La parabola dell’economia politica – Parte XXVII: Critica dei postulati del teorema neoliberista

I postulati su cui poggiano le teorie economiche neoliberiste sono irrealistici se non addirittura frutto della fantasia, però le politiche conseguenti vengono ugualmente imposte in quanto utili al sostegno dei profitti e alla conservazione del primato del capitale sul lavoro.


La parabola dell’economia politica – Parte XXVII: Critica dei postulati del teorema neoliberista

Nel precedente articolo avevo segnalato che la bocciatura delle politiche keynesiane da parte della scuola di Chicago anche nel breve periodo, discende dall'assunzione che gli investitori assumano le loro decisioni sulla base di “aspettative razionali” che inducono a prendere in considerazione la redditività di tali investimenti nel medio periodo. A questo proposito è bene discutere della razionalità di decisioni che si basano sui dogmi dell’economia ortodossa che vengono divulgati e diventano senso comune. Se il dogma divenuto senso comune ci dice che un dato titolo si apprezzerà, allora la massa degli speculatori scommetterà sul suo apprezzamento e quindi il mercato determinerà un aumento delle sue quotazioni in borsa, facendo sì che questa aspettativa si autorealizzi. Gli operatori sbaglierebbero ad agire secondo le loro intime e magari più ragionevoli convinzioni. Devono agire secondo quelle che ritengono siano le convinzioni del “mercato”, le sole che si autorealizzano, cioè quelle inculcate dagli economisti volgari, che indirizzano la condotta della generalità degli operatori. Così facendo saranno “razionali”, perché per un po’ le cose andranno proprio così, fino allo scoppio di qualche bolla che ripristinerà il primato della realtà sulla fantasia neoliberista

Cose analoghe avvengono nell’economia “reale”: si consigliano comportamenti e decisioni di investimento valutando le scelte statali di politica economica in base alla loro conformità o meno alle prescrizioni degli economisti egemoni. Vengono pertanto indotti comportamenti simili a quelli raccomandati e per un po’ le cose andranno proprio come previsto dagli economisti ortodossi. Nell’immediato essi avranno ragione e faranno un figurone. Salvo perdere prima o poi la faccia, come è accaduto con la crisi del 2008 che nessuno di loro aveva previsto [1] e che invece molti marxisti avevano annunciato.

Un altro valido aiuto alle politiche liberiste sono le agenzie di rating, che esprimono giudizi sulla bontà di un determinato titolo o del debito di un determinato Stato. Dette agenzie sono in conflitto di interessi, in quanto influiscono sul comportamento in borsa degli operatori e quindi sugli andamenti dei vari titoli, ma a loro volta operano nel mercato dei titoli, potendo tranquillamente scommettere sugli andamenti che esse condizionano. Ciò nonostante, il comportamento “razionale” induce a comportarsi come si comporta la massa, per quanto infondato sia questo comportamento, e quindi gli speculatori si adeguano a questi “autorevoli” giudizi. Anche in questo caso, però, l’abbaglio non dura indefinitamente: i più importanti fallimenti che hanno innescato la crisi del 2008 non erano stati previsti da queste agenzie o addirittura hanno investito imprese che erano state certificate come di grande solvibilità.

Per quanto riguarda il debito, i neoliberisti trascurano che gran parte di quello pubblico si è formato per arginare quello privato, ben più difficile da controllare, e che gli attacchi speculativi alle nazioni sono anche una conseguenza della avvenuta, deliberata perdita degli strumenti di programmazione economica, come per esempio il controllo della banca centrale cui, per esempio, le regole di Maastricht proibiscono di acquistare direttamente dallo Stato i titoli del debito pubblico, impedendo quindi loro di sottrarli alla speculazione, o come i controlli sui capitali, anch'essi vietati in quanto ostacolo alla “libera concorrenza”. Per non parlare del divieto di mantenere i monopoli pubblici, come per esempio nei servizi a rete, che sono uno strumento indispensabile per fare politica industriale. 

Altro argomento a sostegno di questa teoria è il commercio internazionale. Di fronte a un mondo che si globalizza, dobbiamo essere competitivi con i Paesi in cui il costo del lavoro è più basso, e quindi occorre ridurlo, per avere un “vantaggio competitivo”, a costo di deprimere la domanda interna, che si ritiene possa essere agevolmente sostituita dalle esportazioni. E poi, spianando la strada al capitale, svendendo beni pubblici, ambiente e Stato sociale, possiamo attrarre capitali. Anche in questo caso si dimentica che il gioco è a somma zero: il vantaggio di una nazione corrisponde allo svantaggio delle altre e, se guardiamo all’economia-mondo nel suo insieme, le perorate politiche ci conducono al risultato di una corsa al ribasso delle condizioni dei lavoratori e della qualità della vita e a una diminuzione complessiva della domanda.

Tutto il costrutto neoliberista si regge su alcune discutibili premesse [2]:

1) Il markup (saggio medio del profitto immutabilmente caricato dagli imprenditori sui loro costi) viene considerato un dato immodificabile. Sarebbe bello che gli imprenditori potessero caricare a loro piacimento i margini di profitto. E allora perché solo quello medio e non un ricarico maggiore? Basta ammettere al contrario che nel conflitto di classe sia possibile che i lavoratori ottengano più salari o ritmi di lavoro meno intensi a scapito dei profitti, così come Ricardo, Marx, Keynes e Sraffa ammettono, per far crollare la variante neoliberista alla curva di Phillips e con ciò tutto l'edificio neoliberista [3].

2) Si presuppone un mondo immobile, in cui le condizioni attuali sono immodificabili, come per esempio la libera circolazione dei capitali o l'assenza di interventi protezionistici. Basterebbe, infatti che si ammettesse la possibilità di mettere in atto vincoli politici al commercio internazionale o ai movimenti di capitale che il discorso sulla competizione internazionale attraverso il solo dumping salariale potrebbe essere messo in discussione. 

3) Si afferma che le decisioni di investimento sono sensibili alle aspettative di redditività nel medio periodo, quando è evidentissimo che nella realtà i manager delle grandi società hanno la “mission” di perseguire la massimizzazione dei dividendi, cioè la redditività a breve che determinerà anche la quotazione dei titoli posseduti. Questa infatti non corrisponde al valore dei beni materiali e immateriali facenti parte del capitale, ma alla capitalizzazione dei dividendi, come aveva già rilevato Marx [4]. Un esempio recente è il capitale azionario del Monte dei Paschi di Siena, pressoché (e ripetutamente) azzerato, rendendo necessario il reiterato intervento dello Stato per la ricapitalizzazione, pur in presenza di estese proprietà mobiliari e immobiliari.

Se vengono meno questi tre presupposti – e tutto autorizza a ritenere che vengano meno – resta ben poco del costrutto teorico neoliberista.

Tornando sul presupposto 3), in contrapposizione alla rappresentazione liberista, non mancherebbero elementi per dire che, ristagnando l’economia nel breve periodo al di sotto del suo potenziale, si riduce la base da cui rilanciare lo sviluppo nel medio e lungo, e quindi l’austerità è nociva sempre e comunque. Ma in realtà le cose non sono così semplici. Come è stato argomentato a proposito di Keynes, le politiche che sostengono la domanda attraverso la spesa pubblica, riducendo la disoccupazione e aumentando il potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati, aumentano tutte il costo della forza-lavoro (salario diretto, indiretto e differito) e con ciò deprimono il saggio del profitto, mentre le politiche che tendono a incrementare i profitti deprimono la domanda. La via da seguire all’interno di questa strettoia tra Scilla e Cariddi dipende dai rapporti di forza tra le classi. L’economia ortodossa sa bene da che parte stare.

È indubitabile che le politiche dei governi incidono fortemente sui rapporti di forza fra le classi, come per esempio attraverso la legislazione sul lavoro e sulla sicurezza sociale. Ed è altrettanto indubitabile l’egemonia della classe padronale sulle politiche degli Stati. Quindi limitarsi a rivendicare politiche riformistiche e keynesiane senza incidere sul modello economico e sociale porta alle sconfitte di cui abbiamo vaste esperienze.

La sudditanza dei governi agli interessi padronali spiega anche l’arcano del perché – nonostante gli evidenti fallimenti e alcuni ripensamenti teorici risalenti almeno a una decina di anni fa, tra cui quello dello stesso Friedman e del suo noto divulgatore, il francese Olivier Blanchard – le politiche economiche dei maggiori Paesi capitalisti, e soprattutto dell’Unione Europea, abbiano perseguito stabilmente le ricette di questa scuola.

Più recentemente i monetaristi, di fronte a una disoccupazione ben al di sopra di quella che essi considerano “naturale”, avevano ammesso la possibilità di aumentare le emissioni di moneta e di espandere il credito per contrastare la crisi, negando comunque la possibilità che gli Stati spendessero in disavanzo. È il caso del quantitative esasing di Draghi. Di fronte a un’economia ristagnante e alla deflazione, la Banca Centrale Europea (Bce) avviò programmi di acquisto di titoli pubblici presso le banche che li detenevano (non direttamente dagli Stati non sia mai! È proibito dalle regole dell’Unione Europea) con l’obiettivo di riportare il tasso di inflazione ai livelli desiderati, ridurre il tasso di interesse e per questa via rianimare la comatosa economia europea.

Ancora più recentemente, a seguito del perdurare della crisi, amplificata dalle chiusure conseguenti alla pandemia da Covid, è stato infranto anche il tabù del debito pubblico: gli stati si devono indebitare per aggredire il debito privato e sostenere le imprese, quelle più forti, perché le marginali, definite zombie, devono soccombere, in omaggio alla “distruzione creativa” di schumpeteriana memoria.

Alcuni esperti hanno sostenuto che questi interventi della Bce di Draghi (e della Federal Reserve) per immettere liquidità nel sistema rappresentino un superamento del monetarismo. In realtà, se pure costituiscono una deroga agli aspetti più insostenibili di questa ortodossia, proponendosi di rispettare comunque le regole di “stabilità” e negando la funzione anticiclica della spesa pubblica, si mantengono all’interno della logica generale del monetarismo. Si deve per esempio notare che lo stesso Draghi, annunciando l’avvio di questa straordinaria misura, l’abbia motivata con l’esigenza di riportare il tasso di inflazione a valori desiderati, dopo che siamo caduti in deflazione. Il governo della moneta è quindi finalizzato sempre allo scopo dei monetaristi. In più si dichiara che i governi devono proseguire le politiche di rigore dei bilanci pubblici e devono avviare una stagione di “riforme”. Sappiamo bene quali riforme intendono.

Infatti, non appena l'inflazione è cominciata a risalire, per effetto di speculazioni su alcuni prodotti prima e al mix fra tali speculazioni e le catastrofiche conseguenze delle sanzioni alla Russia poi, si è proceduto a una nuova, energica, stretta monetaria nonostante la consapevolezza che la recessione che si sta accompagnando all'inflazione sarà inevitabilmente aggravata da questa stretta.

Peraltro i dati macroeconomici indicano un netto peggioramento dell’economia nell’eurozona anche all'indomani dell'espansione monetaria e nonostante essa, a dimostrazione che la leva monetaria non è sufficiente a risolvere i nostri problemi.

Le regole di Maastricht sono pienamente conformi ai dettati monetaristi. Si è costruito un’Unione basandoci sulla moneta, una Bce indipendente dai governi e a cui è proibito acquistare il debito pubblico presso gli Stati. I parametri di Maastricht sul disavanzo e il debito rientrano a pieno titolo tra le politiche monetariste. L’impossibilità da parte degli Stati di ripristinare la competitività attraverso la svalutazione monetaria li induce a raggiungerla attraverso la svalutazione del lavoro. L’ispirazione teorica di queste regole è più che evidente. E infatti conseguenze di queste politiche sono state il progressivo riassorbimento delle conquiste dei lavoratori e dei diritti sociali, l’immiserimento di massa e l’accentuazione abnorme delle diseguaglianze economiche, sia all’interno delle singole nazioni sia tra Paesi ricchi e Paesi poveri.

Nel caso dell’Italia, siamo giunti al punto che solo dieci famiglie detengono un patrimonio che è doppio di quello detenuto complessivamente dal 30% delle famiglie più povere, che sono 18 milioni. Mentre l’economia italiana arretrava del 12%, quelle dieci famiglie hanno incrementato il loro patrimonio del 70%. I 18 milioni più poveri invece si sono visti ridurre la loro ricchezza in termini reali di oltre il 20%. I servizi sociali pubblici, che sono una componente essenziale del tenore di vita dei più poveri, sono stati falcidiati dai tagli. Le privatizzazioni a prezzi stracciati hanno aperto nuovi spazi per il capitale e i profitti. Le risorse “liberate” da questi tagli e dalle dismissioni delle proprietà pubbliche sono servite solo a risanare il sistema bancario.

È lampante che queste politiche invece di risanare il debito pubblico lo hanno fatto esplodere e non hanno promosso nessuna ripresa. Anzi, hanno approfondito la recessione fino al punto che il tasso di disoccupazione sta preoccupando perfino i più sfegatati liberisti. I “salvataggi” delle nazioni (come per esempio la Grecia) hanno in realtà salvato le banche creditrici a scapito della finanza pubblica che è stata chiamata ad alimentare il fondo salva-Stati. L’unica reale funzione di queste politiche è stata quella di sostenere la lotta di classe dal versante borghese, mentre ci raccontavano che la lotta di classe non esisteva più.

Sotto il neoliberalismo, il cittadino è convertito in un consumatore e le invadenti strategie di marketing ne determinano l'impoverimento culturale. In presenza di uno strapotere borghese nei mezzi di comunicazione e di formazione, diviene difficilissima ma ancor più indispensabile la battaglia delle idee per ricostruire un adeguato senso comune dei lavoratori e una loro piena presa di coscienza della funzione apologetica dell'economia politica borghese.

 

Note:

[1] Per esempio l'hedge fund (trattasi fondo speculativo ad alto rischio) Long-Term Capital Management, fallì clamorosamente nonostante fosse gestito da due premi Nobel dell'economia (cfr. D. Harvey, L'enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, 2018, p. 19). 

[2] Devo a Emiliano Brancaccio la denuncia di alcune di queste assunzioni necessarie ma irrealistiche venendo meno le quali crolla l'edificio. Cfr. E. Brancaccio, Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia, Franco Angeli editore, 2020.

[3] Secondo Marx Smith e Ricardo, guardando le cose dall'angolatura del capitalista, identificano prezzo di costo e valore con la conseguenza che il profitto viene spiegato come l’eccedenza del prezzo di vendita sul valore anziché l’eccedenza del valore sul prezzo di costo. In tal modo il plusvalore avrebbe origine nella circolazione, nella vendita della merce, mentre in realtà nella circolazione avviene solo la realizzazione del plusvalore, già esistente in potenza nel prodotto. Questo errore sussiste anche nei socialisti utopisti: “la superficiale concezione che il prezzo di costo delle merci ne costituisca l’effettivo valore, e il plusvalore derivi invece dalla vendita della merce a un prezzo superiore al valore […] è stata strombazzata da Proudhon [...] come la rivelazione di un segreto del socialismo”. Cfr. K. Marx, Il Capitale, Libro III, Ed Riuniti, 1989, p. 66.

[4] Cfr, per esempio K. Marx, op. cit., pp. 551 e 562.

11/11/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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