Il marxismo rivoluzionario di Lenin

Prive di una direzione consapevole, ovvero in mancanza del partito rivoluzionario che ne costituisce l’avanguardia organizzata, secondo Lenin le masse non sono in grado di andare al di là di lotte economiche, tradeunionistiche, volte ad alleviare la propria tragica condizione di sfruttamento.


Il marxismo rivoluzionario di Lenin

Il marxismo rivoluzionario di Lenin

Dopo la crisi della Seconda Internazionale – apertasi con il voto della grande maggioranza dei parlamentari del Partito socialdemocratico tedesco (Spd) a favore dei crediti di guerra, necessari al governo per dare avvio alla Prima guerra mondiale – e la conseguente rottura del patto di solidarietà internazionalista tra i partiti socialisti, il destino del marxismo è legato soprattutto alle alterne fortune del movimento comunista sorto in seguito alla Rivoluzione socialista dell’ottobre 1917.

Vladimir Ilic Ulianov – universalmente conosciuto con il nome di battaglia: Lenin – è stato il principale dirigente di tale rivoluzione e uno dei massimi esponenti del marxismo del Novecento. Lenin considera il marxismo una concezione del mondo necessariamente duttile, presupposto indispensabile di un’azione politica rivoluzionaria. La riflessione teorica di Lenin e le sue principali opere sono sempre occasionate dalle problematiche specifiche che si trova a dover affrontare come dirigente politico rivoluzionario, sebbene egli sottolinei costantemente che una prassi rivoluzionaria sia possibile solo sulla base di una teoria rivoluzionaria.

Che fare?

Prive di una direzione consapevole, ovvero in mancanza del partito politico rivoluzionario che ne costituisce l’avanguardia organizzata, secondo Lenin le masse non sono in grado di andare al di là di lotte economiche, tradeunionistiche, volte ad alleviare la propria tragica condizione di sfruttamento che vivono nella società capitalista. Per tale motivo, sin dallo scritto giovanile Che fare? (1902), contro ogni concezione spontaneista o sindacalista, Lenin insiste sulla necessità d’una salda organizzazione in grado di dare un respiro universale, sul piano politico, alle rivendicazioni altrimenti corporative degli sfruttati. Solo le avanguardie organizzate in partito possono andare al di là della singola lotta immediata ed elaborare uno sguardo d’insieme che consenta di determinare gli obiettivi strategici e una tattica flessibile, necessaria a realizzarli, attenta al contesto storico e politico.

L’estremismo malattia infantile del comunismo

Allo stesso modo, Lenin polemizza con le tendenze di estrema sinistra in quanto, a suo parere, non comprendono la necessità di concretizzare i principi strategici in una tattica duttile. Alla concezione estremista degli “ultra-sinistri”, che rifiutano a priori qualsiasi compromesso e accorgimento tattico, Lenin contrappone una prassi politica che mira a trasformare in modo rivoluzionario la realtà a partire dalle sue contraddizioni oggettive.

I Quaderni filosofici

Contro ogni interpretazione deterministica del marxismo, per cui vi sarebbero leggi economiche oggettive che predeterminerebbero il corso del mondo (interpretazione su cui si fondava la pratica attendista della maggioranza della Seconda Internazionale), Lenin avverte l’esigenza di risalire alle fonti filosofiche del pensiero di Karl Marx. A tale scopo, tra il 1914 e il 1915 si confronta con la Scienza della logica di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, come testimoniano le annotazioni raccolte nei suoi Quaderni filosofici, pubblicati postumi. Lenin cerca di mostrare come la comprensione della logica dialettica hegeliana sia una chiave di accesso imprescindibile a Il capitale di Marx. Il concetto decisivo della filosofia hegeliana ereditato dal marxismo è, a secondo Lenin, la contraddizione dialettica, che consente di comprendere come il corso storico non si sviluppi secondo una evoluzione lineare, ma in modo in sé stesso contraddittorio, sulla base del conflitto tra gli opposti. Dunque, per rimanere una efficace guida per l’azione politica rivoluzionaria il marxismo non può ridursi a un sistema di leggi universalmente valide, ma deve costantemente aggiornare la sua comprensione della realtà, tenendo conto dei mutamenti intervenuti nel corso del mondo.

L’imperialismo fase suprema del capitalismo

Come avevano mostrato dapprima l’economista radicale borghese John A. Hobson (1878-1940), nel libro L’imperialismo (1902), poi i marxisti Rudolf Hilferding, nell’opera Il capitale finanziario (1910), e Nikolaj Bukharin, nel suo studio Imperialismo ed economia mondiale (1915), all’inizio del Novecento il modo di produzione capitalistico era sensibilmente mutato, rispetto a quello analizzato da Marx. Sulla base di tali analisi Lenin, nell’opera L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1917), individua le cinque caratteristiche essenziali del capitalismo nella sua fase monopolista. In primo luogo, la libera concorrenza tra capitali delle origini si rovescia nel proprio opposto, il monopolio, a causa del processo di concentrazione e centralizzazione della produzione in grandi cartelli o trust che pongono sotto il proprio controllo i piccoli produttori indipendenti. In secondo luogo il capitale monetario e il capitale industriale si fondono progressivamente nel capitale finanziario, mediante l’affermarsi delle grandi banche di investimento. In terzo luogo, la sovrapproduzione di capitali e la conseguente necessità di esportarli acquista maggior rilievo rispetto all’esportazione di merci propria della precedente fase colonialista. In quarto luogo, il mercato internazionale, che si allarga su scala mondiale, è progressivamente controllato da associazioni monopolistiche di carattere transnazionale. In quinto luogo, il mondo intero è, di conseguenza, spartito in zone d’influenza fra le potenze imperialiste in cui hanno la propria base i grandi trust.

La critica alla concezione kautskyana dell’imperialismo

Secondo Lenin le contraddizioni del capitalismo nella sua fase monopolistica non possono essere superate né attenuate, ma inevitabilmente tendono ad acuirsi.  Lo sviluppo del capitale non porta a un unico centro imperiale capace di controllare e pacificare il mondo, come si illudeva Karl Kautsky, ma riproduce la concorrenza a un livello più elevato: il conflitto fra le grandi multinazionali per spartirsi le aree d’influenza economica. L’imperialismo non è, dunque, una scelta irrazionale della componente reazionaria della borghesia, ma una necessità dell’intera classe dominante che cerca di arginare le crisi di sovrapproduzione, provocate dalla caduta tendenziale del saggio del profitto.

La necessità dell’intervento del soggetto rivoluzionario sulle contraddizioni oggettive

A parere di Lenin, lo sviluppo monopolistico del capitalismo pone progressivamente i popoli del mondo davanti a un bivio: seguire la borghesia nella sua decadenza sempre più distruttiva, oppure ribellarsi al fine di sviluppare un diverso modo di produzione. Sono, dunque, le stesse contraddizioni interne al modo di produzione capitalistico a indicare la necessità di un loro superamento. Tuttavia più il capitalismo entra in crisi, più reagisce a essa e ai suoi oppositori in modo violento, potenziando il proprio apparato militare per gestire il controllo delle zone di influenza economiche all’estero e per reprimere ogni forma di resistenza all’interno dei singoli stati. Così, contro i riformisti e l’attendismo dei massimalisti, Lenin sostiene la necessità dell’intervento del soggetto rivoluzionario, che deve forzare il corso degli eventi, sfruttando le occasioni che offre il corso del mondo, per risolvere la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione senza attendere che il sistema si incancrenisca.

Stato e rivoluzione

Tuttavia la maggioranza dei partiti socialisti europei non solo sostiene le proprie borghesie nel corso della Prima guerra mondiale, ma condanna la Rivoluzione socialista dell’ottobre 1917. Per esempio Kautsky sostiene che Marx avrebbe inteso la “dittatura del proletariato” come allargamento degli spazi di democrazia, attraverso la conquista della maggioranza parlamentare – e il conseguente controllo sul governo – da parte dei socialisti. Contro tali tesi, Lenin scrive nel 1917 Stato e rivoluzione, in cui ricorda come, dal punto di vista del materialismo storico, lo Stato non possa essere considerato, come pensa Kautsky, un organismo neutro, al di fuori e al di sopra del conflitto fra le classi sociali. Lo Stato è uno strumento della classe dirigente mediante cui quest’ultima legalizza il suo dominio economico, reprimendo, attraverso il monopolio della violenza, le classi subalterne che lo pongono in questione. Perciò appare a Lenin insensato che i rappresentanti dei lavoratori si illudano di poter governare uno Stato borghese e di poter utilizzare gli strumenti della “democrazia” formale borghese.

Dalla democrazia sovietica all’estinzione dello Stato

Dunque, Lenin ritiene che occorra spezzare il potere dello Stato borghese al fine di renderlo funzionale ai bisogni dei lavoratori, che eserciteranno la propria direzione attraverso una democrazia dei soviet, consiliare, e non parlamentare (borghese). Tale potere non dovrà però fossilizzarsi, giacché ha come scopo finale il superamento della stessa classe chiamata a esercitare la dittatura nei confronti della borghesia. Socializzando i mezzi di produzione, attraverso la dittatura del proletariato che esproprierà gli espropiatori, l’opposizione fra forza-lavoro e capitale verrà meno: in tal modo anche la funzione repressiva e di dominio di classe dello Stato verrà estinguendosi, grazie all’abitudine lentamente acquisita a osservare regole elementari di convivenza.

02/07/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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