I fisici pluralisti

Lo scontro fra naturalismo ionico e razionalismo, culminato nella scuola eleatica, porta alla mediazione consistente nella ricerca delle condizioni razionali di possibilità per una filosofia della natura


I fisici pluralisti

Link al video della lezione tenuta per l’Università popolare Antonio Gramsci su argomenti analoghi

I fisici pluralisti: immutabilità e pluralità del principio

Ragione ed esperienza

L’irruzione dell’eleatismo nel pensiero greco non è certo priva di conseguenze per il successivo corso della riflessione sulla natura. La filosofia di Parmenide sconvolge come un vero e proprio terremoto il modo di accostarsi all’indagine naturalistica, dimostrando che non sarebbe stato più possibile condurre la ricerca intorno alla natura con i metodi dei primi naturalisti: i filosofi ionici. 

Nel passaggio tra il VI e il V sec. Parmenide aveva spiegato che per un uso corretto della ragione bisogna distinguere l’essere dal non-essere. Dunque, il principio fondamentale di tutte le cose non può essere una sostanza che si trasforma in qualche cosa che prima non era, questa sostanza “deve essere”, ovvero deve essere completamente al riparo dal non essere, deve avere la caratteristica dell’immutabilità. Il requisito dell’immutabilità contrasta però con le spiegazioni dei fisici monisti. Se, per esempio, si assume come principio l’acqua, per spiegare che nella natura non c’è solo acqua occorre ipotizzare l’acqua che sia in grado di trasformarsi in tutte le cose, in questo caso il principio non sarebbe più immutabile. Gli eleati avevano risolto la questione considerando apparenze ingannevoli le cose che osserviamo, cioè non realmente esistenti.

La soluzione pluralista

Lo scontro fra naturalismo ionico e razionalismo, culminato nella scuola eleatica, porta alla mediazione consistente nella ricerca delle condizioni razionali di possibilità per una filosofia della natura. Questa strada hanno seguito i fisici del V secolo a.C.: Empedocle, Anassagora, Leucippo e Democrito. Si tratta di giustificare i fenomeni del mondo fisico, mostrando come essi possano venir spiegati con schemi razionali non contraddittori – in grado di reggere alle critiche razionalistiche degli eleati – e logicamente più consistenti di quelli sperimentati dagli ionici.

La filosofia della natura nel V secolo sintetizza le filosofie precedenti 

La sfida per i filosofi del V sec. consiste nel trovare un principio che soddisfi il requisito dell’immutabilità, ma al tempo stesso riesca “a salvare i fenomeni” ovvero a rendere ragione della varietà di cose osservabili in natura e della trasformazione e del cambiamento. Si elaborano così i princìpi che devono giustificare – secondo le caratteristiche di razionalità imposte dagli Eleati – e spiegare la realtà fisica nel suo insieme, gli elementi nel caso di Empedocle e gli atomi per Democrito. Tali princìpi sono eterni, ingenerati, inalterabili, sempre identici a se stessi come l’essere di Parmenide. Per spiegare la pluralità del mondo dell’esperienza i princìpi divengono molteplici, sei in Empedocle e infiniti per Democrito. Inoltre i fisici del V secolo recepiscono lo sviluppo costituito dalla filosofia di Eraclito e mettono in movimento i princìpi per giustificare il divenire. Infine a differenza del carattere logico-razionalistico del principio di Parmenide, opposto alla natura, i princìpi tornano a essere materiali come il mondo naturale di cui devono dar conto. Si tratta in sostanza di sintetizzare Parmenide con Eraclito, il principio immutabile con l’eterno divenire delle cose, reintegrare le osservazioni che derivano dall’esperienza nel metodo razionale, riconciliando l’essere immutabile degli eleati con la variopinta e cangiante natura indagata dagli ionici. 

I filosofi del V secolo ipotizzarono che a fondamento della natura vi sia una pluralità di elementi, per questo sono chiamati “fisici pluralisti”: questi elementi per Empedocle sono le radici, per Anassagora i semi e per Democrito gli atomi. Per costoro se i principi sono molteplici non si viola il principio dell’immutabilità come accadeva per gli ionici. Infatti, questi elementi sono capaci di “generare” tutte le altre cose semplicemente componendosi e scomponendosi tra di loro, dando luogo alla nascita e alla morte e, quindi, al divenire, che sono solo apparenti, mentre il principio persiste immutato, non si contamina con il non essere. In poche parole, in natura “nulla si crea e nulla si distrugge, ma si trasforma soltanto”.

Ciò che muta sono i fenomeni che derivano dal loro comporsi e scomporsi. Tali cambiamenti non sono irrazionali, ma riconducibili alle leggi immutabili dei princìpi. Non vi è dunque più opposizione fra verità e apparenza, ma ristrutturazione della verità in modo da farne il principio della generazione e, quindi, della spiegazione dell’apparenza. Non c’è più opposizione fra il livello superiore dei princìpi e il piano inferiore della realtà empirica, in quanto il divenire fisico deriva dai princìpi. I princìpi sono come i colori semplici con cui la natura, come il pittore, compone l’infinita varietà dei fenomeni. Ciò consente di spiegare razionalmente i fenomeni empirici, riducendoli, con opportune procedure logiche, ai princìpi da cui derivano. Certo, gli elementi violano altri requisiti che gli eleati avevano imposto all’essere, in particolare quello di unità e immobilità, ma per i fisici pluralisti ciò non intacca l’essere degli elementi.

Il superamento della contraddizione fra i concetti e la realtà empirica 

Così non c’è più opposizione fra questo livello superiore dei princìpi e quello inferiore della realtà empirica, in quanto il divenire fisico deriva dai princìpi. I princìpi sono come i colori semplici con cui la natura come il pittore compone l’infinita varietà dei fenomeni. Ciò consente di spiegare razionalmente i fenomeni empirici. Comprendere i fenomeni razionalmente implica ridurli, con opportune procedure logiche, ai princìpi da cui derivano.

La verità non è più opposta all’apparenza, ma ne dà conto 

Così l’opposizione fra uno e molteplice, identità dell’essere e divenire del mondo fisico non è più assoluta e inconciliabile. Così se Parmenide aveva dimostrato l’assurdità del nascere e perire, in quanto l’essere, il vero non può esser nato o morire, Empedocle, Anassagora e Democrito sostengono che il nascere e perire del mondo fisico sono solo apparenti, in quanto ogni mutamento è dato dall’aggregazione e scomposizione degli elementi primi, che sono eterni e sempre identici. Ciò che muta sono i fenomeni che derivano dal loro comporsi e scomporsi. Tali cambiamenti non sono irrazionali, se si sanno ricondurre alle leggi immutabili dei princìpi. Non vi è dunque più opposizione fra verità e apparenza, ma ristrutturazione della verità in modo da farne il principio della generazione e, quindi, della spiegazione dell’apparenza.

Certo, gli elementi violano altri requisiti che gli eleati avevano imposto all’essere, in particolare quello di unità e immobilità, ma per i fisici pluralisti ciò non intacca l’essere degli elementi.

I filosofi del V secolo: un clima culturale comune 

I fisici pluralisti non costituiscono una scuola nel senso proprio del termine e le loro ricerche sono dislocate in varie aree del mondo greco. Eppure, appartengono a un clima culturale comune, favorito dagli scambi commerciali e dal coalizzarsi delle città greche sotto la guida di Atene e di Sparta contro l’Impero persiano. Le teorie di questi filosofi si formano in un contesto storico costituito da una pluralità di città, ciascuna con la sua storia e le sue istituzioni, che interagiscono tra di loro, cooperano ma anche si fanno la guerra. All’interno delle stesse città, l’attività politica si caratterizza per l’interagire di una pluralità di opinioni, spesso contrastanti: è il modello ateniese della democrazia, che si impone nella Grecia del V secolo come principale forma di governo.

Il modo in cui i fisici pluralisti concepiscono la natura – una pluralità di elementi che interagiscono tra loro generando nuovi assetti e situazioni – presenta una significativa analogia con il funzionamento della società greca del V secolo. D’altra parte, il rapporto natura-società interessa questi filosofi, che indagano anche le caratteristiche degli esseri umani e la loro capacità di conoscere e agire, la loro tendenza a unirsi in società.

22/10/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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