Per l’abrogazione della legge 107, per la riconquista di una scuola che istruisce

Dichiarazione finale della Conferenza Nazionale del 19 maggio tenutasi a Torino.


Per l’abrogazione della legge 107, per la riconquista di una scuola che istruisce

In 200 insegnanti, docenti universitari, dirigenti scolastici, genitori, personale ATA venuti dalle province di Torino, Asti, Alessandria, Novara, Cuneo, Milano, Brescia, Verona, Padova, Trento, Treviso, Venezia, Savona, Pisa, Roma, Catania, Palermo, con messaggi di sostegno da Genova, Bologna, Viterbo e Pescara, ci siamo riuniti oggi, 19 maggio 2018, a Torino nella Conferenza Nazionale per l’abrogazione della legge 107 e la riconquista di una scuola che istruisce. Al termine abbiamo deciso di costituire un Comitato di collegamento aperto a tutti coloro che vorranno aderire dalle nostre e da altre province.

Perché un “collegamento” e per fare che cosa?

Lungi dall’essere stata “neutralizzata”, la mal nominata “buona” scuola continua ad intaccare pesantemente i principi della scuola pubblica statale, e cioè la libertà d’insegnamento, il libero confronto e la collaborazione tra i docenti, l’uguaglianza dei finanziamenti alle scuole, il diritto alla cattedra e quello dei giovani all’istruzione, che viene addirittura sostituita con il lavoro gratuito. Non solo: mentre il problema del precariato invece di essere risolto si aggrava, dopo quello sull’INVALSI stanno per entrare in vigore i decreti delegati sugli Istituti Professionali, sulla fascia 0-6, sulla certificazione delle competenze e sull’inclusione che portano un nuovo colpo micidiale. Una macchina distruttiva è dunque in marcia, fermarla è più che mai urgente. Rinunciare a battersi per l’abrogazione immediata (con il mantenimento di tutti i posti *) vorrebbe dire accettare la “filosofia” di tutta la 107 e dunque accettare che la sua opera distruttiva prosegua.

Questa “riforma” non è tuttavia isolata. Parallelamente alle leggi e ai decreti degli ultimi vent’anni, si è infatti cercato di distorcere, offuscare, confondere, sminuire il ruolo fondamentale della scuola, che è quello di istruire, trasmettere cultura e farlo nel modo più universale possibile, come strumento di emancipazione, uguaglianza, progresso e democrazia. Le carenze e i problemi che certamente esistevano sono stati presi a pretesto per questa operazione. Mai come in questi vent’anni i governi hanno parlato della “centralità” della scuola, ma mai come in questi vent’anni il diritto all’istruzione è stato attaccato. Mai si è parlato tanto di “educare il senso critico” e mai si è addirittura teorizzata la rimessa in causa della base di esso: la conoscenza.

Lasciamo parlare i fatti.

I programmi nazionali uguali per tutti sono stati abrogati e le differenziazioni più preoccupanti hanno preso piede tra le scuole, le zone e addirittura i singoli alunni. Nello stesso tempo, una grande pressione si è esercitata per abbassare il livello dell’insegnamento, anche attraverso le Indicazioni Nazionali, e per imporre modelli pedagogici prestabiliti. Generiche e standardizzate “competenze” e la moltiplicazione di “progetti” tendono sempre più a prendere il posto dell’insegnamento sistematico delle discipline, mentre il dogma dell’“innovazione” viene assunto come un valore assoluto slegato dai contenuti culturali. E’ lo stesso ruolo dell’insegnante ad essere ormai rimesso in causa, spinto a diventare una sorta di animatore, organizzatore, “veicolatore”, un misto tra assistente sociale e educatore che infine, con l’alternanza scuola-lavoro, accompagna i ragazzi nella sostituzione dell’istruzione con il lavoro. Mai si è parlato tanto di “inclusione”, ma mai come negli ultimi anni i diritti dei più deboli sono stati rimessi in causa.

Nel frattempo, le scuole vengono spinte a cercarsi finanziamenti e a stipulare gli accordi più incredibili con supermercati, ditte, sponsor. Il linguaggio del mercato ha preso il posto del dibattito pedagogico e spesso gli stessi indirizzi didattici e pedagogici vengono dettati dall’esterno. Gli attacchi che oggi docenti e presidi subiscono a tutti i livelli sono anche il frutto di questa politica che tutti i governi hanno portato avanti, seguendo le direttive dell’UE che spingono apertamente la distruzione dei programmi, dei diplomi e della conoscenza a favore di “competenze” quali lo “spirito di imprenditorialità”, riducono la scuola ad una tra le tante “agenzie educative” mettendo sullo stesso piano l’istruzione “formale” (la scuola) con quella “informale” (andare al cinema, frequentare supermercati, viaggiare e naturalmente... lavorare), incentivano la scuola “per progetti” contro la scuola della Repubblica, come nel caso dei PON.

Contro questo scenario, in questi vent’anni si sono sviluppati a più riprese grandi movimenti e nell’ultimo periodo diverse voci di intellettuali, docenti universitari, insegnanti, associazioni si sono levate con appelli e prese di posizione. Esiste e resiste dunque, nonostante le difficoltà e gli ostacoli, una volontà di difendere e riconquistare la scuola per ciò che dovrebbe essere.

Chi ha paura dell’istruzione? Forse chi promuove la precarietà, lo sfruttamento, l’attacco ai diritti ? Una cosa è certa: da sempre, un popolo istruito e non “addestrato” è un popolo che fa paura. “Tutto ciò che la società ha compiuto per se stessa è posto, mediante l’istruzione, a disposizione dei suoi membri futuri”, scriveva John Dewey: rimettere in causa l’istruzione e tutto ciò che la garantisce per tutti, nella libertà culturale e pedagogica, senza condizionamenti esterni, vuol dire rimettere in causa il futuro dei giovani e la stessa storia dell’umanità, con tutte le sue conquiste.

Abbiamo allora prima di tutto bisogno di rinsaldare e allargare i nostri legami, approfondire le analisi, smascherare l’operazione in corso, tornare ai principi e affermarli. Per questo decidiamo di costituire il Comitato di collegamento e di assumere due prime decisioni concrete:

  • istituire una redazione nazionale di una rivista semestrale di analisi, libero scambio e cassa di risonanza delle tante iniziative, da pubblicare in formato libro cartaceo e e-book e diffondere nelle scuole, nelle università e tra i cittadini legati alla scuola pubblica statale. Il primo numero di questa rivista conterrà il resoconto integrale degli interventi della nostra conferenza;
  • organizzare una delegazione al governo, appena si sarà costituito, per l’abrogazione della legge 107 e il ritiro immediato dei decreti delegati. Abbiamo sentito in queste settimane diverse forze politiche criticare questa legge, ma mettere subito avanti altre “riforme” allarmanti e, ancora una volta, calate dall’alto. Conosciamo già questo metodo inaccettabile che tra l’altro ha sempre portato a peggiorare la situazione. Per questo, qualunque discorso che pretenda di parlare di “sviluppo” della scuola ha una premessa: abrogare subito la legge 107 per fermare i danni che sta portando.

Unitevi al Comitato, rafforziamo la rete di quanti vogliono difendere e affermare i principi della scuola della Repubblica: riconquista dei programmi nazionali fondati sulla conoscenza, difesa e riconquista della libertà d’insegnamento, difesa e riconquista degli esami e dei diplomi nazionali validi nel mondo del lavoro, ritorno ai soli finanziamenti pubblici alla scuola, abrogazione delle “riforme” distruttive degli ultimi vent’anni!

Inviare le adesioni a:

(*) Da un punto di vista tecnico è molto semplice, basta scrivere una nuova legge con un unico e corto articolo: "La Legge 107/2015 è abrogata, tutti i posti e i fondi ad oggi istituiti sono consolidati. I soldi per il "merito" e per la carta docente vengono dirottati su aumenti salariali uguali per tutti".

26/05/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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