizzato la bellezza di 8 candidature ai Premi Oscar, 2 candidature ai Golden Globes e 1 candidatura ai London Critics ed è entrato nella top ten al botteghino.

Tale successo è apparentemente un ottimo e inatteso risultato per un film che pretende di dare molto da pensare al proprio pubblico e che nella sua lunga durata di quasi due ore corre fortemente il rischio di annoiare. Tanto più che il film si presenta come radicalmente critico con lo spirito del tempo, incarnato dalla versione yankee di Berlusconi. Nel film il totalmente altro, il più radicale straniero immaginabile, l’extraterrestre presentato in forma assolutamente non antropomorfa, non solo non viene nel mondo “civilizzato” con intenzioni aggressive o predatorie, né tanto meno viene per sfruttare le “nostre ricchezze”, ma viene a portare un dono all’umanità. Un dono così inconcepibile all’attuale potere costituito che non può che confonderlo con un’arma, in quanto preda di un linguaggio, ovvero di una cultura tutta improntata a vedere nell’altro un pericoloso concorrente, sempre pronto a volersi imporre su di noi, nella spietata lotta per la concorrenza.

Ma qual è questo meraviglioso dono che ci portano questi esseri superiori oltre umani? Non è nient’altro che il frutto avvelenato confezionato dal più reazionario fra i pensatori moderni, ossia il nietzschiano eterno ritorno dell’identico, il cui scopo è di eliminare alla radice la sola possibilità di un qualsiasi rivolgimento sociale. Ecco che il messaggio in perfetto stile umanitario degli extra-terrestri, volto in apparenza a superare le inutili e autodistruttive lotte fra i diversi popoli della terra, in nome della cooperazione reciproca per creare un mondo migliore, nasconde il mero accordo fra le classi dominanti di ogni paese, che superando utopisticamente il loro essere in realtà fratelli-coltelli, si uniranno per affermare fra gli uomini il nuovo verbo, ossia l’eterno ritorno. Così il ruolo apparentemente critico dell’intellettuale viene ridotto alla divulgazione di questo messaggio.


Nel film, con un perfetto rovescismo storico, vengono presentati come portatori della cultura aggressiva propria dello spirito dell’imperialismo proprio quei paesi che costituiscono oggettivamente il maggiore contrasto al predominio incontrastato dell’imperialismo statunitense, che è invece trasfigurato nel paese caposaldo della tolleranza, l’unico in grado di intendere e di tradurre nelle altre lingue il messaggio della cooperazione internazionale.

Infine, nel film ritroviamo in pieno gli stereotipi della torsione linguistica dell’ideologia filosofica contemporanea di matrice heideggeriana, che escludendo la possibilità di un’uscita storica dalle contraddizioni della modernità, considerata la sua struttura inesorabilmente circolare e, dunque chiusa e priva di sbocchi, si pone nell’attesa di una rivelazione della verità da parte di creature sovrannaturali, il nuovo dio che unicamente ci potrà salvare atteso dall’ultimo Heidegger. Tale disvelamento della verità, che ha un contenuto radicalmente anti moderno, si esprime nella forma mitologico-religiosa di un nuovo verbo, che non può essere inteso dagli strumenti della scienza, ridotta a puro pensiero calcolante, ma unicamente a chi si apre al primato dell’ascolto, in cui l’uomo da artefice del proprio destino è retrocesso a puro ricettacolo della rivelazione trascendente del Verbo. Tale linguaggio si presenta così non come dialogo, come strumento di confronto fra diversi, vòlti alla costruzione di una verità comune e storica, ma come puro e unidirezionale dono da parte di un’assoluta trascendenza a chi, abbandonati gli inutili strumenti della scienza e della tecnica, si piega all’accettazione dell’eterno ritorno dell’identico, il cui unico scopo resta l’essere-per-la-morte.


Così fan tutte al tempo di Trump valutazione: 3/10

Non è impresa facile rendere soporifero persino il brioso capolavoro di Mozart: Così fan tutte. Tuttavia, i continui tagli ai fondi dedicati alla cultura, in nome del profitto di una esigua minoranza di privati, riescono anche in questa impresa. A quest’ultima concorre la sottocultura dominante postmoderna che riduce tutto a una grottesca farsa.

La scena iniziale non poteva essere più emblematica: lavoratori del Teatro dell’Opera di Roma al freddo e al gelo a volantinare, nel vano tentativo di preannunciare ai distratti spettatori di quanto li attendeva in sala e più in generale nel prossimo futuro.

Sembrava tuttavia irrinunciabile poter assistere a un’opera tanto grande e così di rado rappresentata a Roma, nonostante i giudizi piuttosto critici dei competenti in materia e nonostante quanto si era potuto sentire dell’opera, musicalmente parlando, su Radio 3 la sera della prima.

Ma una scenografia e dei costumi quanto mai sciatti, ti portano subito a pentirti di non aver optato per una pizza in compagnia. Anche in questo caso, ci troviamo infatti di fronte all’ormai consueto tentativo abortito di attualizzazione di un’opera che cela, in realtà, la scarsità di risorse a disposizione, la sciatteria giustificata dal presunto gusto televisivo del pubblico e il pregiudizio postmoderno dell’assoluto arbitrio interpretativo nonché del minimal-qualunquismo.

L’opera, pervasa da un nonsense contemporaneo, è ambientata in un’aula scolastica e sembra lo scimmiottamento di un programma televisivo. La regia risulta pessima, il regista riesce a fare molto peggio di quanto aveva fatto per Mahagonny di Brecht e Weil, presentata al Teatro dell’opera di Roma lo scorso anno, segno evidente di una degenerazione dovuta all’avanzare della crisi.

In questa rappresentazione non vengono colti e messi in evidenza gli elementi sostanziali dell’opera di Mozart dietro i contenuti apparentemente leggeri, ma si rendono tali contenuti triviali. I due protagonisti maschili sono due rozzi buffoni e sfogano costantemente nel volgare. Le protagoniste femminili Dorabella e Fiordiligi sono insignificanti e prive di fascino. Don Alfonso manca di arguzia e raffinatezza e la cameriera Despina infastidisce per movenze e atteggiamenti senza garbo. Il canto e la recitazione sono pessimi, nessuno eccelle nel bel canto.

La direttrice donna si impegna molto, suona anche il forte piano, ma non brilla, anche se non stona come il resto dello spettacolo. I costumi sono assolutamente privi di gusto, con accostamenti di colori improbabili e di fattura scadente, una vera e propria onta per un paese come il nostro storicamente all’avanguardia per i costumi e per l’arte sartoriale, nonché per lo stile nell’abbigliamento.

La disgustosa messa in scena in completa sincronia con la completa assenza di stile dell’era trumpiana dovrebbe essere giustificata sulla base del sottotitolo del capolavoro di Mozart La scuola degli amanti.

Ciò dimostra come il regista e buona parte della sedicente critica, totalmente soggiogata dalla vulgata post-moderna risulta del tutto incapace di cogliere lo spirito rivoluzionario dell’opera mozartiana che, sotto le mentite spoglie di un puro e sublime divertissement inserisce una nettissima critica alla società ben pensante e patriarcale del suo tempo. Tuttavia, a dimostrazione ulteriore dei tempi bui in cui viviamo, sebbene gli elementi di radicale critica sociale dell’opera di Mozart siano di stringente attualità nell’attuale fase di restaurazione religiosa, il suo contenuto sovversivo sfugge completamente al regista e a buona parte della critica e del pubblico che gli dà credito. Al contrario alla sua uscita nel 1790 la sua carica sovversiva apparve immediatamente evidente agli stessi guardiani dell’ordine costituito che la censurarono, nonostante fosse stata commissionata dallo stesso imperatore.

La scuola sovversiva degli amanti dell’opera, imbevuta di spirito illuminista, insegna a considerare la donna non più come mero oggetto del desiderio maschile, come vorrebbe nuovamente ridurla l’attuale industria culturale, ma quale soggetto del desiderio. Al giorno d’oggi il senso comune ostaggio delle classi dominanti è talmente arretrato da considerare il tema del Così fan tutte come un dileggio maschilista della donna, dal momento che ogni tentativo di costei di uscire dal ruolo passivo di oggetto del desiderio maschile, è subito interpretato come il precipitare nella condizione della meretrice. Si riafferma così lo stereotipo patriarcale della donna o angelico e puro oggetto del desiderio maschile o come donna di facili costumi.

11/02/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: mymovies.it

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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