Fenomenologia del Partito Comunista: trasformazioni politico-organizzative della forma partito nella storia dei comunisti d’Italia nel Novecento – I parte: La fondazione del Partito Comunista d’Italia

La nascita del Pcd’I con la scissione di Livorno va collocata nel contesto dell’Ottobre russo e degli altri avvenimenti mondiali pregressi (Grande Guerra) e contemporanei (fatti di Ungheria e Germania), nonché con il biennio rosso, l’avvento del fascismo e l’inadeguatezza politica dimostrata dal Psi. L’evoluzione della linea politica del nuovo partito è condizionata dalle differenze tattiche di Bordiga e Gramsci e dal rapporto con la III Internazionale.


Fenomenologia del Partito Comunista: trasformazioni politico-organizzative della forma partito nella storia dei comunisti d’Italia nel Novecento – I parte: La fondazione del Partito Comunista d’Italia

Premessa: la forma partito tra espressione della fase storica e progetto di società

La tesi che intendo presentare e sviluppare, analizzando i processi storici e le elaborazioni politico-ideologiche dei comunisti d’Italia nel corso del Novecento (nei settant’anni di esistenza della forza politica che li ha organizzati, dalla fondazione del PCd’I nel 1921 allo scioglimento del Pci nel 1990, e nella diaspora via via sempre più centrifuga dei successivi trent’anni) è la seguente: le forme che i partiti comunisti in Italia (declino volutamente al plurale) hanno assunto nelle varie fasi storiche del XX secolo non rappresentano solamente modelli organizzativi che si adattano a una determinata condizione storico-politica in una determinata epoca (da cui vengono plasmati ideologicamente e condizionati politicamente), ma esprimono un progetto di società che si fonda su una visione del mondo (l’ideologia come coscienza di classe alternativa a quella dominante) espressa in principi saldamente radicati nella concezione scientifica della struttura produttiva, ma che viene permeata dalle trasformazioni dell’architettura delle formazioni socioeconomiche, dell’organizzazione dei rapporti sociali e politici nonché delle relazioni collettive di classe, dello sfondo etico-politico (l’ideologia del blocco storico dominante) che incardina il quadro costituzionale sul piano politico-istituzionale, e infine delle transizioni culturali e di mentalità (filosofica, artistica, valoriale).

Ciò significa che i partiti comunisti non possono essere né devono essere considerati – esclusivamente – macchine per la costruzione e la gestione del consenso (elettorale e politico), ma forme di organizzazione delle masse finalizzate ad attuare la transizione al socialismo attraverso la conquista del potere politico: tale processo di trasformazione si attua per i comunisti con il rivoluzionamento dello Stato rappresentativo e il passaggio a forme istituzionali espressione delle classi oppresse (secondo modelli consiliaristici: esempi storici i soviet, i consigli…), mentre per i socialisti riformisti si possono solo introdurre miglioramenti attraverso provvedimenti legislativi mirati, nell’ambito del modello rappresentativo parlamentaristico. Tale distinzione è fondamentale: per i comunisti non si tratta solo di organizzare il consenso per portare delegati e rappresentanti nell’assemblea rappresentativa parlamentare, ma di organizzare il potere nella società con modelli alternativi da radicare e far crescere nella struttura economico-produttiva; per i riformisti l’obiettivo è rafforzare e ampliare il consenso, anche con collegamenti sociali e sindacali, per ottenere rapporti di forza numerici favorevoli nelle assemblee rappresentative.

  1. Dall’incendio della Grande Guerra alla repressione dei tentativi rivoluzionari in Europa

La nascita del Partito Comunista in Italia avvenne nel fuoco della crisi del primo dopoguerra, a conclusione di una fase politico-sociale drammatica per il nostro paese, in un contesto internazionale segnato dalla rottura rivoluzionaria avvenuta in Russia, dall’aggressione delle forze imperialiste alle neonate Repubbliche Sovietiche (dal 1922 Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), dalla nascita del Comintern (Internazionale Comunista, o Terza Internazionale), dal “biennio rosso” europeo e da quello italiano.

Decontestualizzare la Rivoluzione d’Ottobre bolscevica dal grande conflitto che provocò il massacro di milioni di proletari in tutti i paesi europei ed extraeuropei – esercizio sempre più diffuso, ultimo caso il documentario/inchiesta di Ezio Mauro, La dannazione della sinistra. Cronache di una scissione, in onda su Rai 3 lo scorso 23 gennaio – significa nascondere la sollevazione delle masse popolari (contadini, operai, soldati) nella disastrata Russia del 1917 sotto al mero scontro per il potere politico tra le forze liberalsocialiste e i bolscevichi, riducendo lo scoppio rivoluzionario a una contrapposizione tra il governo provvisorio di Kerenskij, nato dopo mesi dall’abdicazione dello zar e fondato sui principi liberaldemocratici, e il partito bolscevico guidato da Lenin descritto come un’organizzazione finalizzata all’imposizione di una “dittatura”.

È la “narrazione” che si va sempre più imponendo e consolidando, quella di una violenza rivoluzionaria antidemocratica, che smantella le istituzioni repubblicane liberalcostituzionali appena costituite in Russia per imporre autoritariamente il dominio bolscevico: derubricare la “presa del Palazzo d’Inverno” e lo scioglimento della Costituente a colpo di Stato consente di fornire una rappresentazione minimalista dello scenario storico del Novecento, nonché di ridurre la Rivoluzione a un evento disorganico, esaltando i principi del “parlamentarismo rappresentativo” rispetto all’“autoritarismo” e alla violenza bolscevica.

In questo modo, contestualmente si può lasciar fuori la vera posta in gioco nella Rivoluzione d’Ottobre, cioè il titanico corpo a corpo ingaggiato tra la Duma liberalsocialista e le assemblee consiliari dei soviet, che apre la nuova fase del processo rivoluzionario dopo quello avviatosi nel febbraio/marzo che era stata guidata principalmente dal partito dei cadetti (liberali) e dalle organizzazioni socialiste mensceviche e socialrivoluzionarie. Ridurre a un putsch l’assalto al “Palazzo d’Inverno”, con la conseguente fuga di Kerenskij, significa mistificare la realtà: gli eventi di quelle settimane di ottobre/novembre hanno rappresentato plasticamente il “dualismo di potere” tra governo e istituzioni liberali e borghesi da un lato e la nuova struttura istituzionale, consiliare e popolare, dall’altro, l’impalcatura dello Stato operaio emerso dalla lotta di classe scaturita nella Russia provata dalla durezza della guerra contro gli Imperi centrali.

Le fratture interne al socialismo italiano

Analogamente, decontestualizzare la nascita del PCd’I nel 1921 dagli eventi che da quattro anni avanzavano (l’Ottobre del 1917, la nascita del Comintern nel 1919, i tentativi rivoluzionari in Ungheria e soprattutto quello degli “spartachisti” in Germania – quest’ultimo represso dal governo socialdemocratico di Ebert e Noske che fecero assassinare Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht all’inizio del 1919 – il “biennio rosso” ’19-’20 e l’occupazione delle fabbriche in Italia da cui scaturì non solo la scissione comunista, ma anche l’unificazione della galassia eversiva del Movimento dei Fasci di Combattimento nel Partito Nazionale Fascista che permise la scalata al potere di Mussolini) significa ridurre a una decisione ideologica e rigidamente dogmatica una scelta che si rivelò invece necessaria nel contesto delle vicende storiche, drammatiche e densamente di prospettiva per il Novecento. Inoltre, non va dimenticato che i socialisti (non gli italiani nello specifico, ma socialdemocratici e riformisti in generale) si erano macchiati della responsabilità di aver rotto l’unità internazionalista e aver votato i crediti di guerra sostenendo le rispettive borghesie nazionali nell’immane macello della Grande Guerra: i socialdemocratici tedeschi e i socialisti francesi furono responsabili di aver contribuito al conflitto imperialista che sconquassò l’Europa (e il mondo), e da qui la determinata volontà di Lenin e dei bolscevichi di costruire una nuova Internazionale che tenesse fuori tutti coloro che erano considerati collusi con la borghesia (anche solo abbracciando il gradualismo delle riforme, la rappresentanza elettoralistica e la lotta pacifica del parlamentarismo come uniche modalità politiche di progressione ed emancipazione sociale del proletariato) [1].

Nel Partito Socialista del dopoguerra l’articolazione degli schieramenti prelude alle tensioni e alle fratture che porteranno da una parte alla paralisi/impotenza nell’azione, mentre allontaneranno progressivamente e in modo irreversibile le anime del socialismo italiano, come una sorta di riverbero delle irrimediabili rotture emerse negli anni. Il richiamo della Russia rivoluzionaria e la prospettiva di un partito internazionale suscitarono speranze e radicalizzarono le posizioni all’interno del Psi, con un netta richiamo alla III Internazionale [2]: il rafforzamento della maggioranza massimalista di Serrati rispetto all’ala riformista di Turati non esauriva le differenze all’interno del partito, in cui si svilupparono due nuove aree di sinistra. L’aggravarsi delle contraddizioni socioeconomiche e l’emergere di settori conflittuali – che parevano interpretare perfettamente la lotta di classe in un paese arretrato come l’Italia – produssero la coagulazione di comunisti attorno alla rivista napoletana “Il Soviet” di Bordiga e al giornale torinese “L’Ordine Nuovo” di Gramsci, Togliatti, Terracini e Tasca.

Le frazioni comuniste nel Psi

La richiesta di espulsione di Turati e dei riformisti dal Psi per poter aderire alla III Internazionale era dunque dettata non da pura rigidità ideologica, ma da una necessità storica di definire chiaramente i campi politico-sociali e le posizioni rispetto a prospettive storiche alternative: la questione si poneva non tanto e non solo sul piano nazionale, piuttosto diventava determinante rispetto alla rottura rivoluzionaria in Russia, al salto di fase storica che la Rivoluzione bolscevica aveva effettuato su scala europea (e mondiale), all’accelerazione che – nel massacro provocato dalla violenza imperialista – fu determinante per tentare di bloccare il processo distruttivo generato dalla crisi di sistema che aveva provocato il grande macello di proletari in divisa, e che in realtà durerà trent’anni (dal 1914 al 1945) con lo sprofondo nei regimi fascionazisti (non solo europei) e poi il nuovo massacro di massa della Seconda guerra mondiale. La prospettiva della costruzione del socialismo (meglio sarebbe dire: transizione al socialismo) avviato nella Russia dei Soviet fu il detonatore per il riposizionamento della frazione comunista nella società italiana, oltre che nel quadro politico italiano e internazionale, in quanto prefigurò l’adesione a un movimento rivoluzionario internazionale e mondiale in marcia [3]. L’assunzione del nome “Partito Comunista – Sezione d’Italia” significò per le frazioni comuniste il riconoscimento dell’accelerazione storica che la Rivoluzione d’Ottobre aveva avviato, e la possibilità di prefigurare il coinvolgimento anche dell’Italia nel processo rivoluzionario internazionale.

Le frazioni comuniste che si formarono all’interno del Partito Socialista provenivano da esperienze diverse pur convergendo nel processo di “bolscevizzazione”: la primogenitura della necessità di un nuovo partito, rispetto alla debolezza e all’opportunismo dei gruppi dirigenti socialisti, fu certamente del gruppo napoletano guidato da Bordiga, che diffuse in maniera sistematica e “con estrema linearità e semplicità” [4] una versione ortodossa del marxismo basandosi sul “determinismo economico più rigido” [5] prospettando “un disegno generale di contrapposizione di principio, degli istituti proletari alla democrazia parlamentare” [6]; il gruppo torinese, invece, si confrontò con la realtà delle officine e delle Commissioni interne inoculando un’ idea proposta da Gramsci e destinata a sviluppare una nuova concezione di potere operaio: i Consigli di fabbrica [7]. 

Le due componenti orientavano la propria azione, all’interno del Psi, in maniera convergente verso la costituzione di una frazione comunista ideologicamente omogenea, pur con approcci politico-pratici molto distanti: l’attenzione rigorosa alla lettera dei principi marxiani da parte di Bordiga aveva come finalità prevalente quella di raccogliere sotto l’ala comunista, attraverso una intensa propaganda ideologica, le componenti scontente della direzione inconcludente del Psi, mentre il gruppo torinese – in cui stava emergendo Gramsci come il più profondo e capace di interpretare la realtà in trasformazione – si concentrava sulla costruzione degli strumenti proletari che prefigurassero un “dualismo di potere” da agire nella fase rivoluzionaria italiana. Le due componenti rimasero unite nello strappo che avvenne a Livorno al Teatro Goldoni, mostrando omogeneità ideologica e coerenza politica nella battaglia congressuale rispetto alle componenti massimaliste [8]: tuttavia, per le divergenze sempre più accentuate tra le stesse componenti del PCd’I che per la condizioni politiche determinate dall’aggressività sempre più violenta del fascismo, non riuscirono a mantenere la compattezza unitaria negli anni successivi.

Il Partito Comunista d’Italia dalla nascita alla guerra

L’ossatura organizzativa che assunse il Partito Comunista d’Italia era formata dalla componente della gioventù socialista passata in maggioranza al nuovo partito, da un terzo dei militanti socialisti, da quadri operai e da un gruppo dirigente solido, per quanto variegato. La battaglia politica e ideologica con i dirigenti socialisti si spostò dalla competizione interna al Psi a quella nella classe, per sottrarre operai e parti consistenti di masse popolari al riformismo e condurli sulle posizioni del PCd’I e dell’Internazionale comunista. Il partito che sia andava così forgiando aveva la rigorosa impostazione leninista di quadri professionisti che dovevano conquistare “la maggioranza nelle istituzioni della classe operaia” [9] come condizione “della presa del potere” [10] nel momento della svolta storica del fascismo – che attraverserà l’Italia e l’Europa di lì a poco. La forma che assunse il partito fu quella di un’avanguardia coesa, pronta a resistere e a reagire all’aggressione a cui fu sottoposta dal fascismo, reazione regressiva di massa della borghesia contro l’avanzare del proletariato.

La sconfitta del “biennio rosso” aveva lasciato segni profondi nei settori proletari, costretti alla ritirata dopo l’occupazione delle fabbriche e delle terre alla fine dell’estate del 1920, ma soprattutto delusione e rassegnazione per l’inettitudine del gruppo dirigente socialista: tuttavia dalla fondazione e per tutto il 1921 il partito fu sottoposto a prove continuamente più pesanti, mentre le masse popolari sentivano l’avanzare del fascismo come ineluttabile.

Le differenze di impostazione nei vertici dell’organizzazione approfondirono le distanze tra i dirigenti e fecero perdere loro la necessaria coesione, soprattutto nella guerra civile scatenata dal fascismo, che vide alla fine soccombere tanto le forze democratico-parlamentari quanto e soprattutto il partito della rivoluzione proletaria, il Partito Comunista d’Italia. Sarà Gramsci a evidenziare come l’arretratezza nella risposta politico-organizzativa da parte del Psi e il ritardo nella costituzione della frazione comunista comportarono la fragilità complessiva delle organizzazioni di classe che non riuscirono a sostenere la violenta aggressione politico-sociale del fascismo

La riflessione aperta da Gramsci porterà alla seconda fase del PCd’I, con l’allontanamento progressivo dalle rigidità sterili del bordighismo, per approdare a una riorganizzazione politica del partito parallelamente alla battaglia mortale ingaggiata col fascismo che si avviava a diventare regime e a sussumere le masse popolari sotto la falsa coscienza nazionalpopolare, derivata da una distorta concezione etico-culturale idealistico-nazionalista, e sotto una ancora più abietta accettazione delle concezioni razziste [11]. 

Gramsci iniziò a delineare le responsabilità che avevano determinato l’emergere sempre più irresistibile del fascismo, tra cui la divisione nel proletariato prodotta dalla scissione del PCd’I non perché non si dovesse attuare, ma perché era giunta in ritardo e non nel momento di massima mobilitazione durante il “biennio rosso” [12]. Tuttavia, quando nel III Congresso dell’Internazionale comunista fu lanciata la “tattica del fronte unico” con i socialisti in una fase di riflusso e in attesa di una nuova ondata rivoluzionaria, la maggioranza del PCd’I (compresi gli “ordinovisti” di Gramsci) non assunse la linea del “fronte unico” se non sul piano delle rivendicazioni sindacali, mentre continuava la polemica con i socialisti: solo nel corso del IV Congresso, a cui Gramsci partecipò con la delegazione italiana, iniziò a delinearsi la posizione di ricomposizione politica con i socialisti che avrebbe avuto la finalità di riunificare la guida teorica, pratica e politica del proletariato italiano [13].

L’incalzare degli eventi e il dilagare delle squadracce fasciste, con la Marcia su Roma che era stato l’inizio della scalata di Mussolini al potere, nonché la posizione espressa dalla III Internazionale, inasprirono il conflitto interno che si palesò in uno scontro tra Gramsci e Bordiga, da cui maturò una svolta politica e il cambiamento di linea politica del Partito Comunista d’Italia nel Congresso di Lione che portò Gramsci alla guida del partito [14].

La nuova guida mutò non solo la linea politica, ma l’impalcatura organizzativa del partito, centralizzandolo e radicandolo al contempo.

 

Note:

[1] “Quando la Prima guerra mondiale era scoppiata, i socialisti italiani erano nettamente differenziati dall’atteggiamento che aveva caratterizzato le maggiori sezioni della II Internazionale, quella francese e quella tedesca … I socialisti dei paesi in guerra nella loro stragrande maggioranza, avevano votato i crediti militari, avevano sposato la causa della guerra di nazioni, erano venuti meno all’impegno solenne preso nel Congresso di Basilea del 1912, dove una mozione votata da più di cinquecento delegati … aveva dichiarato che sarebbe stato un delitto se i lavoratori di paesi diversi avessero sparato gli uni sugli altri per accrescere i profitti dei capitalisti” (Spriano, P., Storia del partito comunista, vol.I, Torino, Einaudi, 1967, p. 4).

[2] “Il 2 marzo 1919 viene fondata a Mosca la III Internazionale […] Nel corso dello stesso marzo, in Italia, Serrati viene scarcerato per amnistia e riprende il suo posto di lotta, decisivo per l’orientamento del Partito Socialista , il quale, rifiutata l’adesione al Congresso di Berna che si proponeva la ricostituzione della II Internazionale, è nettamente favorevole all’adesione alla III Internazionale” (Galli, G., Storia del PCI, Milano, Kaos Edizioni, 1993, p. 18).

[3] “Determinante fu naturalmente la Rivoluzione bolscevica che diveniva agli occhi di moltissimi militanti la dimostrazione concreta del fatto che il proletariato poteva raggiungere l’obbiettivo della conquista del potere teorizzato da Marx. Così come determinanti furono le indicazioni date da Lenin e dal nuovo organismo internazionale nato nel marzo 1919 (III Internazionale o Internazionale comunista-Comintern, alla quale aderirono 64 partiti di estrema sinistra in 50 paesi) sulla inevitabilità della rivoluzione, alla quale occorreva subordinare ogni progetto politico: al II congresso della III Internazionale (luglio-agosto 1920) venivano quindi dettate le ventuno condizioni per l’adesione a questo organismo, consistenti, in sintesi, nella richiesta di ai partiti socialisti di denominarsi comunisti e di rompere con il riformismo” (Vittoria, A., Storia del PCI: 1921-1991, Roma, Carocci editore, 2006, pp. 12-13).

[4] Spriano, P., op. cit., pg.40

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 41.

[7] “Il Consiglio di fabbrica è formato dai commissari di reparto eletti da tutti i lavoratori, sia da quelli organizzati dal sindacato che dai «disorganizzati»; ha tra i suoi compiti quello di impadronirsi del meccanismo dell’azienda per prepararsi a dirigerla; nella prospettiva che gli assegnano i suoi suscitatori è una forma di soviet, un «potere proletario» conquistato nell’intimo del processo produttivo, la prima cellula del futuro Stato dei Consigli. […] il moto proletario verso la rivoluzione si deve esprimere in forme proprie, dare vita a proprie istituzioni. L’ispirazione leninista è tutta nella convinzione che la lotta per un ordine nuovo, la lotta per spezzare la «macchina dello Stato borghese», si inizia cominciando a costruire, prima della presa del potere, gli ingranaggi di una macchina statale nuova, e che i proletari d’officina debbono esserne gli artefici, come produttori” (Spriano, P., op. cit., pp. 48-49).

[8] “È indubbio che queste due tendenze rispecchiavano in modo nuovo, nella specifica situazione italiana, due aspetti che sono però insiti nella stessa concezione marxista. Da un lato i consigli sono l’elemento evolutivo, l’istituto della nuova società che matura nell’interno della vecchia, e rappresentano la continuità del processo. Dall’altro il partito è l’elemento di rottura, l’organizzazione, che consente la liquidazione del vecchio assetto sociale e l’instaurazione del nuovo, e rappresenta il momento del salto qualitativo” (Galli, G., op. cit., p. 30).

[9] Ivi, p. 32.

[10] Ibidem.

[11] “… la storia del Partito Comunista Italiano comincia in modo che non consente neppure per un mese un lavoro di tranquilla organizzazione e costruzione di forze e consensi. Sorge nella bufera di una guerra civile che si sta scatenando. […] Il biennio rosso ha già maturato una scissione inevitabile, semmai l’ha procrastinata inutilmente. Il processo nazionale e internazionale della lotta tra comunismo e socialdemocrazia non poteva che condurre a questa” (Spriano, P., op. cit., p. 120]

[12] “Gramsci giungerà nel 1923 a collegare la vittoria fascista con il modo della scissione, ad annotare che non essere riusciti nel 1920-1921 a portare all’Internazionale comunista la maggioranza del proletariato italiano è stato «senza dubbio il più grande trionfo della reazione» (Gramsci, A., Contro il Pessimismo, «L’Ordine nuovo», 15 marzo 1924). Le responsabilità dei comunisti verranno quindi da lui ricercate proprio in quella direzione: l’insufficienza, il ritardo, la mancata preparazione tempestiva di una grande frazione comunista nel biennio rosso e l’astrattezza d’impostazione data alla battaglia precongressuale, sotto la guida di Bordiga” (Ibidem).

[13] “(Zinov’ev) Caldeggiò decisamente la fusione. Bordiga, convocata la delegazione italiana, confermò quanto aveva dichiarato al Comitato centrale del Pci prima della partenza: la delegazione avrebbe difeso con fermezza le tesi politiche del partito, ma avrebbe accettato le decisioni dell’Internazionale qualunque esse fossero state. Mentre Gramsci si dichiarava favorevole all’accettazione della proposta di Zinov’ev, ottenendo l’appoggio, oltre che di Scoccimarro, della “destra” di Roma (Tasca e Graziadei), la maggioranza della delegazione ribadiva di essere contraria alla fusione e di accettarla soltanto nello spirito della disciplina internazionale” (Galli, G., op. cit., p. 48).

[14] “Il PCd’I (o almeno una parte consistente del suo gruppo dirigente, a cominciare da Bordiga), infatti, non condivideva la politica di unità e di fronte unico di cui l’Internazionale comunista si era fatta sostenitrice, particolarmente dopo che il Psi, nel congresso dell’ottobre 1922, ebbe espulso i riformisti, che avrebbero dato vita a un nuovo partito, il Partito Socialista Unitario: al IV congresso dell’Internazionale (fine 1922) venne data l’indicazione di procedere alla fusione tra i due partiti, ma contro questa risoluzione (alla quale erano favorevoli Angelo Tasca e Antonio Graziadei) si dichiarò risolutamente contrario Bordiga, che già al II congresso del PCd’ a Roma qualche mese prima aveva parlato nelle «tesi sulla tattica» di rifiuto di qualsiasi alleanza con la socialdemocrazia e la democrazia borghese. Iniziò, a partire da questo momento, quella che Palmiro Togliatti ha definito una fase di «profondissima crisi della direzione» (Togliatti, 1962, p. 12), che si sarebbe risolta con un suo cambiamento sostanziale e l’assunzione della segreteria da parte di Gramsci nel 1924” (Vittoria, A., op. cit., p. 15).

 

Bibliografia minima selezionata

Accornero-R.Mannheimer, A. (cur.), L’identità comunista, Editori Riuniti, 1983

Agosti, A., Storia del Partito Comunista Italiano 1921-1991, Laterza, 1999

Cortesi, L., Le origini del PCI, Laterza, 1982

Galli, G., Storia del PCI, Schwarz, 1958; Kaos, 1993

Gramsci, A., La costruzione del Partito Comunista (1923-1926), Einaudi, 1972 

Lepre, A. e Levrero, S., La formazione del Partito Comunista d’Italia, Editori Riuniti, 1971

Liguori, G., La morte del PCI, manifesto libri, 2009

Magri, L., Il sarto di Ulm. Una possibile storia del PCI, Il Saggiatore, 2009

Mammarella, G., Il PCI (1945-1975), Vallecchi, 1976

Spriano, P., Storia del PCI, 5 voll., Einaudi, 1977

Vittoria, A., Storia del PCI: 1921.1991, Carocci, 2006

12/02/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giovanni Bruno
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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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