Una bella mostra e due spettacoli segno degli attuali tempi oscuri

Una casa di bambola in scena al teatro Argentina, il Museo universale. Dal sogno di Napoleone a Canova alle Scuderie del Quirinale e lo spettacolo di danza contemporanea: Eredità Wuppertal.


Una bella mostra e due spettacoli segno degli attuali tempi oscuri Credits: particolare da Guido Reni, La fortuna con una corona, locandina della mostra Museo universale https://www.coopculture.it/events.cfm?id=579

Una casa di bambole di Henrik Ibsen, traduzione, adattamento e regia Andrée Ruth Shammah

con Filippo Timi, Marina Rocco, produzione Teatro Franco Parenti, Fondazione Teatro della Toscana, al teatro Argentina di Roma, valutazione: 3/10

Davvero un pessimo spettacolo, capace di banalizzare uno dei capolavori del teatro moderno, stravolgendone completamente il senso, secondo la più becera vulgata post-moderna. Così un grandioso dramma, un’imponente denuncia di una società sessista, una esemplare e purtroppo ancora attuale ribellione di una donna al ruolo subalterno in cui è imprigionata nella patriarcale famiglia borghese, diviene una banalissima commediola in stile televisivo in cui con un vergognoso rovescismo storico le vittime, ovvero le donne, vengono denunciate come oppressori, mentre gli oppressori, a partire dai maschilisti mariti borghesi, divengono le vittime.

Il tutto fondato su una interpretazione, a partire da traduzioni di traduzione, del grande classico moderno Casa di bambole, del tutto fuorviante e arbitraria, che stravolge completamente il sempre attuale capolavoro di Ibsen, in nome del vezzo postmoderno di saccheggiare a proprio uso e consumo le opere del passato, secondo una concezione tardo romantica per cui l’opera deve mettere in primo piano la personalità soggettiva dell’artista, in questo caso del regista. A ciò si aggiunge il vezzo dell’originalità a ogni costo, il culto per il nuovismo in quanto tale, la stolta fede nelle “magnifiche sorti e progressive” dell’epoca della volgarità, del machismo, dell’arrivismo, della brutalità del più becero bonapartismo al potere.

L’istinto conformista di adeguarsi all’esistente, alla restaurazione trumpiana, porta a confondere i più arcaici e retrivi pregiudizi sulla donna con il nuovo che avanza di berlusconiana memoria, utile per giustificare le continue vessazioni, storiche e attuali, del maschilismo imperante nei confronti della donna, che deve essere ricondotta al suo ruolo di subalternità, di riposo del guerriero per richiamare la barbara concezione di Nietzsche, non a caso considerato il profeta del post-moderno.

Ecco così che Nora, la magnifica protagonista del dramma di Ibsen, così tipica in quanto così ricca di sfumature e contraddizioni, diviene un monolite senza qualità, che riproduce tutti quegli atteggiamenti ridicolmente civettuoli propri di quelle donne che, come la pessima interprete, sembrano perfettamente immedesimarsi in questa caricatura della donna, imposta dai modelli televisivi fondati su un immaginario da ormai un trentennio colonizzato dal berlusconismo.

La riduzione di Nora al ruolo di bambola cui la società maschilista borghese tende a ricondurla, un ruolo che non gli appare più stretto e asfittico, ma che pare del tutto conforme alla sua indole civettuola, è funzionale a giustificare, naturalizzandolo, l’universo concentrazionario del patriarcato, il cui padre-marito-padrone torna a essere pienamente riconosciuto. Così il protagonista maschile, incurante del ruolo negativo che dovrebbe interpretare, di oppressore-carceriere, mediante un indispensabile effetto di straniamento, può al contrario impersonarsi pienamente nel suo personaggio, che può interpretare da mattatore, ponendo del tutto in secondo piano gli aspetti tipicamente negativi che avrebbe dovuto far emergere e criticare.

In tale miseria dei nostri tempi oscuri in cui siamo costretti a vivere non può che rimirarsi e riconoscersi la stessa parte preponderante del pubblico, quella palude conformista pronta sempre ad applaudire nel momento convenuto, mentre soltanto la parte più reattiva e consapevole del pubblico ha il coraggio di affermare il proprio dissenso con sonore bordate di fischi.

Eredità Wuppertal, l'omaggio a Pina Bausch in scena all'Auditorium Parco della Musica per il Festival Equilibrio, valutazione: 2/10

Uno squallido spettacolo, capace di evidenziare, amplificandoli al massimo, tutti gli aspetti contraddittori e postmoderni del teatro-danza di Pina Bausch, oscurandone completamente gli aspetti stimolanti, innovativi e rivoluzionari su cui sarebbe stato, forse, meglio tacere. Ne riferiamo unicamente per denunciare gli enormi danni prodotti dalla straripante e devastante privatizzazione della cultura, le cui strutture pubbliche sono completamente in balia degli spiriti animali del capitale, ovvero di quell’industria culturale famelica unicamente di profitti e funzionale alla piena riduzione del fenomeno artistico in una merce, per altro sempre più scadente, dal momento che si tratta di risparmiare sui costi per poter battere la concorrenza.

In primo luogo, è lampante il drastico taglio del capitale variabile, ovvero la manodopera, ridotta ai minimi termini. Due balletti su tre sono infatti interpretati da un unico artista e il terzo da due artiste. In tal modo quell’elemento corale così caratteristico delle migliori prove di Pina Bausch va completamente perduto. Inoltre, per risparmiare, si taglia su scenografia, luci, costumi, con la copertura ideologica del gusto minimal e di un’arte talmente povera da non avere più nulla di artistico.

Per massimalizzare i profitti si fa economia anche sulla qualità della forza lavoro: gli interpreti sono giovanissimi, con scarsa esperienza, e in alcuni casi danno l’impressione di essere debuttanti allo sbaraglio. Tale sensazione è accentuata dal fatto che lo spettacolo è stato venduto come un omaggio a Pina Bausch attraverso alcuni dei suoi principali ballerini, mentre in scena si sono visti interpreti che, non fosse altro che per ragioni anagrafiche, potranno aver fatto al massimo uno stage con la grande coreografa. Le esibizioni sono carenti non solo sul piano tecnico ma anche su quello coreografico. Così le grandi coreografie di Pina Bausch, cui si doveva fare omaggio, sono sostituite da “nuove” e “originali” con il risultato che abbiamo nel primo caso una coreografia dilettantesca, nel secondo culinaria, nel terzo pesantemente improntata al cattivo gusto del più becero postmodernismo.

Il risultato complessivo è talmente indecoroso, che l’unica interprete di una certa qualità, che probabilmente ha avuto realmente a che fare con la grande Pina Bausch, non se la sente proprio di apparire in scena in conclusione dello spettacolo con gli altri modestissimi interpreti, nonostante più volte invitata dalla sua partner. Nonostante ciò, il pubblico che ha gremito la sala all’inverosimile – la sete di profitto e la spesa principalmente volta a una pubblicità ingannevole, ha fatto sì che siano stati venduti moltissimi posti in piedi, che finivano necessariamente per intralciare le vie di uscita di sicurezza – e, in modo meccanicistico, con una pura pavloviana coazione a ripetere, ha applaudito, sforzandosi di illudersi di aver partecipato a un evento. Lo spettacolo era stato venduto infatti come un’occasione unica di vedere, per la prima volta in Italia, uno spettacolo che avrebbe fatto rivivere lo spirito di Wuppertal. Solo i più accorti però hanno avuto il buon senso di abbandonare la sala durante l’intervallo.

Museo universale. Dal sogno di Napoleone a Canova, alle Scuderie del Quirinale, dal 16 dicembre al 12 marzo, a cura di Valter Curzi, Carolina Brook e Claudio Parisi Presicce, valutazione 7/10

A differenza della maggior parte delle mostre che transitano per Roma – anche da questo punto di vista sempre più capitale degna di un paese in via di sviluppo – Il Museo universale nasce da un'ottima e originale idea, che dà indubbiamente molto da pensare allo spettatore. Inoltre per la buona qualità della maggioranza delle opere esposte, per la presenza di alcuni capolavori e di un numero molto limitato di “croste”, con funzione di riempitivo, la mostra assicura il piacere estetico e anche per questo andrebbe visitata.

La mostra prende spunto dal grandioso e utopistico progetto, sorto nella fase più radicale della rivoluzione francese, nel mitico 1793, di realizzare nella Parigi cuore del nuovo mondo moderno che si stava impetuosamente affermando, una esposizione universale delle principali espressioni di una storia dell’arte considerata finalmente universale, secondo quello spirito illuminista e cosmopolita che si era infine affermato e stava rivoluzionando lo stesso modo di pensare e vivere l’esperienza estetica.

Tale magnifica utopia ha conosciuto una sua, per quanto parziale e necessariamente riduttiva, realizzazione storica solo in seguito al colpo di Stato del Termidoro che ha cassato gli aspetti utopisti e universalisti della Rivoluzione, riducendoli nei soli limiti dell’affermazione della borghesia come classe al contempo dominante e dirigente. Ciò comporta la trasformazione della guerra rivoluzionaria, la prima grande guerra di popolo, a difesa della Rivoluzione, in una guerra di espansione e di conquista borghese. Tale guerra di aggressione, come aveva predetto e denunciato la Cassandra Robespierre, avrebbe portato necessariamente a un colpo di Stato militare che avrebbe stravolto gli ideali rivoluzionari in funzione di un regime neo-autoritario.

Così il sogno rivoluzionario di una esposizione artistica universale, quale espressione e affermazione dei grandi ideali universalisti che si erano affermati con la Dichiarazione dei diritti universali dell’uomo e del cittadino, già all’inizio della Rivoluzione francese, si realizza nella forma distorta del nuovo impero, che avrebbe dovuto riunire nella sua capitale i tesori dei popoli sconfitti. La traduzione a favore della borghesia non può che essere un tradimento dei grandi ideali universalisti della Rivoluzione francese, ma ne costituisce al contempo una, per quanto distorta, realizzazione storica.

Quest’ultima, per quanto distante dalla grande utopia, costituisce comunque un eccezionale sviluppo. Anche dal punto di vista artistico ed estetico, di contro alla concezione oramai reazionaria dell’ancien régime in cui l’arte o era ancora strumentalizzata dalla religione o era privilegio delle sole classi dominanti, si afferma la concezione borghese che rende, attraverso la fondazione di musei pubblici, l’arte fruibile da tutti. Questa concezione apparentemente democratica e laica dell’arte, ne cela i limiti liberali borghesi, che rendono reali i diritti solo per le classi possidenti, le uniche in grado di potersi permettere quella formazione del gusto necessaria a poter godere esteticamente dei grandi capolavori musealizzati.

Inoltre la grande utopia cosmopolita del museo universale si traduce, realizzandosi storicamente, nella rivoluzionaria affermazione tanto moderna quanto borghese del museo nazionale, al contempo tradita dalla tendenza strutturale della borghesia di stravolgerla in senso nazionalistico, sciovinista e proto-imperialista. Così le opere dei paesi arretrati dominati dalla progredita ed emancipata nazione francese vengono sottratti, per quattro soldi, a quei popoli ancora incapaci di intenderne il reale valore, a quelle classi dominanti sempre più ridotte a divenire un residuo storico.

In tal modo le opere sono fruibili pubblicamente solo dal popolo dei signori e sono sottratte ai popoli dominati, sfruttandone l’arretratezza culturale e sociale. D’altra parte dietro tale politica di conquista sul piano culturale, si cela al contempo l’astuzia della ragione, ovvero la diffusione anche nei più arretrati popoli di Europa – in quanto ancora incapaci di una rivoluzione – di quello spirito universalista della Rivoluzione francese, che porta a curare come bene pubblico il patrimonio culturale, sottraendolo all’incuria della sua riduzione a strumento di culto o di dominio aristocratico. Con esso si afferma nei popoli dominati, a partire dall’italiano, anche lo spirito nazionale borghese che porta a rivendicare le proprie opere sottratte con le buone o con le cattive da riunire e tutelare in musei che diverranno nazionali.

Il principale difetto della mostra è la realizzazione pratica del bel concetto da cui è nata, in cui sono state selezionate ed esposte in modo non molto razionale opere che in qualche modo hanno avuto a che fare con questi eventi storici. La presenza così frammentaria di opere appartenenti a epoche completamente diverse lascia necessariamente spaesato lo spettatore e non favorisce il godimento reale delle opere anche notevoli esposte, proprio perché appaiono totalmente avulse dal proprio mondo storico, che rappresentano in modo esemplare.

25/02/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: particolare da Guido Reni, La fortuna con una corona, locandina della mostra Museo universale https://www.coopculture.it/events.cfm?id=579

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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