Sia ne “Il Principe” che nella “Mandragola” di Machiavelli, dal momento che si intende praticare la più alta ambizione, si avrà contro tutto l’ordine costituito, diviene perciò indispensabile scovare i punti deboli, le contraddizioni interne all’esistente, sviluppando le quali soltanto diverrà realisticamente possibile rivoluzionarlo. In altri termini, per quanto riguarda “Il principe” si mira a rivoluzionare lo Stato esistente, obiettivo particolarmente utopico, in quanto sotto attacco l’ordine costituito non potrà che utilizzare per difendersi tutto l’enorme potere di cui dispone, a partire dal monopolio della violenza legalizzata. Ciò non toglie che anche il sistema difensivo più potente, come quello che tutela l’ordine costituito, non può che nascondere dei punti deboli, delle contraddizioni interne che è indispensabile mettere in luce e sviluppare per poter ambire di rivoluzionarlo. Nel caso esemplare, in quanto semplificato al massimo, della commedia “Mandragola”, la donna più bella del mondo che si vuole “conquistare”, non ha potuto avere figli dal marito Nicia. Lucrezia da donna pia non può che ritenere lo scopo, il senso profondo del matrimonio, l’educazione della prole, ma il marito non è in grado di fare la sua parte, impedendo così alla moglie di realizzare il suo desiderio di maternità.
Il marito, essendo considerato un grande intellettuale, è convinto di esserlo e così si istupidisce in quanto non è spinto ad apprendere nulla di nuovo. Per raggiungere il suo obiettivo Callimaco ha bisogno delle due virtù fondamentali di cui abbisogna il politico rivoluzionario: l’astuzia e la forza necessarie per superare le difficoltà. Parimenti valori presunti assoluti o astratti, come quelli della religione o della morale, appaiono contrari allo scopo. Il politico rivoluzionario, come Callimaco, ha bisogno di punti di riferimento concreti e mondani e deve individuare i mezzi adeguati all’alto fine che si è posto.
Il ruolo della fortuna
Certo, per realizzare una grande ambizione c’è anche bisogno di un fato favorevole, anche se agli scherzi del destino si deve poter far fronte mediante la prevenzione. Ad esempio se straripa un fiume, se la prevenzione ha portato alla costruzione di saldi argini, sarà possibile arginare di molto i danni. Il fato può però anche offrire l’occasione utile alla grande azione (rivoluzionaria), che bisogna sempre saper cogliere nella situazione concreta. Bisogna, dunque, avere la duttilità di saper intervenire nelle situazioni determinate e saperle mutare in proprio favore. A tale scopo è indispensabile prevenire, costruendo una organizzazione pronta a sfruttare l’occasione propizia quando si presenterà, in modo spesso imprevedibile. Una grande azione storica universale (rivoluzionaria) va portata a termine nel momento necessario, prima è un suicidio, perché non ci sono ancora le possibilità, dopo è egualmente un suicidio in quanto è ormai troppo tardi e non ci sono più le condizioni che rendono un grande rivolgimento realisticamente praticabile.
Lo Stato pontificio quale maggiore ostacolo all’unità d’Italia
Tornando al rapporto fra politica e religione, dal punto di vista storico Machiavelli vede nello Stato pontificio il più grande ostacolo alla realizzazione dello Stato unitario, dal momento che lo Stato della Chiesa non è né troppo grande da poter realizzare tale impresa, né troppo piccolo da non poter impedire a qualcun altro di compierla. Quindi avere al suo centro la sede del papato, lungi dall’essere motivo di vanto per l’Italia, è fra le principali cause della sua rovina.
La funzione della religione
Più in generale, Machiavelli considera la religione da una parte come un instrumentum regni, che aiuta a far rispettare l’eticità costituita, dall’altra la ritiene molto utile come cemento ideologico che favorisce l’unificazione di un popolo. Perciò Machiavelli considera la religione, come Averroé e Bruno, necessaria a mantenere la stabilità del potere costituito a prescindere dalla verità o falsità dei suoi assunti. Tuttavia Machiavelli mira principalmente allo sviluppo di una religione civile, il cui testo sacro è la Costituzione con le sue leggi uguali per tutti e razionali.
Dall’esercito di mercenari all’esercito popolare
Machiavelli, inoltre, approfondisce anche gli aspetti militari imprescindibili al raggiungimento del proprio fine rivoluzionario. Da tale analisi emergono tutti i disastri nella conduzione della guerra da parte degli eserciti di mercenari impiegati nei conflitti da tutti gli staterelli italiani. Tali eserciti sono scarsamente valorosi e sempre pronti a tradire, visto che combattono solo per arricchirsi. Machiavelli, perciò, ritiene necessario superare i timori dei signori, che gli hanno impedito di armare il popolo, ossia in primis i contadini. L’unica guerra funzionale alla rivoluzione efficace è la guerra di popolo. Solo un popolo in armi può affrontare con successo uno Stato costituito. Naturalmente puoi assumerti la responsabilità storica di armare le masse solo se hai stabilito con esse una forte connessione sentimentale.
Dalla dittatura alla democrazia
Nell’esortazione finale Machiavelli considera il rivoluzionario un demiurgo che deve dare forma alla materia che ha dinanzi. Perciò dovendo formare ex novo il nuovo Stato, per imporre i nuovi costumi dovrà esercitare necessariamente all’inizio un governo dittatoriale, anche se provvisorio. Infatti per Machiavelli, la forma più adatta alla conservazione dello Stato è quella repubblicana (noi oggi diremmo democratica), in quanto favorisce mediante la partecipazione popolare, il sostegno delle masse.
Pessimismo della ragione e ottimismo della volontà
Se in tutta la parte precedente della trattazione Machiavelli si attiene a un freddo e necessariamente distaccato linguaggio scientifico, nella parte conclusiva dell’esortazione il tono muta e diviene fortemente passionale. Si passa, infatti, dal pessimismo della ragione, necessario all’analisi spietata della situazione di partenza, all’ottimismo della volontà, che emerge nell’esortazione finale, necessario alla trasformazione radicale dello stato di fatto che si intende realizzare. L’ambito analitico è improntato al più radicale realismo, ma con il fine di passare all’ambito pratico in cui occorre ricorrere all’elemento passionale. Così la conclusione de “Il principe” è passionale più che freddamente razionale. Machiavelli infatti vi sottolinea che la fortuna è volubile e, quindi, va domata con la forza. Aggiunge poi, che i politici aspiranti rivoluzionari italiani hanno perso l’Italia per la loro mediocrità e non per un qualche destino cinico e baro. Infine Machiavelli auspica un nuovo politico rivoluzionario che abbia la forza di saper individuare e cogliere i momenti favorevoli a realizzare l’alto scopo dell’unificazione del paese in uno Stato moderno. Naturalmente, come chiarisce Gramsci, la differenza fondamentale è che oggi non basta un politico rivoluzionario, ma ci vuole un collettivo, un partito. Quest’ultimo sarà, non a caso, denominato da Gramsci “il moderno principe”.
- Tommaso Moro (1478-1535)
Thomas More, oltre a essere stato un grande filosofo politico inglese, è stato un grande politico rivoluzionario e un letterato. È stato imprigionato e ucciso per la sua netta opposizione alla politica assolutistica di Enrico VIII, culminata nella sua pretesa di porsi a capo persino della chiesa inglese. Sommando così oltre al monopolio della violenza generalizzata, anche il controllo della capacità di egemonia, allora esercitato principalmente tramite la religione.
L’utopia di Tommaso Moro
La sua opera principale, l’unica di cui possiamo occuparci, è Utopia o la miglior forma di repubblica (1516), neologismo derivato dall’antico greco, che significa nessun luogo. Si tratta cioè di uno Stato ideale pensato in contrapposizione agli Stati esistenti che si intendono criticare. Il libro di Moro ha avuto una tale fortuna che il neologismo utopia è entrato nel linguaggio comune, anche in Italia. Utopia è un romanzo filosofico, in cui Moro intende delineare uno Stato conforme a ragione, in particolare dal punto di vista sociale, economico e religioso, nel senso di una religione razionale da contrapporre alle religioni storiche, tradizionali.
Nell’utopia si esprime una critica radicale della società esistente
Moro muove dalla più radicale critica realistica alle condizioni sociali e politiche dell’Inghilterra del proprio tempo, in particolare, obiettivo dei suoi attacchi sono la classe dominante, allora costituita dai grandi proprietari terrieri, e l’assolutismo monarchico, che svolgeva la funzione di classe dirigente. Moro denuncia con coraggio e forza come l’aristocrazia terriera, imborghesendosi, mira a sostituire alla coltivazione di cereali nelle sue enormi proprietà, il più fruttuoso allevamento di ovini, per la produzione della lana. Ciò, insieme alle coeve recinzioni funzionali alla privatizzazione delle terre comuni, aveva provocato l’espulsione dalle loro terre e dalle loro case, di una quantità enorme di contadini ridotti a vivere di elemosina e di espedienti, sino ad essere catturati e impiccati a migliaia grazia alle draconiane leggi contro il vagabondaggio imposte da Enrico VIII. Siamo nella fase dell’accumulazione primitiva del capitale, in cui con una violenza spaventosa si creano le condizioni per imporre ai proletari l’allucinante lavoro salariato, a cominciare dalle fabbriche. Proprio per questo, Moro ritiene necessaria una trasformazione radicale e rivoluzionaria, dell’ordinamento sociale, politico ed economico in senso comunista.
Il comunismo di Tommaso Moro
Tale trasformazione è rappresentata dall’isola di Utopia, retta da una politica comunistica, in cui non vi è proprietà privata dei mezzi di produzione, la terra è un bene comune che viene coltivato a turno da tutti. L’oro e l’argento vengono utilizzati solo per gli utensili e non dominano più gli uomini. Il lavoro è suddiviso fra tutte le persone abili, per cui non c’è più disoccupazione o super lavoro. Tutti lavorano sei ore al giorno, per poi dedicarsi al gioco, all’arte, alle scienze e alla filosofia. Anche la cultura non è più volta a soddisfare il piacere di pochi ricchi, ma il suo obiettivo è ora l’interesse comune a cui ogni interesse particolare viene subordinato.
Dal principio del piacere alla tolleranza religiosa
Secondo Moro ogni uomo agisce sulla base del principio del piacere. Tuttavia, dal momento che la solidarietà fra gli uomini fa crescere il piacere, ad esempio con la divisione del lavoro, gli uomini facendo gli interessi comuni aumenteranno i loro piaceri. Perciò il comunismo è realisticamente nell’interesse di ognuno, nonostante il naturale egoismo di quest’ultimo.
Una religione improntata alla tolleranza
Infine Moro, di contro ai terribili conflitti di religione, considera essenziale per massimizzare il piacere una religione improntata alla tolleranza, in cui ognuno pensa l’assoluto e lo venera nel modo in cui meglio crede, evitando così ogni disputa e divisione su basi fideistiche.
