Domenico Losurdo, un marxista eterodosso

A pochi giorni dalla scomparsa, ripercorriamo l’opera di questo originale pensatore marxista.


Domenico Losurdo, un marxista eterodosso Credits: http://domenicolosurdo.blogspot.com/

Domenico Losurdo è un pensatore indubbiamente originale. Losurdo, infatti, ripensa in profondità il marxismo di fronte agli avvenimenti storici degli ultimi decenni proponendo una rilettura di Marx decisamente eterodossa. Egli infatti accentua il debito di Marx ed Engels nei confronti di Hegel, che assume una posizione centrale nella sua interpretazione del pensiero di Marx. Dal punto di vista filosofico, riguardo il rapporto tra idealismo e materialismo, Losurdo non considera quest’ultimo decisamente in contrapposizione al primo. Egli polemizza con la lettura di Hegel in chiave coscienzialista di derivazione dellavolpiana, ma anche con filosofi marxisti come Ernst Bloch e György Lukács che, pur riconoscendo a Hegel un vasto senso della realtà, ne criticano comunque gli aspetti idealistici. Losurdo, invece, mostra la centralità in Hegel soprattutto del tema del lavoro, inteso come lavoro reale e non spirituale. Egli ritrova nella filosofia hegeliana l’attenzione nei riguardi dell’essere sociale, dei processi storici e dei conflitti sociali.

Losurdo mostra, inoltre, a partire dal saggio Hegel, Marx e l’ontologia dell’essere sociale (2010), come lo stesso materialismo storico non è immune da cadute nell’idealismo storico. A parere di Losurdo dal punto di vista teorico permangono, infatti, nello stesso pensiero di Marx ed Engels elementi utopistici, dovuti anche al contesto storico e politico, quali l’estinzione dello Stato, del mercato, delle nazioni, delle religioni. In questo senso il marxismo ha bisogno di un’ontologia dell’essere sociale. Questo aspetto, colto con chiarezza dall’ultimo Lukács, non è stato secondo Losurdo ancora sviluppato compiutamente, visto che le varie configurazioni dell’essere sociale quali Stato, lingua, religione, nazione ecc. non sono state ancora indagate dal punto di vista ontologico. Per assolvere a tale compito, possono essere di grande utilità le analisi sviluppate da Hegel.

Losurdo si serve inoltre della critica hegeliana all’anima bella per criticare tutte quelle posizioni, all’interno del cosiddetto marxismo occidentale, che per mantenere la loro purezza godono della loro lontananza dal potere e dall’oggettività storico-sociale, con il risultato di non riuscire ad incidere sul presente. Losurdo, quindi, mette in rilievo l’oggettività storico-sociale interpretata essenzialmente secondo una teoria del conflitto concepita in termini dialettici. Tale concezione lo porta a evidenziare in Marx proprio quella categoria della contraddizione oggettiva mutuata da Hegel. A suo avviso, in effetti, spiegare la realtà sociale unicamente attraverso il principio di non contraddizione comporta l’assolutizzazione di aspetti parziali e per questo motivo porta al raggiungimento di una verità altrettanto parziale. In tal modo si finisce, secondo Losurdo, con lo svolgere una funzione apologetica nei riguardi dell’esistente e non si riesce così a spiegare le rivoluzioni, che non sono il risultato di un progetto meramente soggettivo, ma derivano, come sostiene Marx, dalle contraddizioni oggettive presenti nel reale. La categoria di contraddizione oggettiva utilizzata da Hegel, per spiegare la rivoluzione, assume, infatti, una posizione centrale nel pensiero di Marx quale contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione.

Un’altra categoria fondamentale utilizzata da Losurdo per spiegare il processo storico e i cambiamenti rivoluzionari è quella, sempre mutuata da Hegel, di salto qualitativo. La storia non procede in modo lineare, ma attraverso contraddizioni e lotte, tanto che in alcuni momenti sembra tornare indietro. Così, il processo attraverso cui si è giunti al riconoscimento dell’uomo in quanto uomo, lungo processo di emancipazione che si è sviluppato attraverso i secoli, ha conosciuto nel corso del suo sviluppo significativi momenti di arresto, in cui pare prevalere addirittura la de-emancipazione.

Il rapporto Hegel-Marx dal punto di vista teorico e l’importanza delle categorie di derivazione hegeliana, quali appunto la contraddizione oggettiva, la negazione determinata, il salto qualitativo ecc., fondamentali, secondo Losurdo, per comprendere il processo storico e i relativi conflitti dal punto di vista del materialismo storico, sono sviluppati in modo particolarmente persuasivo in diversi saggi poi raccolti ne L’ipocondria dell’impolitico (2001), un’opera tra le meno conosciute, ma a nostro avviso tra le più significative.

Nel saggio Come nacque e morì il marxismo occidentale (2011), Losurdo ritiene che la crisi del marxismo negli ultimi decenni non possa essere attribuita unicamente al crollo del cosiddetto socialismo reale, ma debba essere rintracciata nell’impianto teorico del marxismo stesso, soprattutto del marxismo occidentale. A partire da questa critica, Losurdo sviluppa il suo originale ripensamento del marxismo, nel quale temi come il colonialismo e l’anti-colonialismo, la lotta per il riconoscimento, la questione nazionale, lo sviluppo delle forze produttive e un concetto ampliato di lotta di classe, assumono un’importanza centrale. Queste tematiche sono sviluppate in diverse opere, mentre il concetto di lotta di classe viene rielaborato in particolar modo in uno dei suoi più recenti lavori: Lotta di classe. Una storia politica e filosofica (2013). La grande importanza che Losurdo riconosce alla dialettica storica, lo porta ad ampliare notevolmente il concetto di lotta di classe. In effetti, a suo avviso, la lotta di classe non è solo quella che si sviluppa tra gruppi sociali diversi, ma può essere considerata lotta di classe anche quella per l’indipendenza nazionale, così come quella per l’emancipazione delle donne e, in generale, tutte le lotte per il riconoscimento che si sono sviluppate nei secoli. Questo concetto allargato fornisce una chiave di lettura più articolata del mondo contemporaneo ed è utile non solo per fare un bilancio critico dei nostri tempi, ma anche per promuovere nuove lotte di emancipazione. L’ampliamento del concetto di lotta di classe va di pari passo alla critica e al superamento di una visione economicista del conflitto, che porta Losurdo ad accentuare la propria concezione “eretica” del marxismo.

Losurdo così fa propria la categoria hegeliana di negazionedeterminata ed evidenzia come per Hegel la negatività non sia un’attività meramente soggettiva, ma sia presente nella stessa oggettività. In questo modo ogni profondo cambiamento, la stessa rivoluzione viene rappresentata da Hegel (e da Losurdo) come la scintilla, momento soggettivo, che cade su una massa di polvere da sparo, ovvero le contraddizioni reali prodotte nel corso del tortuoso sviluppo storico. La prassi non è quindi una mera negazione dell’oggetto da parte del soggetto, come pensava Fichte ai suoi tempi e come pensavano e pensano ancora oggi diversi pensatori anche marxisti. Il presupposto della prassi si trova prima nell’oggettività, nel reale dilaniato dalle contraddizioni. Losurdo, però, al fine di criticare giustamente quelle interpretazioni di Marx, così frequenti anche ai nostri giorni, che tendono a sopravvalutare l’aspetto soggettivo, sfociando in una concezione della prassi volontaristica e “anarchica”, finisce a sua volta per sottovalutare l’importanza dell’attività del soggetto. Del resto, secondo Losurdo, se il momento della soggettività nella filosofia della prassi è necessario al fine di lottare contro la concezione positivista e meccanicista del marxismo, d’altra parte non deve essere esasperato. In tal caso, infatti, si sfocerebbe nel volontarismo e nell’estremismo che approda, fuggendo dalle contraddizioni del reale e dalla determinatezza storica, a una dimensione utopica e ideologica più vicina all’anarchismo che al marxismo.

Tuttavia c’è in Losurdo il rischio di rimanere ostaggio dell’oggettività storica, al punto di non sviluppare un’attitudine sufficientemente critica nei riguardi tanto del passato, quanto dell’esistente. Losurdo dà a volte l’impressione di non distinguere sufficientemente la razionalità del reale dalla presunta razionalità dell’esistente. In altri termini, il prodotto del processo storico non viene sempre colto nella sua duplicità, ossia al contempo come oggettivizzazione dello spirito e come alienazione dello spirito nell’altro da sé, ma corre il rischio di essere assurto in quanto tale come razionale e universale. Più in generale l’enfatizzazione dell’eredità hegeliana in Marx corre il rischio di mettere in secondo piano il fattore soggettivo, decisivo per la marxiana filosofia della prassi, secondo la quale il pensiero filosofico non può più essere rappresentato hegelianamente dalla nottola di Minerva che si leva sul far della sera quando l’azione storica si è già compiuta, in quanto diviene il fondamento della trasformazione della realtà storica, altrettanto necessaria della sua interpretazione concettuale. Non a caso la celeberrima XI Tesi su Feuerbach è generalmente ricordata come uno dei capisaldi della concezione marxiana della filosofia.

Di fondamentale importanza è la rilettura critica che Losurdo fa del liberalismo e dei rapporti tra quest’ultimo, la democrazia e la tradizione rivoluzionaria. Tali temi sono trattati principalmente nel fortunatissimo studio dedicato alla Controstoria del liberalismo del 2005, forse una delle sue opere più significative, ma anche in Democrazia o Bonapartismo? (1993) e in Hegel e la libertà dei moderni (1992). In particolare, l’interpretazione che dà Losurdo del liberalismo deve essere considerata tanto significativa quanto innovativa, poiché rappresenta una netta rottura con la storiografia dominante. Il lungo cammino verso la democrazia, fatto di momenti di emancipazione e de-emancipazione, descritto da Losurdo, ci porta fino al Novecento, che egli indaga dialetticamente, utilizzando la teoria del conflitto.

Losurdo contesta la tesi liberale di uno sviluppo spontaneo dal liberalismo alla democrazia e mostra, attraverso un’attenta ricostruzione storica e storiografica, alla cui base si muovono le categorie della teoria del conflitto, come in realtà le conquiste democratiche, a partire dal suffragio universale, siano da ascrivere alla tradizione social-democratica e socialista. I liberali hanno sempre contrastato tali rivendicazioni, tanto che lo sviluppo della democrazia moderna ha incontrato storicamente momenti di emancipazione e di de-emancipazione, dovuti principalmente ai diversi momenti del conflitto in atto tra borghesia e classi subalterne. Lo scarto tra liberalismo e democrazia è del resto evidente negli ideologi della restaurazione liberista, come Hayek, che mirano proprio a cancellare le conquiste democratiche a partire dal suffragio universale.

Losurdo però non intende cancellare né ritiene inservibile la democrazia formale, anzi la considera necessaria alla costruzione di quella sostanziale. La sua critica al marxismo occidentale è fondata proprio sul fatto che molti autori marxisti l’hanno sottovaluta o non presa in considerazione, con il risultato di avallare la tesi liberale che considera le libertà formali il portato della propria tradizione politica, tesi che Losurdo si è impegnato, in diversi suoi scritti, a decostruire.

Questo originale storico delle idee propone inoltre un bilancio critico rispetto al socialismo reale, la cui storia ci insegna come sia stata dolorosa la scoperta dell’oggettività dell’essere sociale e un ripensamento dell’idea stessa di comunismo. Tale giudizio critico non comporta però una fuga dalla storia, anzi egli rivendica, a differenza dei luoghi comuni dell’ideologia dominante avallati anche a sinistra, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, l’importanza del grande processo di emancipazione scaturito dalla Rivoluzione d’Ottobre. In fondo lo stesso Marx sviluppa la sua teoria a partire dalla storia, in particolare da un bilancio critico della Rivoluzione francese. Secondo Marx, infatti, compiuta l’emancipazione della borghesia, diviene necessario realizzare l’emancipazione dell’intero genere umano. Volersi sbarazzare di questo complesso e contraddittorio processo storico, pretendendo di cancellare la storia che abbiamo alle spalle, attraverso la parola d’ordine del ritorno a Marx, che sovente risuona negli odierni marxisti, è per Losurdo decisamente antimarxiano. Questi temi sono trattati in particolare in opere quali: Utopia e stato d’eccezione (1996), Marx e il bilancio storico del novecento (2009), Fuga dalla storia? Il movimento comunista tra autocritica e autofobia (2012).

In conclusione va riconosciuto a Domenico Losurdo l’indubbio merito, in primo luogo, di aver, coerentemente con la sua storia, continuato anche in questi tempi difficili a confrontarsi con alcune importanti tematiche della filosofia politica troppo a lungo trascurate dalla più recente vulgata filosofica. Tanto più che il suo successo editoriale, nonostante si sia mosso per anni in una direzione opposta al pensiero dominante, testimonia l’interesse che questi tentativi di ripensare l’eredità del marxismo alla luce delle problematiche del XXI secolo suscitano anche al di là del suo paese di provenienza. Infine, occorre sottolineare la sua significativa critica al postmodernismo imperante e alla vulgata interpretativa di autori come Heidegger e Nietzsche (La comunità, la morte, l’occidente. Heidegger e l’ideologia della guerra del 1991 e il monumentale Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico del 2002), nel tentativo di rilanciare, al di là delle mode filosofiche contemporanee, un pensiero in grado di porsi nuovamente al servizio dei movimenti reali che ancora oggi continuano ad operare nella direzione di un’emancipazione dell’umanità anche in un periodo di forte crisi economica, politica e morale.

07/07/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Rosalinda Renda

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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