La parabola dell’economia politica dalla scienza all’ideologia – Parte VIII: Marx, il salario e l'accumulazione

Il salario appare come il compenso per il lavoro ma è la forma fenomenica con cui si manifesta il valore della forza-lavoro. Il capitale e la sua accumulazione poggiano interamente sullo sfruttamento del lavoro. La legge fondamentale dell'accumulazione capitalistica prevede la presenza di un esercito industriale di riserva. L'accumulazione originaria è basata sulla rapina.


La parabola dell’economia politica dalla scienza all’ideologia – Parte VIII: Marx, il salario e l'accumulazione

La funzione della teoria del valore in Marx

La teoria del valore, nell’analisi di Marx, è uno strumento per indagare i rapporti sociali e le caratteristiche specifiche delle società contemporanee e le sue “leggi di movimento”.

Nelle comunità primitive, così come avviene all'interno di una famiglia, gli uomini organizzavano il lavoro e lo ripartivano fra i vari obiettivi (per la produzione dei beni di consumo ritenuti maggiormente utili, per realizzare degli strumenti di lavoro, per la cura della prole ecc.) in base a una pianificazione, sia pur elementare, così come nella futura società comunista il lavoro verrà distribuito in base a un piano consapevole dei “produttori associati”. Nella società capitalistica, invece, l’allocazione del lavoro e la sua ripartizione fra i vari rami produttivi avviene in base alla legge del valore e al criterio di massimizzazione dei risultati individuali da parte dei singoli capitalisti. Il risultato complessivo è dato dalla somma di queste azioni non coordinate a priori e la smithiana “mano invisibile del mercato” non sempre funziona al meglio.

Caratteristica di questo modo di produzione, in cui predomina l’accumulazione di valore astratto, è che il processo lavorativo con cui si producono oggetti utili non è altro che il mezzo per tale accumulazione, mentre il fine è il processo di valorizzazione del capitale. La produzione, la realizzazione e l'accumulazione di plusvalore divengono fine a sé stessi. Vengono prodotti beni utili solo in quanto ciò è un mezzo per valorizzare il capitale. Il lavoro interessa solo come produttore di plusvalore, sorgente unica della valorizzazione del capitale, e la sua attitudine a produrre determinati beni utili, di valori d’uso, è solo una necessità per raggiungere lo scopo della valorizzazione del capitale. Quest'ultima è possibile perché è proprietà della forza-lavoro poter fornire un’eccedenza di lavoro rispetto a quello necessario per la riproduzione della classe lavoratrice. Questa eccedenza, definita in termini di lavoro astratto, è un elemento strategico, e ogni intoppo al processo di valorizzazione può costituire un elemento di crisi, come nel caso in cui il tentativo di produrre ricchezza astratta “dimentica” di produrre oggetti che corrispondono ai bisogni: solo bisogni solvibili, in quanto le classi sfruttate hanno sempre bisogni che non riescono a soddisfare, ma per il capitale contano solo i bisogni in grado di essere soddisfatti spendendo il reddito disponibile per l’acquisto di merci.

Incidentalmente va detto che – come ha sostenuto l’economista marxista russo IsaaK Ilijc Rubin [1] – la legge del valore non contraddice la determinazione dei prezzi di mercato secondo la regola dell’incrocio fra domanda e offerta. Il valore è una grandezza, un “centro di gravità” attorno a cui oscillano i prezzi di mercato. Se una data merce viene prodotta in eccesso rispetto alla domanda, certamente il prezzo di quella merce scende al di sotto del suo valore, ma in tal modo, non remunerando sufficientemente il capitale che l’ha prodotta, induce i capitalisti a produrne di meno, se possibile spostando capitali verso altre produzioni, finché il prezzo di mercato non coinciderà con il valore. Il contrario avviene se è la domanda che eccede l'offerta. L’interagire fra domanda e offerta è proprio il meccanismo attraverso cui si affermano prezzi di mercato determinati dal valore delle merci. Analoghi meccanismi, vedremo, porteranno alla determinazione dei prezzi di produzione.

Il salario

Alla superficie delle società in cui predomina il modo di produzione capitalistico il compenso del lavoratore appare come prezzo del lavoro, cioè l'entità di denaro corrisposta a fronte di una determinata quantità di lavoro. Esso, come tutti i prezzi, varia per effetto dell'interazione di domanda e offerta, ma oscilla sempre intorno al suo valore e coincide con il suo valore quando domanda e offerta si bilanciano. Dato che tale valore deve corrispondere al lavoro socialmente necessario alla sua produzione, attenendoci esclusivamente all'aspetto superficiale e mantenendo il presupposto dello scambio di equivalenti, ne deduciamo che il valore di una giornata di 8 ore di lavoro corrisponde a 8 ore di lavoro. Ma da questa tautologia non ricaviamo alcun progresso conoscitivo. Il lavoratore venderebbe il lavoro di 8 ore di lavoro per un valore corrispondente a 8 ore di lavoro e così scomparirebbe il plusvalore, quindi la produzione capitalistica.

Possiamo uscire da questo impasse se consideriamo che nel mercato si presenta non il lavoro, ma il lavoratore, il quale vende non il lavoro, non ancora posto in essere, ma la sua forza-lavoro. “Appena il lavoro comincia realmente, esso ha già cessato di appartenergli e quindi non può essere venduto da lui” [2].

Il “valore del lavoro”, al pari del valore della terra o del valore di un “prodotto finanziario”, è un'espressione che rappresenta solo la forma fenomenica di un rapporto sostanziale. Questa sostanza è il valore della forza-lavoro. L'economia politica borghese, fin dai classici, è rimasta alla superficie del fenomeno e così è andata incontro a contraddizioni insanabili.

Il valore della forza lavoro e il suo prezzo si presentano nella forma di prezzo del lavoro, di salario. Se l'orario giornaliero è di 8 ore ma il lavoro necessario alla riproduzione della forza-lavoro è di 4 ore, corrispondenti, per ipotesi a 40 euro, il salario di 40 appare come compenso per il lavoro di 8 ore (5 euro all'ora) ma in realtà contiene solo 4 ore di lavoro e le rimanenti 4 ore costituiscono il plusvalore. La cosa sfugge perché il salario può essere espresso anche come salario orario, nel nostro caso 5 euro all'ora. Ma in realtà anche in questa frazione della giornata lavorativa i 5 euro, cioè 1/8 di 40, rappresentano 1/8 di 4 ore di lavoro necessario, cioè a mezz'ora. 

La cosa appare ancora più opaca nel salario a cottimo. In questo caso il compenso è commisurato alla quantità del prodotto, per esempio 1 euro per ogni cesto di pomodori raccolto. Qui scompare anche la configurazione del tempo di lavoro speso oltre a quella del lavoro necessario alla riproduzione della forza-lavoro. Inoltre diviene invisibile che la merce venduta dal lavoratore è il funzionamento della sua forza-lavoro. Quello che si vede immediatamente è che viene venduto il lavoro già oggettivato nel prodotto. E che tale compenso dipende dalla capacità di rendimento del lavoratore.

In tal modo non viene espresso direttamente nessun rapporto di valore. Il valore del prodotto non è misurato mediante il tempo di lavoro e nel contempo il lavoro è misurato non dal tempo ma dalla quantità di prodotto. Tuttavia il singolo capitalista in questo modo ha l'opportunità di garantirsi che il tempo di lavoro speso nel prodotto della sua impresa non sia superiore a quello socialmente necessario, e possibilmente inferiore, perché sarà il lavoratore stesso, nel suo interesse a far sì che ciò avvenga. Inoltre il capitalista può risparmiare sulle spese per controllare i lavoratori, che si controlleranno da soli, sempre nel loro interesse e soltanto il tempo di lavoro contenuto in una determinata quantità di prodotti, stabilita a priori in base all'esperienza, è considerato tempo di lavoro socialmente necessario. L'esperienza consente di stabilire agevolmente quanto è il prodotto medio di un'ora di lavoro e su questa base stabilire il salario per un'unità di prodotto. Per esempio se mediamente un lavoratore raccoglie 5 cesti di pomodori all'ora, il salario medio sarà di 5 euro all'ora, come nel caso di salario a tempo. Solo che i lavoratori più produttivi della media guadagneranno di più, quelli meno produttivi di meno. Ma per il capitalista ciò non fa differenza perché per unità di prodotto esprimerà sempre lo stesso quantum di lavoro sociale medio e il salario corrispondente conterrà mediamente la medesima quantità, inferiore, di lavoro necessario facendo così rimanere uguale la proporzione fra salario e plusvalore, cioè il saggio del plusvalore.

Altro vantaggio per il capitalista è che il lavoratore, essendo ricompensato sulla base del proprio prodotto, ha la sensazione di maggiore autonomia e libertà e tende a sviluppare, anziché la solidarietà, la concorrenza con gli altri lavoratori. Per questo motivi Marx definisce il salario a cottimo come “la forma di salario che più corrisponde al modo di produzione capitalistico” [3].

Non c’è da stupirsi quindi se si stia subdolamente reintroducendo in vari contesti, sotto mentite spoglie (retribuzione di risultato, premi di produzione, smart working ecc.) il lavoro a cottimo.

L'accumulazione di capitale

Al livello di astrazione del primo libro del Capitale si presuppone che non vi siano problemi di realizzazione del prodotto e che esso quindi sia tutto venduto regolarmente al proprio valore. Né ci si occupa del fatto che il pluslavoro estratto ai lavoratori, fissato nel prodotto e quindi realizzato in denaro nel mercato, debba in realtà essere ripartito fra il capitalista industriale e una serie di altri capitalisti che compiono altre funzioni: il proprietario fondiario che offre l'immobile, il commerciante che interviene nel collocamento del prodotto sul mercato, il banchiere che fornisce il denaro al prestito. Come ciò avvenga è oggetto del terzo libro.

In questa sede Marx presuppone semplicemente che tutto il plusvalore venga intascato dal capitalista industriale o che quest'ultimo sia il “rappresentante di tutti coloro che partecipano al bottino” [4].

Perché possa avvenire l'accumulazione occorre che il capitalista, dopo aver venduto il prodotto, riconverta in capitale il denaro percepito con la vendita. 

Si ha la riproduzione semplice (ipotesi puramente di scuola) quando tutto il plusvalore viene consumato improduttivamente e viene riconvertita in capitale, quindi destinata nuovamente alla produzione, solo una somma corrispondente al capitale originariamente anticipato. A parità delle altre condizioni, la produzione potrà riprendere nella medesima scala. Il lavoratore ha prodotto e riprodurrà sia il valore dei propri mezzi di sussistenza sia il plusvalore di cui si appropria il capitalista. Pertanto, dato che le componenti del ciclo produttivo che si rianima ogni volta hanno sempre la loro fonte nel lavoro oggettivato il valore che gli viene anticipato come salario è stato prodotto precedentemente da un lavoratore. Andando a ritroso fino all'origine, troveremmo che il capitale non è altro che lavoro oggettivato di cui si è appropriato il capitalista. O, in altre parole, il capitale non è altro che plusvalore capitalizzato. Il capitale quindi, pone continuamente i propri presupposti, cioè l'esistenza di un fondo da ricapitalizzare, di mezzi di produzione e di consumo che appartengono a esso, e l'esistenza di lavori spossessati da tali mezzi e quindi “liberi” di vendere la propria forza-lavoro per sopravvivere. Viene riprodotto quindi non solo merce, ma il rapporto capitalistico stesso che si basa sulla separazione fra i lavoratori e le condizioni di lavoro.

Si ha invece riproduzione allargata quando anche il plusvalore, prescindendo dalla quota di esso che invece viene consumata improduttivamente, viene ritrasformato in capitale addizionale, consentendo l'acquisto di forza-lavoro e mezzi di produzione aggiuntivi per allargare la scala della produzione. Quindi anche l'accumulazione è il risultato del processo produttivo all'interno del complessivo ciclo di circolazione del capitale. 

Si può vedere che lo scambio di equivalenti, elemento basilare delle economie borghesi, è tale solo in apparenza. La parte scambiata con forza-lavoro è solo “una parte del prodotto del lavoro altrui appropriato senza equivalenti”. Dietro l'apparenza c'è che il capitalista trasforma in capitale una parte del lavoro altrui appropriandosene incessantemente senza equivalente. “La legge dell'appropriazione poggiante sulla produzione e sulla circolazione delle merci ossia la legge della proprietà privata si converte evidentemente nel proprio diretto opposto, per la sua propria , intima, inevitabile dialettica” [5].

La legge generale dell'accumulazione capitalistica.

Una parte del plusvalore accumulato deve essere impiegata nell'acquisto di forza-lavoro aggiuntiva la cui domanda quindi cresce col progredire dell'accumulazione, almeno in costanza di composizione organica del capitale. Laddove le esigenze dell'accumulazione superino la disponibilità di nuovi lavoratori, la domanda di forza-lavoro supererà l'offerta e i salari tenderanno ad aumentare. Citando Bernard de Mandeville, Marx sottolinea come la cosa preoccupi i capitalisti. Da un lato devono sostenere costi maggiori e vedersi assottigliare il plusvalore, dall'altro le condizioni più agiate dei lavoratori rendono la loro indole più “insolente e pigra”. In una “nazione libera” in cui è vietato lo schiavismo è indispensabile “una massa di poveri laboriosi”, sostiene il de Mandeville!

L'aumento dei salari può essere sopportato fino a un certo punto, fintanto, per esempio, nonostante tutto, la massa del plusvalore cresce, anche se meno che proporzionalmente rispetto al fondo salari. Diversamente l'accumulazione deve rallentare o modificare la composizione del capitale di modo che una parte di forza-lavoro venga espulsa dalla produzione. Questa massa di espulsi, un vero e proprio “esercito industriale di riserva”, costituisce una pressione dal lato dell'offerta di forza-lavoro riconducendo i salari a maggiore moderazione. La presenza di questo esercito, il pauperismo, costituisce quindi una necessità per il capitale. L'alternarsi fra la sua saturazione (parziale e temporanea) e la sua ricomposizione attraverso nuove espulsioni dal lavoro, contraddistingue l'accumulazione capitalistica. Quanto più aumenta la ricchezza sociale, tanto più accresce, insieme alla massa dei proletari, l'esercito industriale di riserva, pur fra oscillazioni dovute alla congiuntura, ai rapporti di forza ecc. Quando l'esercito di riserva cresce più dei soldati attivi cresce lo sfruttamento bestiale dei secondi e la miseria dei primi. Questa è la legge generale dell'accumulazione capitalistica.

Grazie ai progressi nella produttività del lavoro, una massa crescente di mezzi di produzione può essere messa in moto da una forza-lavoro decrescente, almeno in termini relativi. Quanto più alta è la produttività del lavoro, tanto maggiore è la disoccupazione e la pressione dei lavoratori sulle condizioni del loro lavoro. Con il progresso tecnologico la popolazione dei lavoratori cresce sempre di più delle necessità della valorizzazione del capitale. Non sono quindi i lavoratori che impiegano i mezzi di produzione ma i mezzi di produzione che occupano i lavoratori.

L'accumulazione originaria 

L'accumulazione di capitale presuppone il plusvalore. Il plusvalore presuppone il capitale. Si tratta di un circolo vizioso di cui occorrerebbe conoscere l'origine. Secondo le ricostruzioni apologetiche l'origine sta nella laboriosità, l'intelligenza e la parsimonia di pochi, che hanno potuto così mettere insieme un gruzzoletto iniziale, contro la dissolutezza e l'ozio dei più. Quindi i discendenti degli oziosi saranno condannati per secoli a scontare una sorta di peccato originale guadagnandosi il pane col sudore della propria fronte e i discendenti dei laboriosi potranno oziare e vivere del lavoro altrui, perché diritto e lavoro sono stati gli unici mezzi di arricchimento.

Questo nella fiction. Nella storia reale invece i metodi dell'accumulazione originaria grondano di ruberie, infamie e sangue. Il presupposto del capitalismo è che il denaro e la merce debbano essere trasformati in capitale, essere quindi separati dai lavoratori e appropriati da una classe non lavoratrice.

La struttura economica capitalistica è erede di quella feudale. Il lavoratore doveva prima essere liberato dalla coercizione della servitù della gleba o delle corporazioni ma anche dalla disponibilità del piccolo fondo che gli assicurava un minimo di sussistenza o del laboratorio artigianale. La servitù del lavoratore ha solo cambiato forma. Da un vincolo naturale, religioso o giuridico a un vincolo esclusivamente economico. I capitalisti industriali dal canto loro hanno dovuto soppiantare i vecchi signori con mezzi violenti: l'espulsione dei contadini dalle loro terre, il furto dei beni demaniali, l'usurpazione violenta della proprietà comune, il saccheggio delle colonie, lo sterminio e la riduzione in schiavitù delle loro popolazioni, l'usura più spietata. Il “sacro diritto alla proprietà” si è affermato violando la proprietà altrui. Concorsero a questo spossessamento le leggi sulle recinzioni dei terreni, quelle sull'abbassamento dei salari e contro le organizzazioni dei lavoratori, quelle contro chi si rifiutava di lavorare, la guerra dell'oppio ecc. In sintesi l'accumulazione originaria si risolve, nella maggior parte dei casi nell'espropriazione dei produttori e quindi nella dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale.

Ma non si tratta esclusivamente di una parentesi della storia, anche se contraddistingue prevalentemente la fase di passaggio dal feudalesimo al capitalismo. I rapporti di tipo schiavistico sono tranquillamente convissuti per secoli con il “libero mercato” e tutt'oggi perdurano, come per esempio con il caporalato in agricoltura a cui sono costretti decine di migliaia di migranti. Le popolazioni del terzo mondo vengono rapinate, quando è possibile attraverso le “leggi del mercato” e della finanza, altrimenti con la guerra per “esportare la democrazia” e “salvaguardare i diritti umani”.

(segue)



Note:

[1] I.I. Rubin, Saggi sulla teoria del valore di Marx, Feltrinelli editore, Milano, 1976.

[2] K. Marx, Il capitale, libro I, Editori Riuniti, Roma, 1989, p.587.

[3] Ivi, p. 608.

[4] Ivi, p. 620.

[5] Ivi, p. 639.

 

06/05/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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