Recensione a Berlusconi Files di Pino Corrias

La recente, dolciastra  kermesse a reti unificate dedicata al terzo anniversario della scomparsa del politico-imprenditore brianzolo più volte capo del governo, rimanda a una stagione di radicale involuzione generale del nostro Paese, nella quale il Caimano ha interpretato allo stesso tempo il peggiore precipitato "autobiografico" dell’anima italica e l’agente propulsivo di carsica consistenza di una sua presa di possesso delle forme dell’immaginario di massa.


Recensione a Berlusconi Files di Pino Corrias

A ridosso della ridondante e querula commemorazione a reti unificate Mediaset del terzo anniversario della morte del fondatore della Fininvest [1], nel giugno di quest’anno, con le coerenti colate di caratteristico cattivo gusto e solita, dozzinale e ipocrita enfasi apologetica, esce una compendiosa biografia dell’Unto del Signore, che nel breve spazio poco di più di 150 pagine disegna e consegna un più che fotografico ritratto del personaggio, a un tempo tipico e originale, che è riuscito ad abilmente "agganciare" coscienze e comportamenti di milioni di italiani, in quella fase storica irretiti e frastornati dal disorientamento derivante dalle strozzature e infine dal precipitare implosivo della cosiddetta Prima repubblica. Ancora una volta, di essa prodotto e geniale fuoriuscita regressiva, secrezione tossica e ingegnoso piano di fuga conservativo, vera e propria manovra per linee interne delle classi dominanti, distillato di gattopardismo da manuale. Una biografia politica e una ricognizione "filologica", quella di Corrias, naturalmente, ma non priva di illuminanti, anche se sintetiche, notazioni esistenziali, che tendono a integrare un quadro fin troppo noto e certificato, in larga parte dovuto all’accumulo scientifico di dati, alla minuziosa, certosina e antesignana opera di investigazione/demistificazione documentale, legata al nome di Marco Travaglio [2] e risalente ai tempi in cui il Cavaliere muoveva i… secondi e terzi passi sulla via della conquista vera e propria (anche) del potere politico. Tempi, nei quali il volitivo e fantasioso avventuriero di Arcore navigava a vista nei sottoboschi e nelle sentine che contavano, in area nord-ovest, in attesa di individuare e cavalcare le circostanze "ambientali" più favorevoli alla costruzione del "sogno", che oggi il greve e pacchiano epigonentum familiare (e del boccheggiante Partito di Forza Italia, con piglio decisionista eterodiretto dagli eredi) si sforza di rianimare e riaccreditare in chiave edificante (anche in funzione dei periclitanti equilibri interni al governo di centro-destra, sempre, naturalmente, con l’occhio rivolto al cerchio magico afferente e alla perpetuazione del cospicuo patrimonio, materiale e simbolico).

Ed è l’icasticità della foto di copertina ad avviare convenientemente alla lettura dell’assai consistente volumetto, quasi condensandone iconicamente il senso generale, storico e persino psicologico: su uno sfondo impenetrabile e allusivo, una luce sapientemente proiettata dal basso sul volto assurto a maschera restituisce e chiarifica un dato esistenziale, umano, di gelida e "indifferente" protensione verso domini esterni da conquistare e divorare e di inquietante, sinistra progettualità, di trattenuta ma compiaciuta e minacciosa certezza di sé – un’anima, in apparenza più freddamente protesa alla conquista di una signoria di senso, a soddisfare un’impersonale pulsione animale che, com’è sensato immaginare (e come sappiamo), al banale e sguaiato arraffamento predatorio del parvenu audace, insaziabile e famelico, prodotto tipico e potenziato dell’Italietta che si traghetta frivola dagli anni Ottanta verso un futuro di disimpegno e feroce edonismo e che si è finalmente emancipata dai grigiori moralistici e dalle austerità bigotte delle narrazioni "berlingueriane". L’Italia, che asseconda e declina la propria craxiana modernità nei termini di "nani e ballerine", della scintillante e festaiola "Milano da bere", del nostrano e casareccio "arricchitevi" di facile e osmotica ascendenza reaganiana, purchessia e contro tutti, e in barba a ogni regola. Che fugge dunque beota e insolente ma sollevata dagli ideologismi soffocanti e seriosi degli anni Settanta, per concedersi agli afrori del lusso appariscente e posticcio, dello svacco estetico e delle notti bianche in discoteca - del quantitativo.

Silvio Berlusconi ne è per la sua parte eminente il condensato iperbolico e l’epitome, l’incarnazione e l’incarnato, che ne descrive l’arrogante vigenza e la plausibilità antropologica e suggerisce la liceità "morale", sdoganando i retropensieri più turpi e inconfessabili di un "sottosuolo" nazionale, prima tenuto a freno dall’elementare buon senso dell’ethos repubblicano (anche se a suo modo in mille striscianti modi già operante).

Tra gli anni Settanta e Ottanta il figlio dell’impiegato, poi funzionario, quindi vice-direttore e direttore, infine fiduciario dell’assai discussa Banca Rasini [3], fa il suo ingresso deciso e arrembante nell’agone economico. Prima, si è arrangiato e ha sgomitato: tra vendite canoniche del <Folletto> e crociere con la Costa come "intrattenitore di bordo”, prestazioni canore sulla costa romagnola e una laurea in Legge [4], viene costruendo la futura leggenda degli "esordi miracolosi che racconterà per tutta la vita" (p. 27), l’oleografia che contempla uno sfrontato e vorace self-made-man alla scalata del successo a ogni costo. È nella "Milano dei cantieri e del Boom” (p. 26) che l’animale da profitto fa il suo ingresso nell’edilizia, con capitali dei quali Corrias non fatica a ricostruire l’"ambiguità" e la torbidità criminale. Il suo dinamismo appare irresistibile, anche se non manca chi già all’epoca nota gli stridori di un profilo opaco e sfuggente [5] e i magheggi finanziari in bacini amicali quanto meno loschi. Il cui capolavoro coagulerà, anche simbolicamente, nella realizzazione della "città privata" Milano 2, investimento scabroso e pure vero e proprio "dispositivo ideologico", "modello politico", prefigurazione di uno stile di privatizzazione integrale della vita, secondo i dettami di una modernità, che curva, anche nel Bel Paese (ma in esso con una virulenza e volgarità affatto originali), verso le iperboli del più sfacciato egoismo proprietario. 

Se è vero che la "favola" verrà abbondantemente invalidata dai più che concreti sospetti circa la provenienza del denaro impiegato, (corroborati dalle dichiarazioni dei tanti pentiti di mafia, non ultimo Massimo Ciancimino, figlio del più noto Sindaco palermitano, Vito), è anche vero che il  travolgente work in progress berlusconiano non troverà requie e si farà travolgente, scandendosi e dilatandosi per successive incursioni nel mondo della finanza e dell’"industria" e sostanziandosi dei contributi di personaggi "di confine", adusi a intercettare utilmente le tante zone di illegalità del Paese, dando luogo a commistioni di ogni genere (che le cronache giudiziarie perentoriamente confermeranno). Fanno già qui la loro comparsa nomi e figure, che domineranno la scena pubblica contestualmente e dopo la "discesa in campo" politica, componendo il cerchio magico della corte arcoriana e implementandone in più sensi e direzioni le varie attività. Nomi noti e meno noti: dai consiglieri più prudenti, avveduti e presentabili, come Fedele Confalonieri e il romanissimo Gianni Letta, a figure sinistre come l’arcigno Cesare Previti (futuro, virtuale Ministro della Giustizia, ai tempi del primo governo del 1994, se non intervenisse d’autorità a scongiurarne la nomina il presidente della Repubblica Scalfaro),  o l’instancabile faccendiere siculo Marcello Dell’Utri, per estendersi alla folla di avvocati gratificati (e messi al sicuro) attraverso l’immunità parlamentare. Ma anche alle ancor meno limpide figure, che da tempo mettono in relazione l’asso piglia tutto della scena pubblica italiana con le realtà mafiose, dapprima palermitane, poi corleonesi (si pensi allo "stalliere" Mangano, ai fratelli Graviano, killer per conto di Totò Riina) [6]. Senza dimenticare il pregresso e precoce "colpaccio" dell’acquisizione, nel 1986, della decotta squadra del Milan, che, soprattutto dopo il rilancio della formazione e i rilevanti successi nazionali ed esteri, assicura al tentacolare neo-presidente un’estensione mirata e pervasiva dell’influenza in settori popolari, che si riveleranno utili al momento i mobilitare la corazzata politico-elettorale di Fininvest.

Le vie dell’egemonia sono infinite, ma il colpo d’ala dell’onnivorità di Berlusconi si dispiega nell’intuizione della crucialità del controllo e del possesso della comunicazione televisiva, tanto in termini prosaici di rendita pubblicitaria, quanto, nel tempo, in chiave di formazione e consolidamento del consenso. Certo non senza il prezioso e peloso apporto della stessa classe politica (il socialista Craxi, il repubblicano Mammì [7]) che, dapprima sfruttata senza ritegno per ottenerne favori (assai generosamente ricambiati), verrà poi bersagliata, ai tempi di "Mani pulite", dalla stampa d’area berlusconiana, per consentirgli di cavalcare l’onda dell’indignazione pubblica e infine accreditargli la verginità fondativa di una Seconda Repubblica, in un’acrobatica, paradossale e trasformistica personificazione del "nuovo" che avanza. Sono le televisioni a costituire il vero trampolino dell’assalto finale al potere da parte del Cavaliere [8] che,  circumnavigata in operosa e vigile apnea la stagione degli attentati ai magistrati del 1992/1993 (coi quali la mafia negozia la nuova alleanza con lo Stato e le "nuove" classi dirigenti, governando l’antipolitica in funzione squisitamente politica e scegliendo i giusti referenti), si produce nell’affondo definitivo che gli varrà il largo ventennio di dominio indiscusso della cosa pubblica italiana e delle neo-lingue del prosaico e del grassoccio [9], che ammannisce sotto la veste di un lessico liberato dalle rigidità della forma, del "vecchio". 

Il resto è cronaca e storia sovrabbondante e troppo scottante per poter o dover essere restituita sinteticamente. Cosa che Corrias fa in uno stile giornalistico impagabile, dove ironia e narrazione serrata, intanto ripristinano pezzi importanti di memoria collettiva, ma anche drammatizzano e condensano una delle stagioni più buie e involutive dell’intera storia della penisola, che la morte dell’attore principale non esaurisce negli effetti di medio-lungo periodo, coinvolgendo in profondità l’ethos del Paese e  ponendosi al medesimo tempo come sintomo tragicamente rivelativo di una malattia sistemica e fomite di ulteriore immiserimento (come mostra la colorita vicenda del governo Meloni ma, in generale, la curvatura "miserabilista" [10] dell’inane ceto politico nostrano), come esemplificano le falle e le defaillances del costume, i tanti prolassi del senso comune. In uno scenario culturale, del quale, va detto con chiarezza e determinazione non meramente filologiche, attivamente partecipa quel quadro politico già "di sinistra" alla ricerca di uno strapuntino purchessia che, dalla svolta "riformista" dell’89 e dall’acefalia progettuale derivatane, sul piano inclinato di una lunghissima, variamente articolata, subalternità culturale, si è in mille modi prestato ai trucchi e ai raggiri berlusconiani, credendo addirittura di poterlo abbindolare o blandire (come nel caso, patetico nella sua supponenza, della Bicamerale dalemiana e delle sue magniloquenti "riforme costituzionali condivise", contestualmente al solenne riconoscimento che "Fininvest era patrimonio del Paese") [11]. 

Basta pescare a caso, nel libro di Corrias, per rimanere annichiliti, specularmente, di fronte alla dabbenaggine  opportunistica di quel ceto politico, e alla caterva di nequizie, che il berlusconismo come stile antropologico e bramosia acquisitiva darwiniana ha partorito o lasciato dilagare, scatenando i sordidi bassifondi di un Paese, che da un lato ha mostrato un’eloquente disponibilità sentimentale a lasciarsene incantare, ritenendo di ricavarne "del suo", dall’altro, nel versante critico, ha reagito sempre e soltanto di rimessa, subendone la potenza di fuoco, e indebolendosi progressivamente, fino a rappresentare una parte sicuramente afasica e recriminatoria dell’immaginario del Paese e a costituire un gracile ectoplasma oppositivo patentemente indigente e privo di fantasia progettuale, sgomento al cospetto della vertigine caleidoscopica messa in forma dall’apparato e dalle iniziative dell’avversario [12].

Patente e sguaiato conflitto d’interessi, uso sistematico della tangente, pratiche osmotiche con la criminalità organizzata, guerra sistematica alla magistratura e applicazione metodica e capillare delle leggi ad personam, uso cinico e distorsivo dei canali televisivi (privati e pubblici) a fini di lotta politica, aggressione alle istituzioni dello Stato, esibizione oscena di uno stile di vita privato malato e zotico, corruzione indiscriminata esercitata a più livelli, arruolamento di intere fasce mercenarie d’intellettualità di bocca buona, di autori e attori riciclati, buoni per l’imbonimento televisivo, andranno a caratterizzare e sostanziare "l’era lisergica delle grandi bugie" (p. 79): la fase storica di costruzione di una narrazione, di un senso comune tossico e particolaristico, dal radicamento non episodico, coriaceo e duraturo. In realtà, Silvio Berlusconi "se n’è andato senza andarsene" (p. 11), e "lascia agli italiani un’Italia peggiore", in mano "a una destra che governa con tutto il suo campionario ereditato: il vittimismo, la propaganda, le sistematiche bugie, l’occupazione di ogni poltrona, lo scempio nella RAI, la guerra alla magistratura ( … ) aggiornando anche a suo nome l’uso politico dell’immigrazione e quello strumentale della paura, l’ossessione per la sicurezza, l’insofferenza per i conflitti sociali, l’obbedienza all’America, il silenzio davanti alle stragi di Israele in Palestina" (p. 156). 

Così, in questo prezioso promemoria ad uso di un’opinione media pigra e indolente, il sovrabbondante dato quantitativo e fenomenologico e l’affollata tempistica del concreto e molteplice dispiegarsi della tabe arcoriano-brianzola non vogliono limitarsi all’abbaglio attonito delle strapaesane pirotecnie etico-estetiche eversive messe in campo dall’Avventuriero nell’arco di mezzo secolo. Vogliono servire, sia "per chi c’era e chi non c’era" [13], in un Paese dalla memoria devastata dalle retoriche estenuate dell’eterno presente, a tutto abituato, prima di tutto a descriverne il lascito immediato in termini di società e vita politica quotidiana, gli effetti sui vari piani del governo del Paese e dunque gli esiti nella configurazione delle classi dirigenti. Ma, più radicalmente, a mettere a fuoco le implicazioni di lungo periodo sul piano della mentalità e dell’immaginario, del costume e del linguaggio, la valenza storico-epocale, dunque le coordinate della rivoluzione passiva che ha ricacciato indietro l’Italia di parecchi decenni, che ha rimodellato e immeschinito il senso comune, mortalmente inquinato tessuto e coesione sociale, accreditando l’homo oeconomicus, anche nella versione più triviale, dell’extra-territorialità morale, che ne fa il dominus della vita sociale, sottratto alla legge e a qualsivoglia giudizio, che non sia di divertita complicità.

Con Berlusconi, per la prima volta nella nostra vicenda comune, e a conclusione della lunga, conflittuale e creativa stagione post-resistenziale, in cui la dialettica tra forze sociali e politiche generava conflitto fertile e produceva cambiamento, l’Impresa si fa stato, salta la mediazione politica, assume la diretta gestione della vita collettiva e impone la sua visione del mondo a una società infantilizzata e spoliticizzata, sapientemente ammansita dai riti del consumo e inebetita dagli slogan pubblicitari.

Ma con Berlusconi, anche, come dato esemplarmente "autobiografico" in senso gobettiano, troviamo la paradossale ma salda conferma che questo Paese, che siamo sbrigativamente portati a considerare una sorta di Cenerentola, tra gli attori che contano e nelle grandi dinamiche mondiali, sa essere il laboratorio di escogitazioni a loro modo geniali dell’arte della sopravvivenza delle classi dominanti, le cui coazioni a ripetere proprietarie hanno già dato ampia prova di sé con il fascismo, invenzione tutta italiana. Nel suo piccolo, il "laboratorio" italiano, Davide sgusciante e sempre sorprendente, dà i numeri a qualunque Golia d’Oltreoceano. E lo stesso Trump, anche se duro d’orecchi, ha saputo trarne i giusti insegnamenti.

Note

[1] Dal suggestivo titolo Caro Presidente, ti racconto, curato dal fedelissimo Toni Capuozzo, impegnato, come racconta Lorenzo Giarelli ("Buono, empatico e pure filo-Israele: l’omaggio a Silvio tra balle e Star Wars", Il Fatto Quotidiano, Domenica 14 giugno 2026, pag. 5), in una non-stop in cui il "flusso di coscienza si trasforma in seduta spiritica e diventa un dialogo col caro estinto".

[2] Segnaliamo, per comodità documentaria, solo  L’odore dei soldi. Origini e misteri delle fortune di Silvio Berlusconi (con Elio Veltri, Roma, Editori Riuniti, 2001); ma si vedano anche  Le mille balle blu (con Peter Gomez, Milano, Rizzoli, 2006) e il libro-coccodrillo il Santo (Milano, PaperFirst, 2023).

[3] Intervistato in carcere dal New York Times nel 1984, prima di venire avvelenato con un caffè "zuccherato al cianuro", Michele Sindona "indicò la Rasini come una delle tre banche usate dalla mafia per il riciclaggio dei soldi, insieme con il Banco di Sicilia e la Banca Sicula di Trapani", pag. 28.

[4] Tesi in Diritto commerciale sul "Contratto in pubblicità per inserzione", che "gli vale un premio di cinquecentomila lire, dell’Agenzia Manzoni di Milano" (pag.26).

[5] Beneficiato da una delle prima inchieste, nel 1984, da parte di Giuseppe Turani su "L’Espresso", per il quale "Quello che più tardi si presenterà come un “costruttore di città”, in realtà compra le aree, ottiene i permessi, si fa la pubblicità e vende. Ma il mestiere del muratore lo lascia a imprese specializzate", prima di concludere, "è un finanziare senza soldi" (pag. 31).

[6] Sarà l’ex alleato di governo Umberto Bossi a parlare, nel 1996, de "il mafioso di Arcore", de "l’uomo della mafia" e a sostenere che "la Fininvest è nata da Cosa nostra", asserendo senza mezzi termini che le risorse del Cavaliere provengono "dalle finanziarie della mafia", pag. 85.

[7]"Le tv sono il bottino, alle leggi ci pensa Bettino", titola il suo paragrafo Corrias, pag. 41.

[8] Tale, nella formula "del Lavoro", l’onorificenza conferita nel 1977 da Giovanni Leone, poi soggetta ad autosospensione nel 2014 in seguito a condanna per frode fiscale, che gli ha risparmiato la procedura di revoca formale. Davvero curioso, ma ormai relativamente scandaloso, il fatto che il 31 maggio del 2024 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbia fregiato dello stesso riconoscimento la figlia Marina. 

[9] Si pensi alla funzione fondativa della mentalità incarnata da trasmissioni televisive come il "Drive In", della prima metà degli anni Ottanta, e al longevo "Maurizio Costanzo Show", in cui le "ospitate" di Vittorio Sgarbi avrebbero sdoganato e accreditato la violenza verbale come stile ordinario dell’interlocuzione.

[10] Ci serviamo volutamente del termine coniato da Mario Tronti nel suo La politica al tramonto (Torino, Einaudi, 1998).

[11] O quello, ancor più penoso, dell’ex magistrato ed ex presidente della Camera Luciano Violante "specializzato in equivalenze tra i tagliagole di Salò e i partigiani", che il 28 febbraio del 2022 "rivelerà (e rivendicherà) l’accordo stipulato fin dall’inizio con Berlusconi" (pag.80). "Sapevano tutti (a sinistra, NdR) degli oscuri esordi edilizi, dei patti siciliani, degli appoggi politici, dei conti esteri, dei debiti. E sapevano degli smottamenti morali, giuridici, culturali che il berlusconismo stava seminando. L’hanno tollerato fino a rimanerne affascinati e disarmati", pag. 15.

[12] Silvio Berlusconi "ha ipnotizzato la sinistra, che invece di combatterlo svelandone l’inganno culturale, politico, oltreché il disastro economico che incorporava, ha finito col cadere nella sua rete di menzogne. Per miopia, per timore. Per la comodità di averlo come nemico permanente, fino all’ultimo giorno utile, partecipando persino all’omaggio istituzionale del suo funerale, bel oltre i doveri del lutto e il rispetto del dolore della famiglia e egli amici", pag. 155. Il facile (e tardivo) bersaglio-feticcio Berlusconi è servito ai "riformisti" adattativi a spostare l’attenzione di un elettorato smarrito ma fidelizzato sul personaggio, aggirando la propria inadeguatezza strategica. 

[13] Come recita il pedagogico sottotitolo di copertina.



03/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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