Labriola

Le origini del marxismo italiano: Antonio Labriola e l’autonomia filosofica e politica del marxismo.


Labriola Credits: http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2015/06/antonio-labriola-il-filosofo-e-i.html

Segue da numero precedente / Link alla lezione

Le origini del marxismo italiano

A causa del ritardo nello sviluppo industriale, il marxismo si diffonde in Italia in ritardo rispetto ai più avanzati paesi dell’Europa occidentale. La classe operaia italiana nel XIX secolo è presente in pochi centri industriali del Nord, mentre tanto al Centro quanto al Sud domina la produzione agricola. Per tali ragioni lo scontento popolare per le modalità con cui si è realizzata l’unificazione del paese, senza intaccare i latifondi – per il tradimento delle promesse di riforma agraria sorte in particolare con la spedizione dei Mille di Garibaldi – è tesaurizzato dal movimento anarchico di ispirazione bakuniniana. Tuttavia i tentativi insurrezionali di quest’ultimo si dimostrano velleitari e destinati al fallimento, in quanto il movimento anarchico resta privo di un reale radicamento di massa, in particolare proprio nel meridione e anche nel resto del paese rimane patrimonio di ristrette cerchie di studenti e intellettuali.

Dall’anarchismo al populismo positivista

Dopo che il primo sviluppo industriale del paese favorisce la crisi e, quindi, il superamento delle concezioni anarchiche, si afferma anche in Italia la cultura positivista. Tende così a svilupparsi uno spirito di divulgazione scientifica e populista volto a educare ed emancipare le masse. Tale spirito populista, illuminista e pedagogico, più positivista che marxista, anima diversi intellettuali del tempo che, abbandonando le giovanili posizioni democratiche, si pongono alla testa del nascente movimento operaio, cercando di coniugare alcune semplificate tesi marxiste con l’evoluzionismo positivista, su cui si erano in generale venuti formando.

Vita, formazione e influenza della riflessione filosofica di Labriola

L’introduzione del marxismo in modo scientifico e sistematico in Italia verso la fine dell’ottocento, al di là del pur meritorio e diffuso compendio de Il capitale realizzato dall’anarchico Carlo Cafiero, è stato opera quasi esclusiva del cassinate Antonio Labriola (1843-1904), senza dubbio il primo rigoroso pensatore marxista italiano. Tuttavia, Labriola stesso giunge al marxismo in seguito a un lungo e complesso processo di formazione intellettuale, mosso – in questa instancabile ricerca – dall’interesse per le problematiche sociali del proprio tempo e dalla volontà di risolverne le contraddizioni, che apparivano nel modo più evidente nelle miserevoli condizioni di vita dei ceti subalterni. Allievo all’Università di Napoli del più significativo filosofo hegeliano del tempo, Bertrando Spaventa, dopo la sua adesione al socialismo nel 1876 Labriola si pone alla ricerca d’una filosofia volta a rendere intelligibile la «storia reale» degli uomini. Docente di Filosofia Morale a Roma, dove ha fra i suoi studenti Benedetto Croce, polemizza duramente con l’apriorismo etico delle scuole neokantiane, alle quali contrappone lo storicismo, che rinviene già nell’impostazione filosofica di Socrate e Spinoza. Influenzato dal positivismo allora dominante, si avvicina agli studi di psicologia di Johann Friedrich Herbart. Solo verso la fine del secolo approda al marxismo, anche in seguito a un significativo scambio epistolare con Engels (1890). Il suo principale contributo allo sviluppo del marxismo consiste nell’averlo ripensato come una concezione del mondo autonoma rispetto alla stessa cultura dominante del tempo. Labriola è stato, infatti, il primo pensatore italiano a contrastare in modo aperto l’egemonia culturale positivista e fra i primi a livello internazionale a contrapporre marxismo e positivismo. Ha perciò avuto un’importante influenza sulla formazione delle principali filosofi italiani del Novecento, in particolare su Croce, Giovanni Gentile e Antonio Gramsci.

L’autonomia filosofica del marxismo

Labriola, dunque, intende salvaguardare il nucleo scientifico del marxismo depurandolo dalle “incrostazioni positiviste”, dal darwinismo sociale [1] e dal socialismo utopista. Mirando a dimostrare l’autonomia filosofica del marxismo, di contro alle versioni volgari fino ad allora dominanti in Italia di stampo sociologico ed economicista, Labriola dà un contributo decisivo allo sviluppo dell’interesse per il marxismo ben al di là dei circoli socialisti, stimolando a studiarlo e approfondirlo anche i più promettenti giovani filosofi borghesi come Croce e Gentile. Paradossalmente, le sue teorie hanno avuto minore impatto sul giovane movimento socialista italiano, i cui dirigenti – decisamente meno formati e, perciò, fortemente influenzati dal pragmatismo scientista dell’ideologia dominante – tendevano a considerarle astratte riflessioni incapaci di tradursi in azione pratico-politica. La sua concezione storica e critica del marxismo avrà, invece, un notevole influsso sul più significativo marxista italiano: Antonio Gramsci.

I Saggi sulla concezione materialistica della storia

Il suo principale contributo allo sviluppo della teoria marxista è consegnato ad alcuni scritti del periodo 1895-1897, in particolare a quattro studi raccolti, dopo la sua morte, nei Saggi sulla concezione materialistica della storia (1905). Labriola muove dal presupposto che condizione necessaria per l’autonomia politica del socialismo è la sua compiuta autonomia teorica rispetto alle altre concezioni del mondo. A tale fine, sulla base dell’opera di Marx, egli intende dimostrare, in primo luogo, l’indipendenza della visione del mondo marxista dalla vulgata positivista dominante anche fra gli intellettuali socialisti italiani, individuando i concetti fondamentali che sono alla base d’una filosofia autonoma. In tal modo arriva a definire il marxismo una compiuta concezione della realtà, una filosofia della storia e un umanesimo radicale. Labriola si batte, perciò, senza posa contro le interpretazioni del marxismo ingenue e deformanti, contro i residui di socialismo utopista, contro i pericoli del darwinismo sociale che penetravano anche fra i quadri del partito, in nome di un comunismo critico fondato sul socialismo scientifico di Marx ed Engels. A tal fine si propone di riscoprire i presupposti filosofici del marxismo, a partire dalla dialettica hegeliana, per dargli, sulla base della lezione di Marx, maggiore concretezza storica. Lo stesso metodo hegeliano, in effetti, gli pare ancora troppo astratto rispetto alla concretezza del reale, del mondo storico per cui elabora un nuovo metodo che definisce “genetico”, affinché l’indagine storica della logica specifica di ogni fenomeno si sostituisca alle astratte generalizzazioni del pensiero speculativo. Tanto più che, a suo avviso, solo indagando nella propria specificità i diversi contesti storico-sociali sarà possibile individuare gli strumenti necessari alla loro radicale trasformazione.

Il marxismo inteso come uno “storicismo integrale”

La necessità di confutare ogni interpretazione semplificante del marxismo si lega in Labriola all’esigenza di fondare una prassi politica e sociale in grado di trasformare radicalmente la realtà esistente. L’obiettivo di Labriola era di contrapporre all’empirismo, alla base della prassi politica dei socialisti italiani, una teoria scientifica dell’azione politica e della rivoluzione. A suo avviso la politica del Partito Socialista italiano, massimalista nella teoria e riformista nella pratica, era in larga parte dovuta ai limiti teorici dei suoi dirigenti, che tendevano a considerare le leggi economiche e sociali come fossero leggi della natura. Tale cultura improntata all’evoluzionismo sociale, all’inarrestabile progresso scientifico e morale, era allora dominante non solo nel socialismo italiano, ma più in generale in tutti i partiti della Seconda internazionale. La maggior parte degli intellettuali socialisti tendeva a considerare la lotta di classe come il naturale sviluppo a livello sociale della lotta per l’esistenza teorizzata da Darwin come motore dello sviluppo naturale. Tendevano, per tanto, a considerare la stessa struttura economica, base materiale di un insieme sociale, come fondata su un complesso di leggi naturali, per cui non vi sarebbe contraddizione fra il materialismo storico e la teoria dell’evoluzione di Spencer allora dominante.

In memoria del Manifesto dei comunisti

Così, nel primo dei suoi Saggi sulla concezione materialistica della storia, intitolato In memoria del Manifesto dei comunisti (1895), di contro a tali tesi Labriola considera l’opera di Marx ed Engels non come una utopistica ricetta etica per la società dell’avvenire, o come una previsione cronologica dell’avvento del socialismo, ma come una previsione “morfologica” fondata su un’attenta analisi “genetica” della società borghese. Il saggio di Labriola nasce, in effetti, proprio con lo scopo di sottolineare il ruolo politico e teorico svolto dal Manifesto del partito comunista (1848). Labriola identifica «il nerbo» di questo scritto nella concezione della storia che esso esprime, la quale si nutre della capacità di cogliere la struttura morfologica di una società storica per fondare su di essa la strategia rivoluzionaria. Labriola ritiene, dunque, che il marxismo – per essere correttamente inteso – doveva essere considerato uno “storicismo integrale”, che consente di cogliere l’attuale assetto sociale come storicamente transitorio, per farne emergere le contraddizioni e, dunque, indicare la strada per la loro soluzione in un insieme sociale maggiormente razionale. Il marxismo deve infatti divenire, a parere di Labriola, una “teoria obiettiva della rivoluzione”, rompendo con ogni meccanicistico rapporto fra base economica e dinamica storica, per cui il marxismo volgare, fondato su di un materialismo rozzo, riteneva inevitabile il superamento del capitalismo. Dunque Labriola polemizza al contempo con il volontarismo idealista, che pretende di non tener conto delle condizioni oggettive ai fini della trasformazione radicale del reale, quanto con il meccanicismo economicista che riduce gli uomini a burattini i cui fili sono tenuti da categorie economiche che si sostituiscono alla provvidenza del cristianesimo.

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Note

[1] Tipico esponente di questa corrente di pensiero è stato in Italia Enrico Ferri (1868-1929), autore di un’opera che ha avuto notevole successo negli ambienti socialisti del tempo, dall’emblematico titolo: Socialismo e scienza positiva. Darwin-Spencer-Marx (1894).

09/09/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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