La parabola dell’economia politica – Parte XXIX Il circuito monetario. Seconda e ultima parte

Seconda e ultima parte dedicata alla scuola del circuito monetario. Gli aspetti conformi alla teoria marxiana e quelli che se ne differenziano.


La parabola dell’economia politica – Parte XXIX Il circuito monetario. Seconda e ultima parte

Segue da La parabola dell’economia politica – Parte XXVIII: La teoria del circuito monetario - La Città Futura (lacittafutura.it) 

A questo punto è utile aprire una parentesi per rendere più comprensibile ai non addetti il ruolo degli scambi internazionali per determinare la solvibilità di uno stato. L’indebitamento pubblico avviene emettendo titoli di stato, che si impegna a pagare relativi interessi e a restituire alla scadenza il capitale prestato. L’entità del debito pubblico in un certo momento coincide con il cumulo dei debiti effettuati anno per anno coperti con emissione di titoli di debito e non ancora rimborsati. Gli interessi sono una componente importante della spesa e determinano un ulteriore fabbisogno di finanziamento. Pertanto la sostenibilità di un debito dipende in gran parte dal tasso di interesse. Prima che avvenisse il divorzio fra la Banca Centrale e il Tesoro, raccomandato dalle teorie neoliberiste, attuato per la prima volta in Italia da Ciampi, e facente parte delle regole di Maastricht, le banche centrali acquisivano i titoli che gli stati non riuscivano a collocare nel mercato. In questo modo, gli stati non avevano necessità, nelle aste di vendita, di aumentare i tassi offerti per collocare tutti i titoli del loro debito. Ora lo stato deve riuscire a vendere ai privati, esponendosi alle scommesse dei “mercati” sulla propria solvibilità. Il tasso di interesse a carico degli stati dipende quindi dai mercati.

In un’economia aperta il debito pubblico è connesso strettamente ai conti con l’estero (esportazioni – importazioni). Se chiamiamo Y il reddito nazionale netto, C i consumi, I gli investimenti, P la spesa pubblica, T la tassazione (quindi P-T = deficit del bilancio pubblico o avanzo se negativo), E le esportazioni, Im le importazioni (con E-Im = saldo positivo o negativo delle partite correnti con l'estero), il reddito nazionale sarà dato da

Y = C + I + P – T + E – Im

Se i conti con l'estero, E-Im, sono in rosso, e Y=C+I, cioè si realizza la condizione di equilibrio (risparmio uguale investimenti) di un'economia chiusa e con bilancio pubblico in pareggio, allora P-T deve essere positivo per pari, cioè deve realizzarsi un disavanzo di bilancio ai fini dell'equilibrio macroeconomico o, in altri tempi, lo stato deve acquistare il prodotto che non può essere venduto ai privati né nel mercato interno né all'estero. Infatti, qualora vendessimo all'estero meno di quanto compriamo ci sarebbe una parte del prodotto invenduta se non venisse collocata nel settore pubblico, attraverso una spesa pubblica superiore al prelievo fiscale. In tal caso quindi si deve ricorrere al debito pubblico se non vogliamo che l'economia cada in recessione. Un discorso opposto vale nel caso in cui i conti con l'estero siano attivi. In questo secondo caso si vende più di quanto si produce e quindi lo stato può praticare un prelievo fiscale superiore alla sua spesa, anzi, dovrebbe farlo per mantenere l'equilibrio macroeconomico.

I titoli del debito pubblico possono essere acquistati sia da soggetti nazionali che stranieri. Quando la bilancia commerciale E-Im è attiva, l’economia complessiva del paese è in credito verso l'estero, consuma meno di quello che produce e quindi risparmia ed è in grado da sola, senza il ricorso a prestatori stranieri (o meglio con un ricorso inferiore a quello con cui i nostri risparmiatori finanziano il debito degli altri stati), di assorbire i titoli del debito pubblico emessi. Quindi per il sistema-nazione a fronte di un debito dello stato c’è un credito dei privati che detengono i titoli.

In tal caso non è vera la narrazione secondo cui la nazione è indebitata e i nostri figli nascono con un debito sulle spalle. A a fronte del debito pubblico hanno un credito privato verso lo stato e verso l'estero. Che poi ci siano persone indebitate e persone che vantano forti crediti è altra faccenda che attiene alla distribuzione del reddito e non al debito pubblico in sé stesso.

Nel caso in cui la bilancia commerciale con l'estero sia invece passiva, necessariamente una parte dei titoli emessi saranno acquistati da soggetti stranieri. Infatti, consumando il nostro sistema economico più di quanto produce, non sussiste un risparmio interno sufficiente ad assorbire il debito pubblico. Quindi il tasso di interesse sui nostri titoli dipenderà dai mercati esteri e dalle opinioni degli speculatori sulla nostra solvibilità, con conseguenze sullo “spread”, il differenziale fra i tassi di interesse di mercato dei titoli pubblici italiani e quelli tedeschi. Tale differenziale consiste in sostanza in un premio che pretende chi acquista titoli assumendosi il maggior rischio di insolvenza di uno stato troppo indebitato. Quindi l’indebitamento dei privati con l’estero si traduce in un indebitamento dello stato con l’estero.

Poiché i pagamenti internazionali si fanno attraverso scritture di addebito e accredito fra le banche, il sistema bancario di un paese in disavanzo commerciale con l’estero risulta indebitato verso le banche straniere. A causa di ciò diminuiscono le riserve di valuta estera che garantiscono i debiti e le banche, specie se parte del credito concesso ai clienti che importano non rientra, vanno a rischio di solvibilità. Se il rischio è percepito i depositanti andranno a ritirare i loro depositi e le banche rischiano il fallimento. Ecco l'intervento dello stato a salvarle, trasformando il debito privato in debito pubblico il quale, anche in questo caso, è causato non dai “conti allegri” o da un eccesso di welfare, ma dalle prestazioni del sistema economico che non è in grado di essere competitivo nell'economia mondiale. Lo si comprende unendo le due circostanze che conti in rosso richiedono ai fini dell'equilibrio macroeconomico deficit di bilancio e che tale deficit di bilancio in tale situazione deve essere necessariamente finanziato col concorso dei prestatori esteri, esponendo lo stato alla crescita dello spread e quindi degli interessi passivi.

La cosa non si esaurisce qui. Uno stato membro con forti deficit nei conti con l'estero può uscire dall’euro per evitare che crescano ulteriormente gli squilibri determinati dalle rigide regole europee e per essere più competitivo attraverso la svalutazione monetaria. In tal caso può rinominare nella nuova moneta nazionale il debito precedentemente contratto in euro. Poiché la nuova moneta viene adottata per poter svalutare, i titoli di stato rinominati saranno soggetti a svalutazione. Lo spread diventa quindi più che un premio di assicurazione contro il default dello stato, che in realtà avviene in casi eccezionali, un premio contro il rischio che la nazione europea in disavanzo con l'estero esca dall’Euro e il debito si svaluti conseguentemente. Quindi la bilancia dei pagamenti incide sulla sostenibilità del debito pubblico.

Chiusa la parentesi e tornando alla teoria del circuito monetario, si può dire che nel capitalismo odierno, se resta vero che la finanza non crea valore, essa ne condiziona fortemente la formazione e la metabolizzazione. Ma il ruolo crescente della finanza, e la circostanza che buona parte del plusvalore realizzato se ne va in questo settore, non fa venire meno la legge del valore.

Anche il ruolo del credito era stato descritto da Marx nel secondo libro del Capitale, laddove tratta la circolazione del plusvalore. Dopo aver notato che “tutti questi mezzi [di pagamento] non sono sufficienti” e constatato che “una produzione addizionale di oro” o il baratto “diretto o indiretto con oro” sarebbero onerosi, in quanto “sottrarrebbero all’utilizzazione sociale una corrispondente somma di possibili addizionali mezzi di produzione e di consumo”, afferma che, diminuendo questi oneri, il credito “innalza la forza produttiva del lavoro sociale” e con ciò “aumenta direttamente la ricchezza capitalistica”. Con ciò “si elimina anche l’insulsa questione se la produzione capitalistica nella sua estensione attuale sarebbe possibile senza il sistema creditizio”, cioè con la sola produzione di “metalli nobili” (oro, in qualità di denaro) [1].

I punti di contatto fra la teoria del circuito monetario e il sistema analitico marxiano stanno essenzialmente nel carattere sequenziale degli scambi fra le classi sociali in cui il denaro non funge solo da medium ma gioca un ruolo fondamentale.

Il finanziamento iniziale alle imprese corrisponde al capitale monetario di Marx (D), l’acquisto di forza-lavoro (M), sempre astraendo dall'acquisto di mezzi di produzione, che in realtà è incluso nella fase D-M) non potrebbe avvenire senza tale finanziamento. Dopo il processo produttivo, la chiusura del circuito, la vendita e la realizzazione del prodotto (D’) includente il plusvalore sono subordinate a determinate condizioni che risiedono nella circolazione complessiva e non nella circolazione del singolo capitale. Oltre alle note condizioni indagate da Marx nei suoi schemi di produzione vengono ora introdotte condizioni di carattere finanziario, in parte anch'esse esaminate da Marx, ma di cui in letteratura si parla poco.

Inoltre, la teoria del circuito monetario considera meno rilevante l’acquisto dei mezzi di produzione – gli scambi fra capitalisti che per il sistema nel suo insieme si compensano, sono un gioco a somma zero – rispetto allo scambio fra capitale e forza-lavoro, l’unico che consente, mettendo in movimento i lavoratori, di produrre plusvalore.

Se si considera infatti l’insieme delle imprese come un unico settore aggregato, lo scambio al suo interno fra capitalisti non può creare plusvalore. Anche ove non si supponga uno scambio di equivalenti, i guadagni di qualcuno devono tradursi in perdite di altri e le due cose si compenseranno. Graziani afferma infatti che la “valorizzazione del capitale, per i capitalisti come classe, può derivare unicamente da scambi che i capitalisti effettuano al di fuori della propria classe, e quindi nell’unico scambio esterno possibile, che consiste nell’acquisto di forza-lavoro. Soltanto nella misura in cui i capitalisti utilizzano lavoro e si appropriano di una parte del prodotto ottenuto, essi possono realizzare un sovrappiù e convertirlo in profitto. [... Il profitto dei capitalisti] può nascere soltanto dalla differenza fra quantità di lavoro totale impiegato e quantità di lavoro che torna al lavoratore sotto forma di salario reale” [2]. I rapporti fra capitalisti riguarderanno solo il riparto fra di loro del plusvalore creato e realizzato.

Dopo avere visto alcuni tratti comuni fra la teoria del circuito monetario e il sistema di analisi di Marx, occupiamoci delle differenze più rilevanti. Secondo l’impostazione marxiana, la domanda complessiva, inclusa quella pubblica, non può precedere e determinare la produzione, almeno finché forza-lavoro e mezzi di produzione siano pienamente occupati dal punto di vista capitalistico, il che include naturalmente la disponibilità di un esercito industriale di riserva. A fronte di bisogni abbondanti, la domanda può essere soddisfatta solo se vi sono una produzione e una distribuzione adeguate. Il tempo di lavoro determina il valore di quella produzione e i profitti scaturiscono dallo sfruttamento del lavoro e sono investiti o consumati dai capitalisti. Perciò la domanda dipende dal reddito che è stato creato, non viceversa. Naturalmente, la tesaurizzazione, come rileva Marx, può far sì che la domanda sia inferiore al reddito prodotto, e in tal caso la produzione marcia al di sotto del suo potenziale, finché la crisi, non ristabilisce l’equilibrio violentemente.

I keynesiani e alcuni cricuitisti – non così, parrebbe, Graziani (v. nota 2) – non hanno una teoria del valore e considerano in maniera impropria l’identità fra domanda e offerta. Nell’ottica marxista sono i profitti il movente della produzione, ciò che guida le decisioni dei capitalisti. Se cadono, allora l’investimento cade e l’economia va in recessione, se crescono stimolano la crescita. Naturalmente, i profitti possono cadere anche in relazione a difficoltà di realizzazione e questo è il caso in cui le teorie circuitiste e keynesiane funzionano. Possono però cadere anche a prescindere da tali problemi, a causa delle modificazioni nella composizione del capitale (la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto) e in tal caso non ci sono immissione di liquidità o sostegno alla domanda che possano risolvere il problema, quando addirittura non lo complichino.

Si dà il caso che diversi studi empirici evidenziano che la tendenza storica alla caduta del saggio del profitto, dato incontrovertibile, è fortemente correlata al mutamento della composizione del capitale e risente molto meno, salvo che per gli andamenti congiunturali, della carenza di domanda.

Se i keynesiani fossero nel giusto, basterebbe adeguare il deficit di bilancio del governo per assicurare la crescita e la piena occupazione, a prescindere dalla diatriba se questo deficit debba essere finanziato stampando monete o collocando titoli del debito pubblico. Invece, e questo lo diceva anche Keynes, l’economia capitalista è pilotata dall’aspettativa del ritorno economico degli investimenti. Ma tale ritorno non dipende esclusivamente, e nemmeno prevalentemente, dalle dimensioni del deficit pubblico.

La teoria del circuito monetario, se fa un passo avanti rispetto a Keynes in quanto si avvicina all'impostazione marxiana della circolazione del capitale e riconosce il ruolo dello scambio fra capitale e forza-lavoro nella formazione del plusvalore – o sovrappiù come è di moda chiamarlo –, non oltrepassa la visione limitata che individua nella sola circolazione i problemi di questo modo di produzione.

 

Note:

[1] K. Marx, Il Capitale, libro II, Ed: Riuniti, 1984, pp. 362-3.

[2] AUGUSTO GRAZIANI, Riabilitiamo la teoria del valore (da I conti senza l'oste, Bollati Boringhieri, pp.235-240).

16/12/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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